ISTANTANEE DI CRISI
Due rapporti di fine anno sullo stato dell’editoria italiana descrivono un settore agonizzante.
E ha farne le spese sono, ovviamente e prima tra tutti, i più piccoli.
di Giuliano Boraso

Le fiere, si sa, a prescindere da quale sia il settore merceologico per cui vengono allestite, sono l’occasione più propizia per radunare intorno a un tavolo gli esperti e gli operatori di un dato ambito di mercato e discutere su come vanno le cose, attraverso (spesso noiosissime) relazioni, bilanci, convegni, ecc. ecc.
Ovviamente, accade così anche per le fiere del libro: eserciti di editori si incontrano, in Italia e all’estero, e – dati alla mano – puntualmente dicono che le cose vanno male. Non c’è santo che tenga: se si parla di libri, in Italia, non si può prescindere dal dire che l’andazzo è brutto, libri non se ne leggono, “è tutto un magna magna… si salvi chi può!”.
Non ci credete? Allora diamo un’occhiata a due documenti pubblicati sull’autorevole sito dell’Associazione editori Italiani (www.aie.it) e stilati in occasione delle ultime edizioni di 2 importanti, anche se differenti per dimensioni e peso, appuntamenti fieristici editoriali: la Buchmesse di Francoforte e la Fiera della piccola e media editoria di Roma (4-8 dicembre 2003).
Due istantanee, due fotografie: la prima, intitolata Lo stato dell’editoria in Italia, ci racconta come sono andate le cose nel 2002 e nel primo semestre 2003 nel nostro Paese per ciò che riguarda il mercato del libro. La seconda istantanea restringe invece il campo al settore dei cosiddetti piccoli e medi editori indipendenti, quelli che – detto per inciso – si lamentano di più e a ben ragione, schiacciati come sono dalle logiche oligopolistiche del mercato editoriale italiano.

Trattasi di due documenti piuttosto noiosi (anche se, fortunatamente, piuttosto brevi), pieni di numeri, percentuali, cifre; ma allo stesso tempo, piuttosto utili per capire di che vita vive l’oggetto libro in Italia. Riassumiamone, quindi, i tratti principali.
Lo stato dell’editoria in Italia. La fotografia del 2002: cifre e tendenze ci dice che rispetto all’anno precedente la percentuale della popolazione italica tra i 18 e gli 80 anni che afferma di aver acquistato almeno un libro nell’arco di 365 giorni è ferma al 33% (e le cose non sono mutate neppure per ciò che riguarda il primo semestre 2003). Dati pressoché identici a quelli del 2001 e che potrebbero essere interpretati mediante una sola parola: stagnazione. Quella che invece pare sensibilmente aumentata è la percentuale di bambini e ragazzi tra i 5 e i 13 anni che dichiara di aver letto almeno un libro non scolastico nei 12 mesi precedenti (67%).
Permane un certo squilibrio nord-sud, così come è confermato il predominio delle lettrici donne rispetto ai maschietti (46,1% contro un modesto 35,3%). Altre tendenze confermate: la maggiore diffusione della lettura nei grandi centri urbani piuttosto che in periferia (dato che sembrerebbe testimoniare la rilevanza acquisita dai grandi multistore cittadini) e una sempre più marcata tendenza alla lettura “occasionale” (calano i “lettori forti” mentre il 48,1% della popolazione legge non più di 3 titoli all’anno). Dati nel complesso piuttosto sconfortanti che incidono su una crescita complessiva del settore che si aggira intorno a un desolante 1,1%.

Se poi restringiamo il campo di osservazione ai soli piccoli e medi editori, le cose si fanno se possibile ancora più preoccupanti: ce lo racconta La fotografia della piccola e media editoria in Italia, relazione che ha inaugurato la IIª edizione di Più libri più liberi. Il settore dei piccoli-medi editori rappresenta oggi circa il 32% del mercato editoriale (880 le imprese stimate), con un giro di affari in leggera crescita ma pur sempre al di sotto degli standard europei e delle previsioni.
Due sono i dati che più di tutti impressionano:
1. il venduto medio per titolo nei 12 mesi successivi all’uscita del libro si aggira intorno alle 1.900 copie a titolo;
2. il 73% degli editori dichiara di essere presente con i propri titoli in meno di 500 librerie!

Due dati che, letti uno di seguito all’altro, testimoniano di una reale difficoltà di accesso ai canali di vendita, logica conseguenza della distorsione del mercato editoriale italiano, dominato da tre concentrazioni che detengono oltre l’80% delle quote di mercato. Una propensione alla concentrazione che tende a estendersi sempre di più e che riguarda non solo la proprietà dei marchi, ma altri due anelli forti della filiera editoriale: la distribuzione e i canali di vendita (ossia le librerie).
A questa preoccupante situazione Enrico Iacometti, presidente del Gruppo piccoli editori di varia dell’Aie, propone come rimedio la via della coalizione, sul modello delle piccole e medie aziende appartenenti ad altri settori merceologici. L’idea alla base di questa strategia è piuttosto semplice e lapalissiana: l’unico modo che i “piccoli” hanno di sopravvivere e difendersi dalla minaccia dei “grandi” è quella di unire il più possibile forze ed energie, mettere da parte piccole gelosie e invidie, e collaborare insieme in maniera sempre più assidua e continua per acquisire spazi di manovra sempre più grandi e visibili dal grande pubblico, che poi tanto grande non è.
Uniti nella propria indipendenza e nella propria identità, uniti per competere percorrendo la ricerca di strategie fondate sulla collaborazione e sulla condivisione degli obiettivi e delle iniziative attraverso le quali perseguirli.

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