Ricordi di un anatomo-patologo
Pier Gildo Bianchi

Titolo: Ricordi di un anatomo-patologo
Editore: Ellin Selae
Pagg.: 144
Prezzo: € 9,00

Recensione a cura di
Giovanni Messina

Chi, come il sottoscritto, convive con un’ipocondria cronica troverà “salutare” la lettura di queste memorie per la leggerezza con cui trattano di argomenti di solito tenuti a distanza di sicurezza. Il tavolo anatomico è il protagonista dei venti racconti che compongono il libro, e che finiscono per avere la continuità del romanzo. Sulla fredda superficie di marmo, tra coltelli, segatura e altri attrezzi del mestiere, sfilano morti “morti” (cioè i cadaveri di persone sconosciute e che rimangono “soltanto inerti oggetti di ricerca e di studio”) e morti “vivi” (quelli che prima di essere corpi come gli altri, sono state “persone conosciute da voi quando erano ancora di questo mondo, che avete udito parlare, che avete visto gestire e mutare espressione del volto”).
Il testo fa venire in mente i versi di Gottlieb Benn, ma qui l’estetismo nero del poeta espressionista tedesco lascia il posto al tono distaccato e neutro del medico: “I segni esterni della permanenza del cadavere in acqua non mancavano: la pelle si presentava macerata e raggrinzita, con chiazze bluastre qua e là; c’era anche la presenza di vescicole minute e iridescenti, piene d’aria, alla bocca e alle narici (il cosiddetto fungo schiumoso tipico degli annegati)… Soprattutto i polmoni espansi, pallidi e soffici, di consistenza cotonosa, crepitanti come neve fresca alla pressione e al taglio, dai quali fuoriusciva notevole quantità di liquido roseo frammisto a schiuma…”
Autore di numerose opere a carattere scientifico e apprezzato studioso, Pier Gildo Bianchi rievoca in questo libro gli anni trascorsi all’istituto di anatomo-patologia di Milano, prima di dedicarsi alla carriera accademica. Siamo nell’immediato dopoguerra, e i ricordi abbracciano un quinquennio circa. Del tenore più vario i fatti narrati. Dal cervello di Mussolini, analizzato, riposto nell’armadio e finito poi nella spazzatura durante un trasloco, a un istruttore della Gioventù Italiana del Littorio, conosciuto dall’autore come fascista e ritrovato in sala anatomica da partigiano. Ci sono piccoli “gialli” che qui trovano soluzione (Un delitto quasi perfetto) ed episodi in cui la comicità prevale a dispetto del contesto (Come l’uovo del Re Sole).
Esilarante il racconto della burla giocata a “uno strano tipo di chirurgo, pieno di prosopopea e d’ignoranza, il quale a forza di appoggi politici” (si nota ancora un certo stupore, ma siamo nei primi anni Cinquanta) “riuscì persino a carpire un primariato di provincia”. Di fronte alla platea messa al corrente dello scherzo, il vanaglorioso chirurgo pontifica di “tessuto adiposo, struttura adenomatosa da ghiandola alveolare ramificata, costruita da alveoli rotondeggianti, ripieni di cellule epiteliali, cariche di gocciole di grasso…” e via discorrendo, per quello che alla fine risulta essere “un culo di gallina… un boccone del prete”.
Bello, pure, nella sua brevità, per l’impercettibile sovrapporsi del grottesco al dramma, il racconto della giovane finita sul tavolo autoptico per la leggerezza del medico che le asporta il rene senza accorgersi che per anomalia congenita la ragazza ne aveva uno solo. “Ci voleva tanto a guardare dall’altra parte, prima di togliere il rene?”
Si legge il libro, e si ha la sensazione di ascoltare il racconto del vecchio professore. Lo stile asciutto e piacevolmente démodé lascia affiorare, nitido, lo spaccato di un mondo ignoto ai più; i personaggi appena accennati, eppure sembra di averli davanti. E rimane alla fine il sospetto che di cose interessanti da raccontare il tipo ne avesse molte di più, e col sospetto il rammarico, proprio dei bei libri, per l’essere stato troppo succinto.

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