Imperialismo e diritti umani. Spiegazione di un paradosso
Recensione al libro di Antonio Gambino, L'imperialismo dei diritti umani
di Ciro Riccardo


Una notizia di quest'ultima settimana, alla quale generalmente i giornali non hanno dato il giusto rilievo, è la decisione degli Stati Uniti di chiamarsi fuori dalla Corte penale internazionale (Cpi), fondata a Roma nel `98, neutralizzando così la firma che al trattato appose l'ex presidente democratico Bill Clinton il 31 dicembre 2000. Decisone alquanto strana per un paese che si dichiara campione dei diritti umani e custode mondiale della libertà e della democrazia, ed è attualmente impegnato a garantirsi appoggi nella sua "guerra al terrorismo" internazionale.
In realtà la superpotenza americana teme che un organismo internazionale possa intralciare le operazioni del personale civile e militare impegnato in varie parti del mondo. Questo fatto dà un'ulteriore conferma alla tesi esposta nel bel libro di Antonio Gambino, L'imperialismo dei diritti umani, Roma, Editori Riuniti, 2001. E cioè che il presunto isolazionismo degli Stati Uniti è, ad una visione più attenta delle scelte statunitensi sul piano internazionale, nient'altro che una scelta di unilateralismo globale, dettata dalla "convinzione di poter operare unicamente sulla base delle proprie valutazioni e dei propri interessi che originariamente si era espressa nella tendenza degli Stati Uniti a separarsi dal mondo e a rinchiudersi in loro stessi, ma che ora, conservando sempre i medesimi punti di riferimento, pretende di manifestarsi, attivamente e senza alcun limite, su un piano planetario".(p. 122)
Anche la tutela dei diritti umani, che anima il dibattito contemporaneo, è artatamente invocata per difendere interessi nazionali, come è peculiare della politica estera degli stati.
Gambino svolge un'analisi attenta e riccamente documentata sull'origine, l'evoluzione e le implicazioni teoriche e pratiche per una loro attuazione piena e non mistificatoria. Dopo la loro solenne promulgazione, il 10 dicembre 1948, i diritti umani entrarono in una "lunga fase di latenza", condizionata dalle circostanze storiche che avevano accompagnato la loro formulazione, la tensione tra il blocco occidentale e quello comunista. Anche se ci si serviva di nobili argomentazioni etiche, in realtà la Commissione per i diritti umani, composta dai rappresentanti dei vari paesi membri, si muoveva ancora all'interno della logica della politica estera degli stati, il cui fine è, notoriamente, quello di promuovere e difendere i singoli interessi nazionali.
La svolta nella storia dei diritti umani si ha nel 1989, in seguito allo sgretolarsi e, poi, al crollo dell'impero sovietico. La conseguente omogeneizzazione politica e economica del nostro pianeta ha dato a molti l'impressione che fosse ormai giunta la possibilità di realizzare i diritti umani su scala mondiale; ma in realtà si erano semplicemente create le circostanze per porre il problema del loro fondamento, della loro universalità e, infine, della possibilità della loro attuazione.
Richiamandosi alle argomentazioni di Norberto Bobbio, esposte in Sul fondamento dei diritti dell'uomo (1965), secondo il quale, essendo i diritti umani sono "una classe variabile" di esigenze e di richieste avanzate nel corso della storia, conclude che "non si vede come si possa dare un valore assoluto a diritti storicamente relativi" (cit. p. 26) il nostro autore individua nella percezione concreta del restringimento fisico del mondo la necessità, avvertita sempre più, di un possibile fondamento dei diritti umani. Ma La realtà della totale unificazione del mondo non è sufficiente - come vorrebbe Habermas - per giustificare la visione dei diritti umani. Il fondamento dei diritti umani deve avere natura normativa e consensuale; solo così l'"ideale" dell'unità del nostro pianeta può inverarsi in una forma etico-giuridica, ed evitare un suo uso partigiano e strumentale. Buono, quest'ultimo, a giustificare debolmente il diritto di ingerenza, senza che si sia prima manifestata la concezione del mondo come comunità, "attraverso un concreto tentativo di arrivare a una distribuzione eguale, o sempre meno diseguale, della ricchezza globale (...), oppure attraverso l'accettazione dell'idea di una proprietà comune delle fondamentali risorse naturali del pianeta e di immediati interventi collettivi a favore dei paesi colpiti da carestie o epidemie" (p.56). Insomma, il diritto (e il dovere) di ingerenza in difesa dei diritti umani non può essere inteso solo in funzione punitiva, ma deve mirare alla diffusione di una fattiva solidarietà planetaria.
Tanti altre ancora sono le argomentazioni che Gambino, con pacatezza e col corredo di documentazione e riferimenti teorici essenziali, espone nel suo libro. E sono tutte argomentazioni utilissime per interpretare le vicende della nostra contemporaneità.

Ciro Riccardo

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