Scrivere: il punto sulla punteggiatura.
di Francesca Pacini
Scrivere non è facile, come non è facile saper leggere. L'Italia
è popolata di aspiranti scrittori; ci sono quelli "domestici",
ovvero diaristici, quelli che scrivono per sé stessi, ma pure - e sono
la maggioranza - autori in cerca di pubblicazione.
Poi c'è chi scrive lettere commerciali in azienda, chi annota la lista
della spesa, chi imperversa con gli sms, chi usa la email per scambi epistolari.
Ancora, tesi di studenti, ricerche universitarie
Insomma, dalla prosa
più semplice ai virtuosismi stilistici, la scrittura accompagna la
nostra vita. Gli italiani, però, hanno qualche risaputo problema con
i verbi (condizionale al posto del congiuntivo, ad esempio) ma hanno un problema
conflittuale soprattutto con la punteggiatura. Virgole spruzzate sul foglio
alla cieca, in eccesso o in difetto, inondazioni di punti esclamativi e quant'altro.
Chi legge dattiloscritti di giovani autori che aspirano alla pubblicazione
lo sa molto bene. Chi lavora in una (seria) agenzia letteraria lo sa molto
bene.
Partiamo dalle virgole, cercando di temperare le rigidità formali della
grammatica classica. Già, perché le virgole non sono rigide,
statiche, ma si evolvono con l'evolversi del linguaggio. C'è la "rottura"
di certe regole grammaticali e sintattiche - regole che vanno conosciute,
comunque.
La virgola ha una funzione importantissima nel linguaggio, ne sostiene l'armonia,
giova al ritmo. Se la lingua può essere considerata come una sinfonia
musicale, è la punteggiatura a segnare le ottave. Troppo spesso trascurata,
maltrattata, inserita a caso qua e là. E invece è importante
saperla usare bene, perché non è solo uno sbaffo fra due parole.
Un buon consiglio è quello di riflettere sulle pause che mettiamo parlando,
oltre, ovviamente, all'attenzione nel leggere i libri e i giornali. Così
si migliora la sensibilità. Basta fare attenzione al suo utilizzo,
e considerarla come parte integrante della lingua italiana, sia parlata (e
qui è invisibile ma se ne "avverte" l'importanza) che scritta.
Inoltre, ora si può inserire la virgola dopo un avversativo, cosa che
sconsiglia la grammatica "tradizionale". Dunque sì al "Era
lei, ma non la riconoscevo" E anche a "C'era lei, e c'era tutta
una folla intorno".
E chi agita la bacchetta del professore considerandoli come errori, è
rimasto legato a costruzioni anacronistiche.
Oggi, ad esempio, si tende ad eliminare quella fastidiosa "d eufonica"
che, a meno che non ci si trovi davanti a due vocali (ed Elena, ad Ancona)
viene abolita volentieri sia da scrittori che da giornalisti. È una
questione di pulizia fonetica della lingua, scorre meglio, è più
agile.
Per quanto riguarda il punto, invece, si può passare da frasi elaborate,
con principali e subordinate, che all'utilizzo frequente del punto in frasi
brevi, di taglio giornalistico (o meglio, cronistico). Altro problema è
l'uso scriteriato del punto esclamativo, responsabile di un'enfasi fastidiosa
e spesso inopportuna. Il semplice punto è molto più forte, lo
diceva anche Raymond Carver, affermando che "nulla trafigge più
di un punto".
Ecco, queste piccole riflessioni per stimolare nei lettori - e scrittori -
l'importanza di dettagli che
dettagli non sono.
(Francesca Pacini)
Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro
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