Libri e pesantezza
di Francesca Pacini

Il libro è "un viaggio alle radici", come scrive Umberto Eco. È qualcosa che arricchisce, che crea valore. Oggi, però, leggere è considerato "out", è roba per intellettuali spocchiosi o, comunque, gente "pesante". Se una volta leggere era un'attività comune, che escludeva soltanto gli analfabeti, oggi si ritirano dai libri anche quelle persone che non avrebbero problemi, che potrebbero tranquillamente dedicarsi a quest'attività, ma che preferiscono "impigrirsi" davanti alla televisione o ad appuntamenti mondani. Ma tra l'intellettuale pedante e il "vitellone" c'è anche una via di mezzo. Insomma, una volta la lettura era un'attività sociale, anche perché ci si radunava, la sera, intorno al fuoco e si condivideva l'avventura di un romanzo, per non parlare dei famosi caffè parigini di sartriana memoria, crocevia di fervori intellettuali di chi, comunque, non si "arroccava" su un libro (come fanno gli allampanati intellettuali di oggi) ma esplorava l'esistenza in tutte le sue forme smaglianti, i romanzi e i saggi erano infatti uno strumento per accendere il pensiero, discuterne, riflettere sulle possibilità che legavano la vita al romanzo. I salotti intellettuali, oggi, sono riservati a un "cenacolo di pochi eletti" e quasi sempre disancorati dalla realtà. C'è meno passione, meno partecipazione. E il lettore comune, ieri avido di letteratura, sta scomparendo, come un animale in via di estinzione. I libri rischiano la sorte dei brontosauri, sì. Complici i rapidi cambiamenti di una società che vuole "pensare" sempre di meno, disimpegnando il cervello, stordendolo con musiche roboanti e immagini a ripetizione, magari sempre le stesse, proprio come la Coca Cola di Andy Warhol: una sequenza infinita, seriale, di…"vuoti a perdere". Non a caso, vincono i best seller - nei banconi delle librerie - e le cazzatine di Giobbe Covatta. La frontiera tra roba "pesante" e "leggera" si divarica sempre di più, raggiungendo poli schizofrenici, distanti tra loro come la Siberia dal Congo. "Pesante" è il libro che fa pensare, che non chiacchiera delle solite cianfrusaglie fatte di inciuci, scopatine, intrecci di potere e altre miserie…è la letteratura, intesa nel senso più classico e nobile del termine, con le sue ricerche di temi, di contenuti. E il libro finisce nello sgabuzzino, il lettore preferisce il menu e gli sms (ogm, meglio dire) dei cellulari. Eh già, chi circola con il volume sotto il braccio è meno "fico" di chi sgomma frenetico con la nuova versione del glorioso Maggiolone. Ma proprio per questo occorre rivisitare "la pesantezza" della lettura, e ha fatto benissimo Alessandro Baricco, in Totem, a sottolineare la forza della letteratura, del libro, la sua capacità di appassionare, coinvolgere, far vibrare un pubblico attento e, spesso, divertito. Incantato. Ecco, tornare all'incanto perduto. Non a caso, il programma ha avuto un inaspettato successo, a testimoniare come, tramite operazioni mirate, sia possibile riacciuffare qualche lettore latitante per ricondurlo nelle braccia calde di un buon romanzo. La leggerezza, come scriveva il luminoso e ispirato Calvino, può essere "una gravità senza peso", va demolita, per intenderci, l'equazione perversa: libro= pesantezza o, ancora peggio, anacronismo. Ci vogliono nuovi approcci, a scuola come altrove. In televisione, perché no? Ho comprato i racconti di Mac Carthy dopo essere stata abbagliata dalla lettura, in Totem, di una lupa e di un ragazzo nel contesto americano dei cow boy e delle praterie, e come me, scommetto, altre persone saranno anadate a comprare dei libri perché "stimolate". Non si sono solo le fiabe per bambini, ci sono anche quelle per grandi, perché la fiaba, lo sappiamo, racconta di archetipi, di simboli, di lotte tra luce e ombra…che sono poi le situazioni che ritroviamo nella realtà. E ci sono, infatti, anche libri che sono "fiabe" per adulti, proprio come la Lupa di Mac Carthy. A proposito dei bambini, anche per loro, non a caso, è "out" leggere un libro, vengono serenamente piazzati davanti a un televisore (più facile, meno faticoso) a ingozzarsi di immagini che, al di là delle valenze didattiche di quello che viene proposto, non stimolano l'immaginazione, che interviene invece quando la lettura pungola il cervello trasformando la parola scritta in scenari, personaggi, azioni. Queste, ed altre riflessioni, sarebbero opportune per valutare i perché del declino del libro, e, forse, per salvarlo da quell'isolamento che l'allegra brigata della società dei consumi sta operando con malcelata disinvoltura.

Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro

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