Il cibo di Frankenstein: una riflessione sugli Ogm di Marcello Tucci
Sullo scottante tema degli "organismi geneticamente modificati",
da molti additati come il "il cibo di Frankenstein", schierarsi
su una delle due opposte fazioni è quello che meno aiuta a riflettere
su un argomento di rilevanza addirittura "epocale". Ognuna delle
due parti difende alcuni principi con molta foga, creando attorno a sé
una cortina di nebbia e confusione che non aiuta i non addetti ai lavori a
capirne le ragioni più intrinseche. A questo punto, a mio modesto parere,
ognuno di noi deve munirsi d'adeguati strumenti per affrontare la questione
che tutti ci riguarda, indistintamente. Per tale motivo in libro, edito in
questi
giorni
dalla Bollati-Boringhieri "La guerra al vivente" di Jean-Pierre
Berlan, ci aiuta ariflettere su alcune domande semplici che di seguito illustrerò.
In tutta onestà debbo dire che questo saggio muove feroci critiche
al mondo degli ogm, alle multinazionali che a colpi d'acceleratore vedono
in ciò un'occasione ghiotta di lauti guadagni, in barba al rispetto
dell'uomo e dell'ambiente. Insomma un libro partigiano schierato a fianco
degli ambientalisti che da anni si battono su questo tema, dunque forse non
sereno ed equidistante come qualcuno si augurava. Molti diranno allora perché
parlare di questo libro, già schierato su una delle due fazioni contendenti,
cosa può aggiungere alla comprensione del tema visto che già
sono molti i testi in circolazione che denunciano la speculazione sugli ogm?
La ragione va ricercata su una peculiarità di questo autore che, seppur
paladino della fazione critica, riesce a fare emergere alcune domande su cui
un non addetto all'argomento può fare le sue riflessioni. Ad esempio
meritorio di riflessione è sapere che fino alla fine dell'ottocento
un contadino seminava i suoi semi, ricavati dal raccolto precedente, secondo
una propria selezione dettata dall'esperienza. Mentre invece dall'inizio del
ventesimo secolo alcune ditte "specializzate" si sono sostituite
ad esso, vendendogli sementi selezionate secondo un criterio della ditta produttrice,
mai in realtà verificato. A seguito di questa pratica, che da decenni
si attua, un contadino è costretto a tornare alla ditta produttrice
per acquistarne di nuovi, poiché dal raccolto che ne deriva non si
può più trarre semenza in proprio giacché sono sementi
identiche, come fare accoppiare gemelli omozigoti tra loro ci suggerisce l'autore.
Questo in parte ha portato alla perdita di specie di ortaggi, legumi e frutta
che allietavano le tavole dei nostri nonni, immettendo sul mercato prodotti
selezionati ed identici. Ciò ha fatto perdere l'abitudine ai coltivatori
di produrre autonomamente ed essere legato a doppio filo alle ditte produttrice
di semi specializzate anche in altri campi dell'agricoltura, come per l'uso
di erbicidi, concimi e pesticidi. Da alcuni anni dei ricercatori di semi antichi
vanno recuperando vecchie semenze e con un passa parola sta recuperando un
vecchio modo di coltivare liberando il contadino dalla dipendenza delle multinazionali.
Ma questo è un altro discorso. Ora con l'avvento degli ogm questo processo
rischia di amplificarsi maggiormente; le sementi manipolate sono di proprietà
di poche società che possedendone il brevetto reclameranno per sé
il controllo futuro sul mercato. Che dire invece sulla questione della libertà
di ricerca degli scienziati e tecnici del settore che accusano di essere frustrati
nei loro studi da limitazioni ambientalistiche liberticide? Qui si pone il
problema della libertà di una ricerca scientifica senza conoscerne
i confini ma intuendone le mire, appellandosi ad una scientificità
ancora tutta da scoprire che si muove esclusivamente per un profitto di alcune
multinazionali che figurano tra gli sponsor degli studi in questione. Tanto
è vero, che mentre si dice che le colture transgeniche in alcun modo
possono danneggiare le colture "normali", le incoerenze ed i dubbi
restano aperti e laceranti. Alcuni esperimenti effettuati in Europa hanno
dimostrato che il polline transgenico, di cui veniva assicurato che non potesse
"viaggiare" oltre i duecento metri, sia stato trovato in alveari
posti a più di quattro chilometri di distanza. Questo sta a dimostrare
che tali innovazioni non hanno cara la libertà di chi non vuole servirsene
di tali prodotti e che immancabilmente coltivazioni biologiche saranno invase
dal polline transgenico che sarà impossibile circoscrivere in determinate
zone specifiche. Sappiamo che l'arma più forte dei pionieri del transgenico
è quella di essere l'unica soluzione della fame del mondo, questo è
un pauroso grimaldello che può far pendere a loro favore il piatto
della bilancia, con argomentazioni superficiali non si tiene conto che un'oculata
distribuzione delle risorse può risolvere la piaga della fame. Le sole
eccedenze alimentari dei paesi cosiddetti sviluppati possono da sole risolvere
la questione e che c'è un vistoso surplus alimentare anche nei paesi
del terzo mondo, cui manca un'adeguata rete di distribuzione alimentare tale
da scongiurare un dramma che ci ha ossessionato per tutto il ventesimo secolo.
Dunque sono molte le occasioni per riflettere e pretendere una giusta informazione,
si tenga anche conto che sono ormai provati casi di tossicità derivanti
dall'uso degli ogm, e che la partita rimane aperta in tutta la sua drammaticità
cui nessuno può sottrarsi proprio per la portata "universale"
del problema.
A cura di Jan-Pierre Berlan "LA GUERRA AL VIVENTE" Organismi geneticamente modificati e altre mistificazioni scientifiche Traduzione di Alfredo Salsano
«Temi 113», formato 11x19 138 pp., lire 24000 ISBN 88-339-1351-1
Preceduta da un approfondito saggio sulla storia della genetica agricola da centocinquant'anni a questa parte, una nutrita serie di contributi analizza i rapporti tra salute pubblica, ambiente e alimenti transgenici; studia la complessa problematica della introduzione nei campi e sulle nostre tavole degli organismi geneticamente modificati e connesso ricorso a sostanze chimiche (le transnazionali biotecnologiche affermano il loro controllo commercializzando kit di sementi + biocidi); affronta la questione dei brevetti delle invenzioni biotecnologiche. Per concludere con un appello a «fare la pace con il vivente» che suona di particolare attualità e urgenza in questa fase di diffusa sensibilizzazione dell'opinione pubblica.
Jean-Pierre Berlan, è direttore di ricerca presso l'Institut national de la recherche agronomique (INRA) di Montpellier.
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