| Testimonianze dalla camera oscura
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Citazioni
sul mestiere di scrivere
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Raccolta di citazioni sul mestiere
di scrivere
Mentre i prodotti dell'attività
scrittoria sono destinati, per loro natura, alla sfera pubblica della
comunicazione e sono oggetto di continuo scambio sociale attraverso la
compravendita, la lettura, l'interpretazione, la recensione critica, la
traduzione e la citazione, il momento della stesura, della loro produzione
quindi, ha da sempre rivestito un carattere gelosamente individuale, sicché
la scrittura tende ad essere considerata un'attività esoterica.
A dispetto della sua funzione pubblica lo scrittore lavora nel segreto
del proprio studio. E poterlo osservare, al proprio tavolo di lavoro,
mentre dalla materia della lingua compone, o come si dice in questi casi
crea un racconto, una poesia o altro, costituisce una curiosità
diffusa che pochi hanno la fortuna di soddisfare. Fra tutte le arti, quella
dello scrivere quasi non richiede alcuna abilità manuale, fisica
e, dunque, visibile. E la non visibilità del processo di creazione
artistica della scrittura rende più insistente la curiosità
di penetrarne i segreti; ma anche più difficile appagare tale curiosità.
Quale arcano mistero rende possibile il prodigio della creazione letteraria?
Quali gioie e dolori accompagnano tale parto? - Non è dato facilmente
sapere.
Di un autore si può conoscere il suo ambiente storico, la sua visione
del mondo, la sua poetica, le sue vicende personali; ma come tutto questo,
poi, concretamente si trasfonda in una pagina scritta è avvolto
nel mistero. Conosciamo quello che c'è prima e quello che ne risulta
dopo. Ma il passaggio dall'uno all'altro avviene in una sorta di camera
oscura, dove non è permesso sbirciare e dove seppure lo
facessimo avremmo ben poco da vedere!
Lo scopo di questa rubrica è quello di raccogliere, grazie alle
segnalazioni dei lettori, le testimonianze, le confessioni e le riflessioni
che giungono talvolta da questo luogo di mistero.
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Il lettore, forse, ne riderà, ma per noi scrittori lo
scrivere non cessa mai di essere una cosa folle, eccitante, la traversata di
un oceano su un minuscolo canotto, un volo solitario attraverso il Tutto. Mentre
si cerca una singola parola, mentre si sceglie fra tre che ci si offrono, il
mantenere, intanto, nella sensibilità e nell'orecchio, tutto il periodo
che si sta costruendo; mentre si fucina la frase, mentre si lavora alla costruzione
prescelta e si avvitano i bulloni dell'intero meccanismo, l'avere sempre presenti,
in non so che misteriosa maniera, il tono e le proporzioni di tutto il capitolo,
del libro intero: credetemi è un'attività piuttosto emozionante.
[Hermann Hesse, La cura, Adelphi, Milano 1978, p. 73.]
La sua [di Sebastiano Knight] battaglia con le parole era insolitamente ardua,
e ciò per due ragioni. L'una era quella comune a tutti gli scrittori del
suo tipo: il superamento dell'abisso esistente tra pensiero ed espressione; la
intollerabile sensazione che le parole giuste, le sole parole adatte ti stiano
aspettando sul ciglio opposto, nella brumosa distanza, e il brivido dei pensieri
ancora ignudi che le richiamino a gran voce da parte dell'abisso. Non sapeva che
farsene delle frasi bell'e fatte poiché le cose che aveva da dire erano
di struttura eccezionale e d'altro canto egli sapeva che nessuna vera idea può
esistere senza le parole create appositamente. Sicché (per usare una similitudine
più calzante) il pensiero in apparenza ignudo domandava solo che gli abiti
che indossava diventassero visibili, mentre le parole appiattate lontano non erano
quei vuoti gusci che aspettavano, ma aspettavano soltanto che il pensiero che
già nascondevano dentro le riscaldasse e le mettesse in moto. A volte si
sentiva simile a un bambino a cui è stata consegnata una farragine di fili
elettrici con l'ordine di produrre il prodigio della luce. Ed egli la produceva;
e spesso non era nemmeno cosciente di come facesse a produrla; altre volte si
arrabattava a lungo coi fili seguendo quelli che avrebbero dovuto essere i sistemi
più razionali - senza approdare ad alcun risultato.
[Vladmir Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight]
Wilhelm: "Non voglio vedere niente di particolare prima di mettermi a scrivere.
Voglio solo ricordare. Tutto ciò che vedo per caso disturba l'affiorare
dei ricordi, e, perché possa scrivere, i ricordi devono giungere indisturbati
e precisi; altrimenti scriverei soltanto cose legate al caso".
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 41]
Se spirito e cultura potessero divenire (...) un bene comune, lo scrittore avrebbe
un compito facile; potrebbe dire sempre la verità per intero e non dovrebbe
evitare di dire il meglio. Ma così stando le cose, deve sempre mantenersi
ad un certo livello; deve considerare che le sue opere vanno nelle mani di un
pubblico eterogeneo ed è a ragione di ciò che deve guardarsi dal
dare scandalo con un'eccessiva franchezza alla maggioranza della brava gente.
[J. W. Goethe, J. P. Eckernann, Gespräche mit Goethe in den letzten Jahren
seines Lebens, Zürich 1948, p. 89]
È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare
la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità
e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede
in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità,
la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto
ad ogni indagine. Ma è l'ottimismo che se ne va sempre per ultimo, e che
dunque serve, sovente, di più lungo aiuto.
[Elio Vittorini, "Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948, da
E. Vittorini, Diario in pubblico, Bompiani, .....pp. 333-4]
Stesi i primi quattro capitoli e poi mi fermai. Non lo sapevo scrivere. Sentivo
che dovevo prima sfogarmi, dovevo esprimere qualcosa di molto soggettivo, di intimo,
prima di poter obiettivare. Dovevo insomma pagare un tributo alla giovanile esigenza
della confessione: ecco così Un uomo provvisorio che pochi ricordano, e
che io considero come un fatto personale, un'autobiografia mentale. Nel '35 ripresi
ancora Signora Ava, scrissi due o tre capitoli, ma rifiutai i precedenti, poi
lo interruppi di nuovo. Nuove esperienze, nella scuola e nel giornalismo (...),
in Italia e all'estero, soprattutto nell'Egitto (...). Nel '41 mi rimisi ancora
a Signora Ava dopo aver ripreso il primo capitolo del '29, e finalmente lo terminai
[La Fiera Letteraria, 9 gen. 1949, cit. da F. Jovine, Signora Ava, p. VIII]
Una pagina del taccuino, mentre Wilhelm scrive: "Non sono disperato, solo
annoiato e svogliato. Da due giorni non tiro fuori una parola. Ho la sensazione
che la lingua mi sia scomparsa dalla bocca. Nel sonno invece parlo tutta la notte,
dice la mamma. Vorrei diventare scrittore. Ma come è possibile, se l'umanità
mi lascia indifferente?"
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 9]
Wilhelm si appoggia allo schienale e parla da solo: "Forse
è vero anche questo: si vuole scrivere senza sapere cosa. Semplicemente
aver voglia di scrivere, come si può aver voglia di camminare. Si ha
bisogno non di scrivere, ma di voler scrivere. Uscire di casa, bere, mangiare.
Ma non scrivere, bensì voler scrivere... Allo stesso modo anche amare,
forse, non è un bisogno, come lo è invece voler amare... Voler
scrivere, voler amare: adesso vado di sopra".
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 58]
"Inizialmente devi buttare giù tutto come viene, senza preoccuparti
se questo tutto sia povero o diluito; limitati a buttare giù tutto e poi
dimentica l'intera cosa. Dopo un mese o due, a volte più a lungo (succederà
quando il momento è giusto), tira fuori il testo e leggilo da cima a fondo.
Allora vedrai che qualcosa non va bene, molto è superfluo e qualcosa manca.
Fai le correzioni e le note a margine e metti di nuovo via il manoscritto. Poi,
alla lettura successiva, fai altre note a margine, e se non c'è spazio
abbastanza, attacca al margine un pezzo di carta. Poi, se non è rimasto
spazio, prendi il testo e copialo di tuo pugno. [...] Ciò si dovrebbe ripetere
otto volte, secondo me. [...] Ulteriori revisioni e letture possono rovinare il
tutto; un artista lo chiama esagerazione. Naturalmente queste regole non possono
sempre essere osservate; è difficile. Io mi riferisco ad un caso ideale".
[D. Cievskij, "The composition of Gogol's "Overcoat""
in Gogol's "Overcoat": An Anthology of Critical Essays, Ardis, Ann Arbor,
Michingan, 1982, p. 37. Cit. in Nikolaj V. Gogol', Il cappotto e Il naso, Roma,
Tascabili economici Newton, p. 15]
"Da quando una volta, per quasi un anno, era vissuto immaginando di aver
perso il linguaggio, per lo scrittore ogni frase che scriveva e con la quale avvertiva
anche la spinta alla possibile prosecuzione era diventata un avvenimento. Ogni
parola che, non parlata, bensì in forma di scrittura, annunciava la prossima,
gli faceva tirare un sospiro di sollievo e lo ricollegava al mondo; soltanto con
questo felice annotare per lui cominciava il giorno, e poi, così comunque
pensava, fino al mattino seguente poteva anche non accadergli più nulla".
[Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore, Parma, Guanda, 1987, p. 5]
Ma poi, d'un tratto - questa parola detta alla leggera per una volta corrispondeva
all'avvenimento - egli perse il nesso misterioso noto a loro due soltanto, e subito,
in modo repentino e inspiegabile, seppe di aver perso anche l'aggancio per poter
scrivere la mattina seguente, che aveva creduto di essersi assicurato nel corso
del pomeriggio e senza il quale non poteva continuare il lavoro. Già gli
era balenata ogni singola frase, fino alla frase conclusiva - ormai si trattava
soltanto di trovare la successione giusta - e d'un tratto non c'era più
una parola che valesse qualcosa; anzi a ripensarci, tutto quello che aveva fatto
finora a partire dall'estate, e che nelle ultime ore gli aveva fatto drizzare
le spalle, fu annullato in un momento. In un primo momento lo attribuì
al fumo della bettola, che ostacolava non soltanto il respiro ma anche la fantasia,
e si recò alla toilette per concentrarsi al fresco, davanti alle piastrelle
ed all'acqua corrente. Ma anche lì in lui tutto rimase muto; l'opera, sentita
fino a un attimo prima come un arioso involucro, sembrava mai esistita; nello
specchio, il suo nemico.
[Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore, Parma, Guanda, 1987, pp. 62-3]
Il più grosso dubbio che mi assale quando mi accingo a scrivere qualcosa
è se sia già stata scritta o meno. cosa non è stato già
scritto, esiste un'idea, non so, un'immagine, una storia che nessuno ha ancora
raccontato? Difficile, assai difficile. Questo per me è un vero e proprio
terrore, che inevitabilmente mi porta a desistere dal cominciare qualsiasi 2avventura"
letteraria: è anche un bel pretesto, direi un nobile pretesto per nascondere
la mia maledetta pigrizia.
[Margherita Merone, Chat
Story, Michele di Salvo editor, Napoli 2000, p. 3.]
(...) [il] grande dubbio che secondo me assale sempre i grandi scrittori (e
soprattutto gli infimi come me): il timore di scrivere sciocchezze, storie banali,
insignificanti, noiose, in una parola: stronzate. Ecco, questo, è un
dubbio forte, ma forte forte, che mi sta assalendo improvvisamente, come se
mi fossi avvicinata troppo ad un caminetto con un bel fuoco ardente: non te
ne accorgi subito ma dopo qualche minuto ti senti invadere da un calore soffocante..è
una sensazione assai sgradevole, davvero: altro che tempo a disposizione, fantasia,
cultura, abilità! La verità è che a scrivere un libro o
qualcosa che gli somigli ci vuole un gran coraggio! Ma stavolta lo troverò,
e metterò nero su bianco. E quando il dubbio tornerà ad assalirmi,
facendomi avvampare dallo sconforto e dall'incertezza... prenderò una
boccata d'aria, e via! Mò è tempo proprio di cominciare.
[Margherita Merone, Chat
Story, Michele di Salvo editor, Napoli 2000, p. 4-5.]
Le frontiere di un libro non sono mai nette né rigorosamente delimitate:
oltre il titolo, i primi righi e il punto finale, oltre la sua configurazione
interna e la forma che lo rende autonomo, è catturato in un sistema di
rimandi ad altri libri, altri testi, altre frasi: nodo in una rete
[Michel Foucault, L'archeologia del sapere]
Come? tu sei ignorante, e scrivi? e stampi? - Come? tu sei ignorante, scrivi?
e stampi? - Ohe, spieghiamoci chiaro per intenderci bene. Io vi desidero tutti
ignoranti, e spero che lo siate pel vostro meglio: ma sciocchi, no: né
tanto inesperti del mondo da non capire che se tutti gli ignoranti non possono
essere autori, almeno gli autori sono quasi tutti ignoranti. Chi tiene in sì
alto prezzo i cenci per la carta? Tanti stampatori, e libraj, e compositori di
caratteri, e proti, e fattorini, e legatori, ecc. chi li fa vivere? Noi, se lo
permettete. Facciamo un conto largo che sopra ogni migliajo di libri (e quanti
mila se ne stampano in un anno!) 5 sieno ben fatti, utili, e perfino un poco duraturi:
ma altri 995 a chi sono da accreditarsi? all'ignoranza, che tiene ditta o colla
presunzione, o colla vanità. o colla frivolezza; più spesso colla
miseria, più spesso ancora con tutte insieme queste sue legittime sorelle.
Perciò, in onta a poche eccezioni, si può stabilire la seguente
massima: i dotti leggono, gli ignoranti scrivono, e la maggioranza sterminata
del genere umano o non sa o non vuol fare né una cosa né l'altra.
E quest'ultima legge provvidenziale è pur benefica: altrimenti, la pubblica
ragione subirebbe un vero cataclisma.
Io, non per vantarmene, ho contribuito la mia buona parte a quest'opera babelica
della stampa. Ho scritto in versi, ho scritto in prosa: in umile dialetto, e in
lingua illustre: ho trattato di scienze, ho trattato di frivolezze: né
occorre il dire che mi trovarono assai più grande nelle seconde che nelle
prime. Insomma ci ho messo buon cuore e perfino buona intenzione. È bensì
vero che altri lavorano assai più di me , e v'ha chi scrive in tre mesi
più di quanto io abbia scritto in vent'anni. Ma credereste che io patisca
l'invidia? patisco appena la compassione. Poveri diavoli! lasciateli sudare e
correre affannosamente lo stadio per tutto il giorno: quando mancano venti passi
alla meta, io spicco due salterelli arrivo pel primo. Con un libercolino smilzo,
pettegolo, petulante, pungente, si leva più rumore e scandalo che coi libracci
elaborati al lume della tisica lucerna. Le opere del genio non si stimano a quantità
ma a qualità: e io sono sempre il capo, almeno nell'ignoranza, che è
il requisito ottimo massimo, li vinco tutti.
[Giovanni Rajberti, Il viaggio di un ignorante, Guida, Napoli, 1985. pp. 29-30.]
Se volessi interpretare la parte dello Scrittore Figo, potrei dire che, come per
Michelangelo, anche per me il processo creativo avviene per sottrazione e non
per addizione; in altre parole, non parto dal solito foglio bianco ma da un foglio
nero, al quale gratto via l'inchiostro superfluo. In parte è davvero così.
Lo scrittore non inventa niente perché c'è già tutto nell'universo.
Deve solo essere attento a cogliere le sfumature, a non fermarsi alle facili apparenze,
a cercare di fissare ciò che è impalpabile ed evanescente. E' un
po' come addomesticare la natura, convincerla a scivolare nelle pagine di un libro.
Federigo Tozzi scrisse che "ai più interessa un omicidio o un suicidio;
ma è egualmente interessante, se non di più, anche l'intuizione
e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser
quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma
per raccogliere un sasso che vede e poi prosegue la sua passeggiata". Non
c'è bisogno di essere originali a tutti i costi, perché niente è
così nuovo e stupefacente delle piccole cose quotidiane.
[ Andrea Malabaila]
Le mie sensazioni dinanzi una pagina bianca:
Ora basta, devi incominciare a mettere giù qualcosa. Te lo stai ripromettendo
da tempo. Esattamente sono tre settimane che ti alzi, sorseggi il tuo caffè
bollente, fai brillare una Diana blu e rimani lì assorto in stato comatoso,
incapace a buttar giù unidea decente.
E così sono tre settimane che questo racconto rimane lì senza un
finale. Che poi te lo eri detto che il finale va cercato prima, in tempi non sospetti
che poi non si sa più a quale santo rivolgerti. Arrivi a convincerti che
poi un finale vale laltro, e che forse sarebbe tutto più bello e
semplice se i finali non ci fossero mai, che magari non è come te lo aspetti,
e rimani anche deluso.
Invece niente, tu certo delle tue qualità ti sei buttato incurante di tutto
in questennesima avventura, affascinato dalla convinzione che un uomo possa
vivere senza un canovaccio, una scaletta, uno straccio di idea di come possa concludersi
il tutto, fiero e sicuro che sia il messaggio il vero fulcro , neanche
fossi un messia, e che tutto il resto sarebbe stato elaborato dalla tua mente
in un batter di ciglia.
Invece no . Il messaggio cera, e i personaggi pure. Un paio risultavano
ben descritti, uno persino simpatico e un altro effettivamente autobiografico.
Alcuni dialoghi erano brillanti che ti compiacevi nella rilettura, un paio di
battute poi
.
Tutto sembrava filare per il verso giusto tranne quel finale che proprio non voleva
scoprirsi. Non che nessuna conclusione fosse affiorata ma dovesti ammettere che
quei tre polli che finalmente riuscivano ad aprire un scuola di ballo latinoamericano
non centravano un fico secco con una storia che parlava del dramma del lavoro
minorile! E che dire di quellaltro con un ufo che partiva alla volta di
Saturno con un carico di Camogli comprati allautogrill di Novara.
Niente, più ti sforzi di rimanere sul pezzo più la tua mente batte
strade diverse, entra in sensi unici, e prende rotonde alla francese nel senso
inverso.
Incominci ad alzare gli occhi verso il soffitto e stiracchiarti come un persiano.
Fai due greche sul foglio e incominci a scrutare lambiente circostante,
scansionando mentalmente oggetti visti mille volte, e soffermandoti sulla bruttezza
di quel ceppo di coltelli da cucina che tua madre ha preso con i punti del supermercato.
Inesorabile parte un tambureggiare sul pacchetto di sigarette finche ne estrai
una e tiri un bel sospiro di sollievo con filtro. Unora dopo ti alzi passeggi
tra la cucina e il soggiorno quasi a favorire la digestione di unidea e
incominci ad osservare quella stampa di Degas che hai regalato ai tuoi in uno
slancio di affettività e ti interrogo se oggi lartista avrebbe immortalato
le Letterine di Passa Parola, o avrebbe scelto un altro mestiere.
Dopo tre settimane di blocco totale non pretendi certo un finale col botto, una
conclusione che possa rimettere in discussione il tutto. Ti accontenteresti di
unidea divertente per chiudere questa storia, che quasi ti viene voglia
di mollare tutto, perché ti ricordi di avere altri impegni: Lesame
di Politica comparata a fine mese, portare la tua ragazza a passeggio, lavare
il cane che glielo hai promesso da un mese, e che non ne può più
di girare con quella caramella alla fragola attaccata al muso.
Basta! Un finale ti serve ed un finale avrai!
Devi concentrarti, sei sul rettifilo finale! raccogli le energie residue, sei
caricatissimo, iperdeciso a chiudere questa faccenda, quando senza che tu possa
opporre resistenza alcuna vieni rapito dalla luce ammaliante che fuoriesce dal
televisore. Ti trovi immerso in televendite di materassi e set di batterie per
cucina, avventure di Magnun PE, inseguimenti dei Chips, il preludio al tappone
di montagna del Giro, incapace, o forse indifferente al ritornare alla realtà
e soprattutto al tuo finale.
Macché , il finale era chiaro fin dallinizio, tua nonna che ti viene
a chiamare perché è pronto in tavola, e sono 4 ore che sei seduto
e non hai scritto una riga. Un finale che si ripete da tre settimane, che tu conosci
benissimo, e che forse volevi solo esorcizzare!
[Alessandro Betti]
...Per ridursi a scrivere non bisogna disporre d'altre altrenative. E cosi, chiuso
in quella stanza, segregato in quei diciotto metri quadri ingombri di quel che
era il mio presente, ma soprattutto di quello che era stata una parte considerevole
del mio passato, mi mettevo alla macchina dove restavo incollato per ore e ore
senza avanzare di una riga, e il foglio rimaneva bianco. Cominciai a bere. Di
buon mattino mi calavo con le stampelle per quelle rampe sdrucciole e rientravo
quasi subito con una boccia di whisky sotto l'ascella. Dopo intere giornate trascorse
ai margini del deserto, mi buttavo ubriaco sul letto fino al giorno dopo. Poi
una sera, improvvisamente, cominciai a battere, battere, battere senza riuscire
a tener dietro alla velocità del pensiero, proseguendo come un treno nella
notte e oltre.
[Aldo Ricci "IL TONTO", 2001 Germano Edizioni, pp.48 - 49]
Io scrivo
Mi sono chiuso nella mia stanza dopo averla svuotata di tutto: i posters, i quadri,
l'armadio, il letto e la sveglia. Ora le pareti della camera sono bianche e al
centro vi sono soltanto una sedia e un tavolo e sopra delle penne e dei fogli
bianchi.
Chiusa la finestra, la lampada illumina il tutto. Ne uscirò solamente dopo
aver scritto una storia.
Ma che cos'è questa scrittura di cui non posso fare a meno, che mi agita,
tormenta, stanca, ma poi mi rende felice?
Scrivere per me è stata una necessità ed è una necessità.
Adolescente iniziai a scrivere, poi non ho più smesso.
Mi fermo sulle parole, le fisso, poi le modello cercando un senso del reale.
Scrivo di sogni e di bisogni.
La memoria è il mio baule dove ci sono carte, cartacce impolverate, foto
strappate, anime lacerate, sorrisi, volti. Intorno al baule c'è il magma
creativo, l'immaginazione dalle mille ali.
Si può scrivere immaginando e creando le storie che sono dentro di noi.
Ognuno sa quello che deve scrivere, deve soltanto aspettare oppure decidersi.
Aspettare è un verbo che mi inquieta ma nello stesso tempo mi fa creare.
Mentre aspetto creo.
Decidersi è stare fermi su un foglio bianco e parlare di ciò che
detta il corpo; ciò che dentro si sente, si anima, si proietta verso un
luogo che è la scrittura.
Perché si scrive? Una domanda che non interessa più. Ora la cosa
più importante è scrivere sempre.
Scrivere è un atto di solitudine. È l'unico modo che possiedo per
battermi in questo mondo, per tentare di far sognare, riflettere, estraniarsi,
criticare qualcuno che ha deciso che la sua vita non è né un numero
né una cifra né una fogna.
La scrittura è un filo misterioso come la vita di ognuno di noi.
La scrittura è un dono? Sì, ne sono convinto.
Io inseguo le parole o sono le parole che inseguono me? Non ho risposte certe.
In me ho soltanto vocaboli, storie, descrizioni abbozzate, racconti interrotti
e poi ripresi, frammenti di poesie.
Ho bauli da svolgere, da aprire e tirarne fuori le storie.
Scrivere è una lotta con me stesso, per battere la pigrizia che mi attanaglia.
Scrivere mi rende ladro: rubo parole ad altri, immagini, volti, suoni, modifico
luoghi e li trasformo in altro.
Scrivere è rendere altro, non fare cronaca.
Scrivere non è ispirazione ma traspirazione.
I luoghi interiori corrono alla gola, si bloccano, portano con sé le urla,
le voci, le parole pronunciate in un attimo e in quel momento la mano non ha più
regole: queste tre dita prendono il sopravvento sulle altre e parlano da sole,
irriguardose di tutti e tutto.
La scrittura ti vuole tutta per sé e non accetta compromessi. Ha un solo
amante.
I soffioni della terra mi scatenano il verso, la paura della morte la prosa.
Così ascolto, tocco, odoro, gusto, vedo. Questo è scrivere.
La scrittura non mai imparziale; si schiera, si batte, non si vergogna e non mente.
Adesso chiudo gli occhi e guardo dentro: io scrivo.
[Carmine Federico]
Non potete scrivere a meno che non vogliate scrivere e non potete volerlo
a meno che non ve lo sentiate.
Da Scrittura creativa di William Burroughs
Gli scrittori cercano di creare un universo in cui hano vissuto e dove
vorrebbero vivere.
Da Scrittura creativa di William Burroughs
Uno scrittore non si preoccupa di fallimento o di successo, ma di soltanto
di osservazione e ricordo.
Da Scrittura creativa di William Burroughs
Era troppo bello che tutte quelle aste, quelle gambette, quei cerchi, quei piccoli
ponti messi insieme formassero delle lettere. E quelle lettere delle sillabe,
e quelle sillabe, testa a testa, delle parole. Non riusciva a capacitarsi! E che
alcune parole gli fossero così familiari, era qualcosa di magico!
Mamma, per esempio, mamma, tre piccoli ponti, un cerchio, una gambetta, risultato:
mamma. Come riaversi da un simile prodigio?
Bisogna cercare di immaginarsi la cosa. Si è alzato presto. È uscito,
accompagnato appunto dalla mamma, sotto una pioggerellina autunnale [
] Si
è rintanato sotto il portico, oppure si è buttato nella mischia,
dipende, poi tutti si sono ritrovati seduti dietro a banchi lillipuziani, immobilità
assoluta e silenzio, tutti i movimenti del corpo irrigiditi nel tentativo di controllare
lo spostamento della penna in quel corridoio dal soffitto basso che è la
riga! Lingua fuori, dita intorpidite e polso rigido
piccoli ponti, aste,
gambette, cerchi e piccoli ponti
[
]
Insomma un bel mattino o un pomeriggio, con le orecchie ancora ronzanti del frastuono
della mensa, eccolo assistere al silenzioso sbocciare della parola sulla pagina
bianca, li davanti a lui: mamma.
Certo, l'aveva già vista alla lavagna, l'aveva riconosciuta più
volte, ma lì, sotto i suoi occhi, scritta con le sue dita
Con voce prima incerta, recita le due sillabe separatamente: "Mam-ma".
E d'un tratto:
"Mamma!"
Questo grido di gioia celebra l'esito del più gigantesco viaggio intellettuale
che si possa immaginare, una sorta di primo passo sulla luna, il passaggio dall'assoluto
arbitrario grafico al significato più carico di emozione! Piccoli ponti,
gambette, cerchi
e
mamma! È scritto proprio lì davanti
ai suoi occhi, ma è dentro di lui che sboccia! Non è una combinazione
di sillabe, non è una parola, non è un concetto, non è una
mamma, è la sua mamma, una trasmutazione magica, infinitamente più
eloquente della più fedele fotografia, eppure nient'altro che qualche piccolo
cerchio, qualche ponte
ma che d'un tratto - e per sempre - hanno smesso
di essere se stessi, di essere niente, per trasformarsi in questa presenza, questa
voce, questo profumo, questa mano, questo grembo, questa infinità di dettagli,
questo tutto così intimamente assoluto, e così assolutamente estraneo
a quel che è tracciato lì, sui binari della pagina, fra le quattro
pareti dell'aula
Daniel Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 31-3.