Lettera aperta
di Luca Musella

Cara NonSoloParole,

Sono un fotogiornalista e mi chiamo Luca Musella.

Vi scrivo per farvi una confessione.

Premessa:

Molti fotoreporter, me compreso, stanno attraversando una profonda crisi d’identità. Crisi simile a quella che l’avvento della fotografia causò nella pittura all’inizio del 1900. Come sappiamo molti artisti, soprattutto i meno noti, persero la clientela o si trasformarono in fotografi. L’astrattismo e le avanguardie ridiedero lustro, danaro e ruolo ai pittori.

Oggi sta avvenendo qualcosa di simile nel fotogiornalismo. Il mondo della cultura punta su ottimi fotografi di ricerca e i vecchi fotoreporter non hanno più una loro centralità. Le mostre, i cataloghi e le recensioni sono esclusivamente appannaggio dei fotografi cosiddetti artisti, ossia quelli che campano fotografandosi metaforicamente i piedi.

In questo hanno contribuito le nuove tecniche digitali, che consentono a chiunque di raggiungere un risultato “pubblicabile”. La creazione di potenti network internazionali che impongono pochi nomi, sempre gli stessi, nelle redazioni di tutto il mondo. La crisi economica e la piattezza contenutistica della maggior parte dei nostri giornali.

A me, tutto sommato, è andata bene. Adesso lavoro come operatore video e faccio il fotografo di scena: musica, teatro e cinema.

Confessione:

In questa ricerca d’identità mi è venuta in soccorso la scrittura. Ho iniziato per caso, raccontando alcune storie che mi sembravano interessanti. Era solo un pretesto per tentare di illuminare le zone d’ombra che la mia debolezza andava creando. Lentamente il narcisismo ha preso il sopravvento, ed ho iniziato a concepire l’idea di rendere pubblico questo vizietto. Voi stessi avete coraggiosamente dato spazio a qualche mio delirio.

Per rendere più limpida questa confessione diamo una cosa per scontata:

Come scrittore non sono un granché, arruffone e grammaticalmente scorretto.

Ho preso le informazioni da vari siti web e librerie ed ho iniziato a spedire il “maloscritto” in giro. Molti editori non mi hanno mai risposto. Eroi di cui avevo letto prove di mirabolante coraggio, non hanno avuto il tempo di scrivermi un e.mail del tipo: “Lei, caro Luca, sarà anche un brav’uomo, ma come scrittore è una pippa”.

Quattro mi hanno scritto delle cortesi lettere di rifiuto alle volte accompagnate da un libro in regalo e sempre dal discreto consiglio di occupare il mio tempo in modo diverso.

Marcello Baraghini di Stampa Alternativa, ad esempio, mi ha inviato il libro di Miriam Bendia e Antonio Barocci “ Editori a perdere”, per mettermi in guardia. Libro divertente e indispensabile a chi, senza santi in paradiso, si accinge a voler pubblicare.

Gli altri, più della metà degli editori contattati, mi hanno chiesto danari.

Si va dai quattromila seicento euro, non è un errore di battitura, ai cinquecento, passando per rateizzazioni e postdatazioni, più o meno convenienti. Per tutti era l’immane altezza del mio lavoro letterario a spingerli ad una pubblicazione, mentre il contributo scaturiva dall’immane pochezza dell’italico lettore, non ancora avvezzo alle siderali acutezze raggiunte dal sottoscritto. Naturalmente il mio Terra, colore e novalgina, non vedrà la luce, almeno a queste condizioni. Ma il punto è un altro. Questa odiosa forma di strozzinaggio è diventata una regola, al punto che alcuni amici intellettuali, mi hanno consigliato di pagare. In effetti, gli editori a “scrocco”, sono invitati alle fiere, vedono i propri libri recensiti dai maggiori giornali, hanno un ruolo. Quanti libri auto stampati senza nessun editore, hanno avuto recensioni nell’ultimo anno? Nessuno. Quanti libri stampati con il contributo dell’autore, vengono invece recepiti dal mercato editoriale, come nobili esempi di temerarietà? Molti, fidatevi di me che oramai sono un esperto.

Io trovo molto più nobile recarsi in una tipografia, casomai una di quelle gestite da ex tossici e stamparsi “la cosa”. Togliersi lo sfizio di mettere il proprio febbricitante volumetto accanto a quello di Carver o, almeno, a quello di Deaglio. Ma in giro si è così abituati a questa ipocrisia che, con un finto editore, si possono ottenere riconoscimenti, recensioni, partecipare a premi, essere presenti nelle librerie, senza si è solo dei malati cronici di protagonismo. Dei divoratori di psicofarmaci.

Conclusione:

Dando per scontata la buona fede di tutti, la mia compresa.

Proviamo ad essere serenamente consapevoli che voler a tutti i costi pubblicare un libro non è una operazione illegittima e che un editore che si fa coprire le spese di stampa non commette nessun peccato, soprattutto quando il contributo è economicamente verosimile.

Ma bisogna rendere trasparente questa abitudine per non farla sembrare ricattatoria. Basterebbe una frase piccolissima nella quarta di copertina: stampato con il contributo dell’autore. Si eviterebbe a chi non vuole pagare di sentirsi una merda e si darebbe un segnale forte agli addetti ai lavori, che spesso maneggiano con la stessa disinvoltura, libri di editori coraggiosi che rischiano il proprio talento e i propri quattrini per portare avanti un autore e quelli di editori che si fanno semplicemente pagare.

Si darebbe, in questo modo, maggiore prestigio a chi pubblica on-line, a chi si stampa il libro da solo e a chi non riesce a pubblicare niente.

Poi, il fatto che la selezione per entrare in questo mondo, sia di natura prettamente economica, è una riflessione che lascio a voi.

Grazie

Luca Musella

Nota

Luca Musella ha pubblicato per NonSoloParole.com Edizioni "La rabbia e l'orologio" in uscita ai primi di aprile 2003.

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