Fuori
dal nido
di Eleonora Bellini
NonSoloParole.com Edizioni, 2003
ISBN: 88-88850-12-0
PAGG.: 32
PREZZO: 8.00
Recensione a cura di Francesca
Santucci
Lieve e delicato è “Fuori dal nido” (Non solo parole.com
Edizioni, novembre 2003), l’ultimo lavoro di Eleonora Bellini, scrittrice
che ha all’attivo già svariate pubblicazioni, sia in poesia che
in prosa, che, pur nell'essenzialità del genere letterario prescelto,
il romanzo breve, tocca nodi cruciali dell'esistenza, come le paure che ogni
individuo deve attraversare per la sua formazione, per evolvere nell’individuale
percorso evolutivo.
Antichissima è la parola “nido”, indoeuropea, discendente
da “nizdos”, composto del prefisso “ni, ” “giù”,
e della radice “ sed”, “sedere” al grado ridotto “zd”,
quindi “giaciglio”, attestata in forma identica nelle aree indiana,
germanica, celtica, armena, baltica e slava (G. Devoto, Dizionario etimologico,
Edizione CDE.); antichissima e immutabile nel tempo è pure la necessità
di “giacere giù”, del nido, appunto, che tutte le creature
hanno in natura, per essere nutrite, accudite, protette, ed anche il conseguente
bisogno di spiccare poi il volo fuori dal nido allorché si siano acquisite
sufficienti forze che consentano, in emancipazione e libertà, di muovere
incontro agli spazi sconfinati, in rivelazione ed esplorazione del mondo esterno.
Il nido al quale allude l’Autrice nel titolo è, ovviamente, quello
familiare, nel suo caso universo dominato soprattutto da figure femminili
(la mamma, la nonna, l’insegnante) nel quale Elena, la protagonista
del romanzo, giace in attesa di crescere, muovendosi incerta, esitante come
un goffo uccellino ancora implume, in affannosa riflessione di sé e
di chi le ruota intorno, pervasa, ma non dominata, da sane paure che le infondono
la spinta evolutiva, protetta da quella madre che a sua volta protegge, primo
tramite con il mondo esterno, giacché sono le madri il primo “oggetto”
attraverso il quale gli individui apprendono di non essere unici e che esiste
un distinto altro da sé: è per questo che essere in due comincia
da loro.
Fin dalle prime pagine si evidenzia l’importanza di questo mondo al
femminile (costellato di donne solo all’apparenza fragili, in realtà
coraggiose e, ciascuna a suo modo, forti), soprattutto la madre, con cui Elena
vive, creatura fluttuante come una farfalla, un po’ svagata (scombinata,
inaffidabile, secondo la definizione del grande assente nella vita della ragazza,
suo padre; stramba, come la definisce la nonna; intelligentissima, per Elena;
speciale per i gemelli Rollo, suoi amici) che le insegna a disegnare omini,
casette e fiori, che compera giochi da tavola, flauti dolci facili da imparare
a suonare, cassette di brevi storielle in inglese, che in leggerezza e leggiadria
irrompe nel romanzo fin dalle prime pagine, con i suoi pantaloni larghi e
fluttuanti, con i suoi molti capelli ed il suo poco trucco, con la cartella
dei disegni sottobraccio, dirigendosi veloce verso la scuola, in evidente
opposizione con la pacatezza della figlia (Elena, invece, camminava piano…Scendeva
le scale e affrontava la strada cautamente… Elena medita e medita…Elena
non pianse e non protestò).
C’è poi la nonna, che in certi tratti sembra ricordare l’austera
nonna ottocentesca fogazzariana del “Piccolo mondo antico”, austera
e severa (Non sarà per caso una mancanza di rispetto?, era una frase
storica della nonna) ma che sa poi anche essere tenera ( La nonna si sentì
vagamente placare in cuor suo. Pensò: poverette, si sentono sole),
che borbotta e rimprovera ( Tutti i papà fanno un po’ paura-
sentenziò allora la nonna- Anzi, devono fare un po’ paura. Se
no i bambini non crescono come si deve), si spaventa ma pure rassicura (…non
preoccuparti. Vedrai che il tuo papà prima o poi ritorna), e che infine
sarà accanto alla nipote quando la madre mancherà.
E ancora l’insegnante di Storia, la professoressa De Angelis, che in
classe entra strillando, che non transige, per la quale il sentimento che
nutre Elena è quello dell’antipatia, che non si scioglierà
nemmeno quando la donna le consegnerà la cartella dei disegni della
mamma all’indomani della sua morte (…l’aveva ascoltata in
silenzio, senza una lacrima. La De Angelis si era un po’ innervosita
e se n’era andata in fretta, delusa: era stata privata della sua occasione
di bontà da quella ragazzina introversa e forse insensibile…).
Quasi del tutto assenti, e codardi, pronti ad evitare le responsabilità
e a scappare di fronte agli ostacoli, i personaggi maschili: il padre di Elena,
sparito dopo un brandello di anni (-non c’era nemmeno prima- diceva
la mamma a chi talvolta la compiangeva- Non c’è mai stato realmente),
di cui Elena poco ricorda ed i ricordi che di lui serba sono frammisti a sensazione
di inquietudine e di paura, un uomo dagli occhi grigi duri e freddi e taglienti
come lame… così giovane e sempre così scontento, così
annoiato, steso a sonnecchiare sul divano, che non amava giocare, passeggiare,
guardare la televisione, ascoltare le canzoni, e nemmeno disegnare oppure
suonare il flauto e la chitarra come la mamma, anche aggressivo e violento
(…PAM! Improvviso si abbatté su di lei un fortissimo manrovescio;
Sergio, l’amico della mamma, che pure sparisce ( …-Elena, stammi
bene. A presto- …Quando mi ha detto a presto, sapevo già che
non ci saremmo più rivisti) Marco-Zorro, il motociclista che nasconde
il suo volto sotto l’anonimo casco, un ragazzo indiano che vive in Italia
ma pure scappa, in India, per tre volte all’anno, sospeso fra le sue
due identità.
E’ la malattia della madre il nodo doloroso della vita di Elena, che
la ragazza affronta incredula (se la sua malattia fosse tanto grave, la mamma
me lo direbbe), disorientata, sgomenta ( la mamma esitò, poi buttò
fuori in fretta, in un soffio- che non guarirò-…Elena sentì
un brivido incontrollabile, una scossa gelida per tutto il corpo), mai disperata,
perché è una ragazza forte ed è consapevole che la paura
è come un masso: ti schiaccia, ti blocca, ti chiude, ti cancella, ma
che per crescere bisogna affrontarla, non evitarla.
La vita ha già in serbo per lei una grossa prova ed il destino inevitabile
si compie, per un provvidenziale incrocio di date, secondo il desiderio della
madre di Elena( La mamma non avrebbe mai voluto che Elena la vedesse da morta,
esangue, artificialmente composta) un giorno che la figlia è in gita
scolastica: è allora che la donna muore.
Curiosamente è la madre, seppure in circostanze particolari, ad abbandonare
per prima il nido, ma anche Elena, superato il trauma iniziale, dovrà
spiccare il suo volo da sola, in esplorazione di quel mondo esterno che già
più non le è tanto ignoto, che ha imparato a conoscere, che
pure le si offre presago di promesse (non è forse una promessa la frase
Ci vediamo a settembre nella cartolina di Marco che le arriva dall’India?),
vitale, come il giallo dei limoni squillante nel finale del libro, simbolo
non casualmente prescelto dalla Bellini, poiché è il giallo
il colore della rinascita, il primo a sbocciare in natura, in primavera, simbolo
della vita che si rigenera dalla morte dell’inverno.
E non è stato un lungo inverno quello che ha appena attraversato nei
momenti bui dello sconforto e della paura con l’assenza del padre, l’inseguimento
del motociclista, il defilamento di Sergio, la malattia e poi la morte della
madre?
Ma pure Elena scova in sé una tempra d’acciaio, che le consente
di affrontare con coraggio il definitivo distacco, di uscire dall’alveo
protettivo e lanciarsi ad affrontare la vita, certo, non da subito, dal momento
che è stato deciso che la nonna, almeno per qualche anno, si sarebbe
trasferita a vivere con lei.
Numerosi passaggi in questo romanzo ci ricordano che l’Autrice è
anche fine poetessa; il suo io lirico si riverbera in felici immagini, talune
pittoriche, che appaiono continuazione naturale della sua produzione in versi:
sul bianchissimo soffitto della casa si disegnavano luci celesti. Era il riflesso
della luce azzurrato da un’enorme luna…Il muretto bianco dell’orto,
abbacinante sotto il sole, ora trasmetteva il conforto di un sicuro confine
ed emanava una luce fosforescente da nebulosa…Attraversando il giardino
Elena avvertì, intensissimo e buono, il profumo dei limoni. Vide i
frutti gialli risplendere sotto il sole del mattino.
Il senso del libro sembra essere tutto contenuto nella dedica impressa sul
retro del disegno materno consegnato dalla professoressa all’allieva:
Elena, voglio che la tua vita sia solare. Non avere paura della luce e del
calore, della tenerezza e dell’amore. Così potrò esserti
sempre vicina. Mamma.
Ed il romanzo, che simbolicamente si pone fra due colori, il fucsia delle
scritte iniziali (quando incombente è la paura del ragazzo che la segue
in moto, incarnazione di tutte le paure attraverso le quali dovrà passare
per poter crescere) ed il giallo dei limoni, si chiude proprio con la visione
sfolgorante dell’albero(…Quanto sarebbe bello poter essere come
l’albero dei limoni, che porta insieme sui suoi rami le foglie, i fiori,
i frutti), presagio della vita che, dopo il trauma della morte (della madre)
s’imporrà, ed i suoi rami, le foglie, i fiori, i frutti significano
appunto le promesse che attendono Elena, giacché ogni crescita è
una perdita, ma anche una rinascita, proiezione verso nuovi traguardi, con
acquisite consapevolezze e rinnovate energie.
…Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
(E. Montale, I limoni)
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