ECHI
AD INCASTRO
Franco Santamaria
Joker ed., Novi Ligure 2004, euro 11,50
(Edizioni Joker - Via Verdi 68 - 15067 Novi Ligure; Gennaro Fusco <gennaro@idp.it>;
tel. 0143.75043; c/c/postale n.40946642)
recensione alla silloge poetica di Franco Santamaria
a cura di Francesca
Santucci
Ut pictura poesis: la poesia è come un quadro. Il famoso motto derivante
dall’oraziana “Ars poetica” è comunemente usato perché
leggi simili hanno le due arti, eppure per il poeta latino diverso era il
significato, volendo indicare che anche tra le poesie, come tra i quadri,
alcune s’intuiscono subito, altre hanno bisogno di essere osservate
con occhio critico, altre devono essere guardate da vicino, altre hanno bisogno
di essere riguardate, altre ancora necessitano di penombra.
Ma non fu solo Orazio ad accostare poesia e pittura, prima di lui già
Aristotele e Simonide le avevano poste in relazione, segno evidente che gli
antichi ne avevano compreso da subito lo stretto legame, intuendo anche la
necessità che molti artisti hanno di esprimersi in entrambi i campi,
rivelandosi talvolta troppo positiva la parola per esprimere l’inesprimibile,
necessitando talvolta la pittura di dissolvenza dal materico.
E fortunato può dirsi l’essere umano che riesce ad esprimersi
nei più diversi campi artistici, fortunato colui che riesce contemporaneamente
a dispiegarsi nella poesia e nell’arte.
Fortunato è, pertanto, Franco Santamaria, poeta con all’attivo
già numerosi riconoscimenti che, ad un certo momento della sua vita,
ha sentito pressante l’urgenza interiore di esprimersi anche attraverso
la pittura, ricevendo consensi favorevoli pure in quest’altra sua attività.
Artista versatile, dunque, continua a mantenere ben vive le sue due anime,
quella di poeta e quella di pittore, con/fondendole fra loro, senza che l’una
prevarichi l’altra, sicché sempre leggendo i suoi componimenti
forte è l’impressione che la sua poesia sia pittorica, e contemplando
un suo quadro pura poesia appaiono i colori, le forme, le luci e le ombre,
ma in qualunque campo si esprima le sue produzioni sono comunque pretesti
per dar voce alla Poesia.
Ciò si riconferma anche nell’ultima sua silloge poetica, “Echi
ad incastro”, pubblicata con l’editrice Joker, germinata attraverso
un percorso di vita ed interiore ricco di fermenti e sollecitazioni, in cui
nostalgia, solitudine, pena e stanchezza del vivere, memoria e ricordo, sono
le direttrici fondamentali attraverso le quali si snoda il suo canto, alimentato
da una fervida fantasia e sostenuto da un linguaggio piano ma denso di valenze
simboliche e fortemente pittorico: non a caso si ricordava che Santamaria
è anche pittore.
Le vent se léve…Il faut tenter de vivre! Recita così l’epigrafe
introduttiva alla raccolta, un verso del componimento di Paul Valéry
“Il cimitero marino”, in cui si alternano, in ricchezza di metafore,
luci ed ombre, grida e silenzi, immobilità e vitalismo, in una libera
sequenza d’immagini esplicativa delle sue ferme convinzioni secondo
le quali:
Non c’è vero senso in un testo. Non autorità dell’autore…Una
volta pubblicato, un testo è come un apparecchio di cui ciascuno può
servirsi.
Se consideriamo che nei versi di Santamaria similmente si alternano luci ed
ombre, abbandoni e slanci, accordando emozioni e riflessioni guidati dalla
percezione dall’inarrestabile fluire del tempo (Quando la mia voce/-se
pure- /giungerà a te/ oltrepassando i confini del grigiore, /sarà
forse troppo tardi /per arrestare/ la maratona del tempo già all’arrivo...)
che reca disincanto e solitudine (Le mie speranze/sono sogni dimenticati/come
il fuoco spento/delle caverne e dei camini deserti), della memoria e della
pena del vivere (Andiamo lungo un fiume/ in piena) e che ciascuno può
ben rispecchiarvisi, ben si comprende come appaia non casuale la scelta del
verso valeriano che esorta a vivere consapevoli dell’impegno che tale
gravoso compito richieda.
Chi ama scrivere, soprattutto un poeta che veicola emozioni, è consapevole
di quanto preziose e rare siano le parole (perciò l’Autore assegna
loro il compito più nobile, quello di essere mezzo e non fine), espressione
delle più autentiche ed intime emozioni (timori, dubbi, incertezze,
esitazioni) che divengono, però, anche specchio delle altrui emozioni
(Amo e canto/l’uomo di ogni giorno/che/ su un carro sacrificale/le prime/gemme
d’aurora/spinge verso gli avamposti solari/per vincere la paura), e
ciò è ben asserito proprio dall’autore, che offre la chiave
di lettura dei suoi versi in uno degli spunti di riflessione che corredano
la raccolta:
Un pittore, un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi
in un mondo che ha solo del fantastico e dell’invenzione…Parlo
del fantastico e dell’invenzione che distraggono dalla riflessione sulla
vera condizione umana e della natura, che è aspirazione, tensione,
sofferenza, dolore, spesso disperazione e annullamento…
Già il titolo della silloge è illuminante sulla tematica meditativa
che sottintende le sue composizioni: “Echi ad incastro”.
Cos’è l’eco? La riflessione del suono. Cos’è
l’incastro? Il collegamento fra le cose, fra gli eventi. Cos’è
la parola del poeta? L’eco risonante delle sue emozioni, l’incastro
fra le personali emozioni e quelle degli altri di cui si elegge partecipe
portavoce.
Ed allora, coerente con le sue concezioni, secondo le quali l’artista
non può astrarsi in un mondo illusorio o fantastico ma, anche se faticoso
è il cammino quotidiano, ha il “dovere” di affrontarlo
e di farsi interprete e consolatore dei moti dell’animo umano (noi/che
solo inventiamo parole/che consolino /ad ogni foglia che/cade), Santamaria,
pur veicolandone le personali angosce, ansie, tristezze, nostalgie, turbamenti,
áncora i suoi versi alla realtà e dilata le riflessioni personali
fino ad investire meditazioni cosmiche sulla condizione umana incerta, breve,
fragile, provvisoria, precaria, come la speranza (le mie speranze/ sono sogni
dimenticati/come il fuoco spento/delle caverne e dei camini deserti), come
i sogni ( se ne andarono presto i sogni/ viaggianti in sacchi di barba bianca
/e su scope uscite dalla cenere), come l’amore, rosa che si apre ad
aurora nuova, troppo presto sfiorita ( abbiamo vissuto un destino/breve/ di
cometa/ il buio ha diviso le nostre orme), come la vita (il sangue del tempo
che non si ferma).
L’eco, al di là dell’ovvio significato di riflessione d’un
suono, ha qui valenza fortemente simbolica, quello di grido doloroso dell’animo
del poeta che, stanco del vivere (reggo/ su stanche braccia, in alto/ ansia
di bimba/ tra acque di torrente limacciose), impossibilitato alla conoscenza
della verità e all’elaborazione di nuove progettualità
esistenziali, perché netta ha la consapevolezza del tempo che sfuma
(sarà forse troppo tardi/per arrestare/la maratona del tempo già
all'arrivo), ripete la sua sofferenza interiore, il suo immenso dolore, appunto
l’eco che s’incastra nella precedente eco dilatandola all’infinito.
Nel componimento conclusivo della raccolta di Franco Santamaria diviene, allora,
ossessiva come un ritornello l’alternata ripetizione di due versi drammatici:
c’è la notte dal buio totale…c’è la notte
dal nero totale. Ma il poeta non sarà consegnato all’oblio (si
cade/ sull’ultimo respiro del mattino) perché, come insegnò
Orazio, le creazioni poetiche sono opere più durature del bronzo e
vivono in eterno (Exegi monumentum aere perennius… Non omnis moriar…
Orazio, Odi Asclepiadee, III, 30).
Saranno allora proprio i suoi versi, insieme alla pittura, che in lui sempre
procedono insieme, a strapparlo al buio totale della notte e a consegnarlo,
nell’interezza delle emozioni, all’infinita luce dell’immortalità.
Francesca Santucci
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