Cristina Ventrucci
Teatro: la libertà di non esistere
La differenza tre giornalismo e letteratura, ci ha detto Wilde, è la
seguente: " Il giornalismo è illeggibile. La letteratura non è
letta". Ponendomi a riflettere su certe problematiche della società
teatrale contemporanea, sposto di poco il gioco: quale è oggi la differenza
tra informazione e critica teatrale? Una prima risposta potrebbe essere: l'informazione
non conosce. La critica non è riconosciuta. Per quanto, se nell'aforisma
di Wilde l'accusa sembra andare in gran parte al lettore, o al pubblico, qui
s'individua invece una malattia intrinseca alla stessa sfera culturale e politica
che s'intende indagare. Se l'informazione teatrale proposta dalle testate
giornalistiche risponde ai criteri di una ben vestita superficialità,
scandagliando solo i falsi segreti del gia noto, facendosi dunque strumento
commerciale anziché conoscitivo, la critica stenta a venire allo scoperto.
Secondo una problematica che vede la critica ora non essere pubblicata - è
noto ormai, purtroppo, la denuncia della cronica mancanza di spazio dato al
teatro nelle pagine della stampa nazionale - ora invece non assumersi in pieno
il proprio ruolo, quello del rischio, dello sguardo che punta lontano e che
scommette, è il teatro, infine, a risultare suo malgrado illeggibile.
Illeggibile è l'informazione-promozione, legata ai lanci di ufficio
stampa, spesso ricalcata su di essi, mai autonoma, talvolta poco competente,
in preda al gusto e incapace di creare sano interesse. Illeggibile è
certa critica che, anche quando trova spazio, non sempre dimostra di aver
messo a punto un linguaggio, uno strumento, un genuino motivo di scrivere.
Illeggibile è infine il futuro dell'arte se chi è chiamato a
occuparsene ha la debolezza di lasciarsi invece sedurre dal passato, l'ansia
di affrettarsi a stabilire origini sancire appartenenze. Fatta eccezione del
lavoro encomiabile di Rai 3 - che spazia largamente nei territori del teatro
tra materiali e collegamenti, tra approfondimento e cronaca con attenzione
al nuovo, fino a sperimentare le forme più alte di drammaturgia radiofonica
- questi sono gli anni in cui mass media, se adottano la parola "arte"
è per parlare di un museo, o di un restauro, oppure per inserirla nelle
categorie di un nuovo quiz formato americano. Questi sono i decenni in cui
della parola "cultura" si sono impossessati gli assessori e gli
"operatori" interinali. Ed è il millennio che non sa più
dove siano nascosti gli intellettuali, ovvero " il sale della terra"
i cani da guardia della società, i pionieri dell'avvenire, gli ingegneri
dell'anima. Lo spazio critico è legato del resto per propria natura
alla libera iniziativa dell'auto produzione. Vi sono maestri in questo campo,
pochi, pochissimi, grandissimi, che si sono fatti carico di colmare lacune
editoriali enormi, di creare spazzi mentali, allargando i confini geografici,
drammaturgici, sventrando a ogni appuntamento i dogmi con visionaria ispirazione.
Ci insegnano che fuori dal compromesso si ha il vantaggio della libertà
di pensiero. Ma se a questo vantaggio, di tutta risposta da parte della società
teatrale, c'è il silenzio, oppure, nella migliore delle ipotesi, lo
scontro; se la possibilità di un lavoro comune va interamente a impegnarsi
in minuscole corporazioni, in alcuni casi addirittura monologanti, di quale
libertà stiamo parlando? Della libertà di non esistere? "Cristallizzatevi
e sarete qualcuno" è stato detto. In questa odissea preferisco
chiamarmi Nessuno, applicare questa "meravigliosa facoltà di opporsi"
che il senso critico mi offre e che il teatro m'impone.
L'ultimo decennio teatrale ha nutrito speranze. Abbiamo assistito e in qualche
modo partecipato al determinarsi di una congiuntura a dir poco favorevole,
ovvero a una rinnovata curiosità critica parallela al nascere di una
nuova generazione teatrale. Qualcuno nell'osservatorio ha esercitato il coraggio,
qualcuno lo esercita costantemente, qualcun altro non avendo tale dote mette
in circolo astio personale o diffidenza congenita.
L'ingranaggio del mondo va avanti così, chi produce ruggine, chi con
pazienza o imprecando provvede a oliare. Alcuni teatri ed enti hanno risposto
con propria intraprendenza alle sollecitazioni della critica, qualche nucleo
artistico aveva a sua volta fertilizzato il terreno per la nuova coltura,
sono nate altre identità, che l'Europa ha saputo presto ammirare. Il
fenomeno è ciclico, ma è proprio con questa ciclicità
che si entra in conflitto e anche chi, in tempo di sua vita, ha potuto verificare
una generazione, non ha poi saputo accoglierne un'altra. A me piace rileggere
le "cronache" di un maestro che sollecitava, gia negli anni '70,
l'arte dello spettatore a questo andamento, alla necessità di ripartire
ogni volta, a spostare sempre l'attenzione e a disporsi in allenamento verso
il futuro incombente." Tutti questi gruppi (e altri ancora in stato d'emergenza)
sono rapidamente maturati in virtù di una coesione di fondo e di una
sintonia di richiamo, attirando l'attenzione e l'intervento di studiosi, di
intellettuali, di artisti, di scrittori e assorbendo intorno a se consensi
sempre più ampi e più intensi. Così essi anno potuto
sopravvivere a rassegna con particolari definizioni, e a pressioni di politici
e di intellettuali desiderosi di appropriarsi di esperienze vitali dal punto
di vista comunicativo e di consenso; e in un certo senso hanno messo a tacere
o comunque resi innocui critici che ne avevano ostacolato lo sviluppo e anche,
magari, ne avevano mondanamente fiancheggiato l'apparizione; legandosi strettamente
al loro pubblico, ai loro coetanei, e non solo, e dividendone riferimento
culturale, non per bassa mitologia, ma per assedio puro e semplice.
Gli spettacoli, le pratiche di quei gruppi rimandano a molti particolari,
autonomi, la loro sfilata dando luogo a un paesaggio italiano e in essi esistendo
una difesa della propria origine e un insediarsi al di dentro del lavoro contemporaneo".
Questo scriveva Giuseppe Bartolucci circa vent'anni fa riferendosi a un panorama
teatrale che andava dal Beat 72, ai Magazzini e Falso Movimento fino agli
"ultimi", allora della Raffaello Sanzio ("e altri ancora in
stato d'emergenza").
La stessa biologia artistica individuiamo oggi nel nuovo ciclo di gruppi,
che abbraccia Motus come L'impasto, Libera Mente come Teatrino Clandestino,
Fanny & Alexander come Accademia degli Artefatti o Egum Teatro o il Laboratorio
di Domenico Castaldo. Biologia che anche in questa primavera si compone di
una chimica esplosiva, esplora senza cautela i confini del teatro, proponendo
in altri campi, con il gesto di chi per allacciare cognizioni filosofica e
impatto popolare, codice contemporaneo e disciplina dei maestri, assume in
prima persona il senso critico. Ne risulta l'urgenza di ritemprare il rapporto
fra artisti e osservatori, stringendo nuovi modi fra teatro e critica, in
un idea di teatro che uccide quella di genere e disperde la temporalità.
Il timore è però che, quella che ci aspetta, più che
una nuova fase di restaurazione, sia un ingresso nell'oblio: ignoranza è
al governo e la Polizia ha ricominciato a picchiare; ignoranza è all'opposizione
e gli intellettuali sono rimasti in pochi a denunciare. L'esercizio critico
è un lusso che questa società non vuole permettersi, uno specchio
in cui non vuole guardarsi. La critica teatrale stessa del resto non è
avulsa da segni di pigrizia, o da deliri d'onnipotenza. Il vuoto che viene
a crearsi internamente al mondo dell'arte scenica, con ripercussioni su tutto
ciò che ad essa è legata - per esempio la vita culturale di
un paese, - è un vuoto di relazioni e di confronto teorica, di collegamento
fra alto e basso, di forza. Un vuoto di spazio dell'azione, oltre che un vuoto
d'ironia. E se esiste ancora, in uno stato di solitudine, una verità
della critica, "la nostra società che non vuol nient'altro se
non ciò che già possiede, un certo benessere, una certa paura,
che bisogno può avere di un linguaggio, cioè del teatro?".
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