Sul valore letterario
disguidi&diatribe
di Francesca Pacini
“Questo sì che è un bel romanzo”. D’accordo.
Ma… perché?
L’importanza della motivazione è fondamentale. Non solo quando
si tratta di argomentare – mettiamo in una redazione – una scelta
favorevole o meno alla pubblicazione di un romanzo, di un racconto, di una
poesia…Questa premessa è necessaria proprio perché chi
fa della “motivazione” un elemento basilare è agevolato
nella vita, e non solo nella professione (editoriale o letteraria, in questo
caso) perché questo atteggiamento diventa un’attitudine fissa,
una forma mentis attraverso la quale impariamo a discriminare senza pre-giudizi.
Io lo chiamerei, comunque, un esercizio dell’intelligenza. E’
facile lodare o stroncare qualcosa, molto più difficile – invece
– è…”accorgersi” dei perché. Intendo
le motivazioni profonde, quelle che determinano il giudizio. Che devono essere
separate, poi, in parametri oggettivi (per quanto sia possibile, per l’uomo,
avvicinarsi all’oggettività, come anche alla perfezione) e proiezioni
soggettive con le quali “coloriamo” – toni radiosi o repellenti
– il nostro commento su qualcosa (ma vale anche per il…qualcuno).
E’ importantissimo essere consapevoli di questi diversi atteggiamenti
e delle loro intersecazioni. Dunque quando esprimo un giudizio su un film,
su un libro, su un dipinto che sia, è meglio argomentare i perché,
e non limitarsi a quel “sì”, “no” con cui spesso
si liquida qualcosa. Questa è una buona palestra che vale per tutti,
ho detto prima, che diventa davvero preziosa per chi lavora in un contesto
editoriale, letterario, culturale e deve quindi elaborare il giudizio sul
valore di un’opera. Attenzione alle proiezioni personali, quindi, che
creano una sorta di ancoraggio emotivo a una storia, un personaggio, una scrittura.
Che rischia di far smarrire quella lucidità necessaria che innanzitutto
deve tener conto del valore letterario del romanzo. Un caso a parte, ovviamente,
è quello in cui ci sono politiche editoriali precise, e dunque l’adesione
a un certo tipo di narrativa, peculiare, caratterizzata, dotatata insomma
di un’identità specifica. Lì è più semplice…perché
esiste una collana “ideale” con punti di riferimento precisi,
che corrispondono a un gusto letterario che allora sì, in quel caso,
tiene conto della vicinanza “ideologica”, “romantica”
con quel tipo di romanzo piuttosto che un altro. Le famose “affinità
elettive” di goethiana memoria, insomma, diventano affinità editoriali.
Quando invece non c’è un riferimento preciso, ci si muove con
libertà e…rigore. Vale anche per una rivista che deve decidere
quale racconto selezionare in mezzo a una vasta folla di materiale cartaceo.
Perché rigore? Perché bisogna separare, appunto, la nostra proiezione
identificativa (o allontanante, che è la stessa cosa) per cercare di
mettere a fuoco il valore letterario. Quali parametri devo utilizzare? Beh,
la risposta non è difficile: la forma e il contenuto. L’abilità
sta nel discriminare senza faziosità di sorta. Non “politicizzare”
uno scritto, quindi. Come? Cercando di essere più flessibili e aperti
possibile. Più letterature si frequentano, più attendibile diventa
il commento. Oddio, non possiamo conoscere tutta la narrativa del mondo, altrimenti
avremmo letto la famosa Biblioteca di Babele descritta da Borges! Ma conoscere
più stili, più generi, aiuta sicuramente ad acquisire una maturità
letteraria che permette di muoversi con competenza e soprattutto con riferimenti
narrativi che confortano i giudizi redazionali espressi. E la loro “attendibilità”.
La base, lapalissiana ma spesso ignorata, resta comunque la capacità
di essere un buon lettore. Al di là dei libri letti, è la qualità
della nostra attenzione, il modo in cui li abbiamo attraversati, interiorizzati,
“sentiti”, vissuti. Non a caso, sempre lo stesso Borges (che è
uno dei miei autori preferiti, si sarà capito) in un saggio marca l’importanza
del lettore, senza il quale né un autore, né un libro, esisterebbero.
Il libro, secondo lui, vive e compie la sua esistenza quando viene attraversato
dal lettore. Ecco perché, prima ancora di questi requisiti necessari
per un giudizio professionale sulla qualità letteraria, bisogna tornare
– e tornare, e tornare ancora – a interrogarsi sulla capacità
di essere dei buoni lettori.
Ancora un ultimo spunto su cui riflettere: quando i giornali parlano di best
seller, spesso paragonano fra loro libri completamente diversi, mettendo insieme
il best seller anglossassone (Follett, Grisham, Cornwell ecc…) e la
letteratura sofisticata, fatta di stili e tematiche completamente diverse
(Eco, Kundera, Tabucchi ec…). Ma è come mettere insieme la cipolla
con la cioccolata. Non si possono fare raffronti, perché una è
letteratura di genere (legal thriller, spionaggio, effetti speciali) che raduna
un ricettario piuttosto codificato, l’altra è letteratura che
punta sulla profondità e che raduna tendenze diverse, senza una matrice
comune al di fuori di una raffinata ricerca stilistica e contenutistica. Non
possono essere accomunate perché sono diverse, e rispondono a esigenze
diverse. Ma questa è un’altra storia. Ne parleremo la prossima
volta.
Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL
segnalibro
Francesca Pacini è anche curatrice dei corsi
professionali nel campo dell' editoria e di redattore web.
segnala
questo articolo ad un amico
stampa
inviaci un commento a questo articolo