Recensione al libro "Diario di una guerra quasi giusta" (Giovanni Messina) - a cura di Antonio Visone
NonSoloParole.com Edizioni
pp. 113
prezzo € 11,00
ISBN: 88-88850-00-7

Diario di una guerra quasi giusta

In concomitanza con l’inizio della seconda guerra contro l’Iraq Diario di una guerra quasi giusta è il titolo di un libro che raccoglie puntualmente le più disparate voci, attraverso articoli e trafiletti apparsi sui giornali italiani e stranieri, sul primo conflitto del Golfo.Come un bicchier d’acqua da bersi tutto d’un fiato il libro celebra l’evento guerra attraverso il riso amaro di un rito che mentre evoca scenari di morte sancisce anche il trionfo della vita. Un intreccio tragicomico scandito da avvenimenti luttuosi che, nell’arco di un tempo ridotto, vengono metabolizzati dalle popolazioni occidentali. Lo spettacolo predisposto dai mass-media è << il più grande spettacolo del mondo. E’ durata 45 giorni, più o meno come i mondiali di calcio. (pag. 107).
Il calcio di per sé metafora di competizione e di gioco (il gioco della guerra) si inserisce in questa cornice fatta di lutto e di comicità, il riso, trascinando con sé un altro elemento esterno, un pansurrealismo il quale apporta nella scansione temporale della tragedia una cesura: lo spazio irrazionale che rivendica il diritto all’identità. Durante la guerra nella ex Iugoslavia, quando i giovani serbi indossavano le magliette con ben evidenziati i contorni di un target, pronti per essere bombardati, contrattavano il loro diritto alla vita nell’apparente celebrazione della morte.
Il testo curato da Giovanni Messina è di sublime semplicità proprio perché scandaglia la profondità dei concetti nei confronti dei quali non si può rimanere indifferenti.,L’indifferenza, diventa invece lo spettacolo mediatico che, come un mostro onnivoro, fagocita ogni evento, anche la guerra, alla stessa stregua di qualsiasi altro avvenimento. Essa diventa lo spazio indifferente nel quale si autorappresenta il potere: il suo essere diventa apparenza.
Nella presentazione del libro c’è un accostamento storico nell’uso delle ritorsioni nei confronti dell’Iraq in termini di embargo economico e nelle sanzioni draconiane operate nei confronti della Germania dopo la prima guerra mondiale in seguito all’Armistizio di Versailles. Nell’un caso l’embargo ha prodotto fermenti profondi nel mondo arabo ( il riemergere dirompente del senso del martirio, l’uomo-bomba), nell’altro l’ascesa del nazismo al potere che in parte venne tollerato come barriera da opporre al prorompere del comunismo sovietico. La politica aggressiva dei nazismi e dei fascismi in Europa fece venir meno l’organizzazione della Società delle Nazioni mentre l’atteggiamento degli Stati Uniti, i quali attualmente si pongono al di sopra dell’O.N.U., nei fatti ha delegittimato questo consesso. Ed infatti <<L’atteggiamento degli Stati Uniti, tradotto in termini di diritto nazionale equivale a quello di una persona che sporge denuncia, giudichi ed esegua la sentenza>> (pag.5). E se l’accostamento tra la belva umana e gli altri animali è d’obbligo <<Dico, se c’è qualcosa nell’uomo - spirito, coscienza o soffio di Dio - che lo rende diverso dai pesci e dai porci, mi piacerebbe tanto vederlo>>.(E.L.Masters pag 15). Altrove il filosofo Robert Nazick dice << Ci son guerre giuste e guerre ingiuste. Questa contro l’Iraq direi che è una Guerra quasi giusta>>.(pag 31). La guerra quasi giusta di cui parla Robert Nazick insinua nella storia tutto l’arbitrio concettuale della filosofia occidentale. La Chiesa cattolica, dal canto suo, in piena coerenza con i suoi precetti spirituali, durante la Prima guerra mondiale ebbe un atteggiamento neutrale e di non intervento, benedì i fascismi ed i nazismi nell’emergere del secondo conflitto bellico, ha dichiarato la sua ostinata ritrosia nei confronti della guerra tra Stati Uniti ed Iraq.
Uno spessore profondo rivelano le parole che esprimono <l’inadeguatezza del linguaggio giornalistico a rappresentare il fenomeno nella sua interezza>>.(pag.13)
Il linguaggio giornalistico non può esprimere il fenomeno guerra se non nell’unico modo possibile: il suicidio. Il silenzio della parola partorisce il linguaggio. Mutilato ed ucciso nel suo esprimersi esso può solo trionfare nel suo non esserci. Il linguaggio della vita può nascere solo sulla morte della guerra.
Antonio Visone

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