Pessimi lettori pessimi scrittori
di Francesca Pacini
L'editoria è cronicamente in crisi, ormai. Al di là di facili
speculazioni socio-culturali (internet, la televisione, il consumo rapido
e superficiale etc
), è necessario constatare come l'Italia sia
afflitta da un disamore per la lettura, disamore che affonda le sue radici
nella scuola. Lungi dal fare una critica generale e dunque necessariamente
banale, vorrei però soffermarmi su alcune pecche del sistema accademico
che si trascinano poi, con insofferenza, nel mondo degli "adulti".
E che influenzano quel 50% di italiani che non leggono più di un libro
all'anno, come pure quelli che, pur leggendo, non riescono a concentrarsi
su letture originali, innovative, ripiegando sul ricettario del best-seller
per un pronto consumo, unica via di fuga dall'idea di una letteratura "pesante",
noiosa, opprimente. La passione per la lettura è un fuoco che brucia
ma che ha bisogno di essere attizzato da stimoli esterni, come quelli offerti,
appunto, dall'ambiente scolastico. E' negli anni dell'adolescenza che prende
forma, o comunque si affina, il gusto di leggere, di cogliere le sfumature
narrative, di toccare e immaginare quei personaggi di carta e parole, entrando
nella finzione letteraria con incanto e voglia di investigare. Purtroppo,
però, quei personaggi e quelle storie restano spesso - appunto - fatti
di carta e parole, senza la possibilità di un incontro "vero"
con il lettore. Questo perché le definizioni del contesto storico,
la biografia dell'autore, le inchieste strutturali sul testo che lo sezionano
chirurgicamente per incasellarlo fra sintassi e figure retoriche ne uccidono
"il soffio vitale", quell'approccio immediato, epidermico (quel
"brivido sulla spina dorsale", direbbe Nabokov) che abbaglia il
lettore prima ancora che cominci a individuare valenze e appartenenze letterarie.
Manca, insomma, una "didattica della lettura" che non parta da pedisseque
citazioni antologiche ma che, prima di tutto, faccia assaporare al lettore
il brivido di una insana passione, quella per i labirinti infiniti segnati
dall'arte alchemica e combinatoria delle parole in cui si muove la narrazione.
Non si capisce poi (o meglio, si capisce, purtroppo, ma non è questo
il contesto per tali osservazioni) perché la letteratura italiana si
arresti al Manzoni, al romanzo imponente di impronta ottocentesca. Solo qualche
timido accenno a Pavese, se va bene, e poco altro. Dove sono Pasolini, Pavese,
Moravia, Calvino? Già, Calvino. Qui sfioriamo un altro paradosso: l'assoluta
indifferenza per il racconto a favore della venerazione spasmodica, liturgica,
del romanzo di tre -quattrocento pagine. Quello, insomma, imperante fino alle
soglie del secolo scorso.
A scuola - e non solo - il racconto in Italia è considerato letteratura
di "serie B", a nulla valgono i contributi mondiali di Poe, Cecov,
Borges e altri illustri autori. Non è un caso che l'editoria, proseguendo
nella traccia dell'invisibile filo rosso che collega la scuola alla cultura
"degli adulti", pubblichi svogliatamente i racconti, attenendosi
ai nomi "noti" che scongiurano l'ombra di un insuccesso. Se manca
l'educazione alla cultura del racconto, è ovvio che il romanzo la fa
da padrone. Come non è un caso che gli aspiranti scrittori, ancorati
al romanzo ottocentesco letto (?) sui banchi di scuola, si presentino in un'agenzia
letteraria con opere di mole proustiana. Se non si è bravi lettori,
è difficile essere poi bravi scrittori. E qui torniamo alla latitante
"didattica della lettura". Tra Alessandro Manzoni e Alessandro Baricco
c'è più di un secolo di letteratura, con i cambiamenti, le innovazioni,
le scoperte e le inversioni di stile
Eppure, nell'immaginario collettivo
la struttura del Romanzo italiano, quello con la r maiuscola, si aggira nei
paraggi del Manzoni. Per carità, un grandissimo autore, su cui però
ci si attarda per quasi un anno a scapito di altre meraviglie della narrativa.
Ecco perché il libro è spesso un oggetto distante, distante
come sono quei banchi di scuola, una volta cresciuti. Prima ancora di essere
materia di studio, un romanzo è semplicemente un romanzo, se "semplice"
può definirsi l'universo magico di una costruzione, una finzione che
in uno spazio definito dalle parole ci introdurrà in un altro mondo.
Purtroppo, la cultura - e di conseguenza la lettura - troppo spesso è
stata considerata un "cenacolo per pochi eletti", quasi un'iniziazione.
Eppure il contagio con un romanzo può colpire qualunque lettore; molti
di più sono quelli che potrebbero "ammalarsi" ma che non
hanno ricevuto la corretta "esposizione" al virus della lettura.
La scuola ha un ruolo fondamentale, lo ribadiamo, in questa carenza, ce l'ha
soprattutto per la superficialità con cui tratta la letteratura moderna
e per l'irrigidimento di un romanzo in caselle predefinite, utilissime in
un contesto di studio ma subordinate alla forza dirompente della narrazione,
prima ancora di studiare l'autore e la corrente in cui si innesta. Di qui,
cattivi lettori e cattivi scrittori. Un ritorno alla letteratura con la curiosità
e con quel senso di meraviglia che ci scorta quando siamo bambini, e che abbatte
ogni distanza e barriera, aiuterebbe forse a sentire meno lontani quei libri
e quelle parole. Avvicinandoci anche a una letteratura contemporanea troppo
spesso giudicata "a priori" come scadente rispetto ai grandi classici.
Spulciando spulciando, senza pregiudizi, qualche bacillo letterario può
abbattersi su un lettore. Che può ancora ammalarsi, e innamorarsi.
Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro
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