Aspiranti scrittori: attenti all' incipit
di Francesca Pacini

L'incipit è il battesimo di un romanzo. Rappresenta la chiave di volta per entrare nel mondo immaginario (o a volte anche realistico), è un momento fondamentale, decisivo, l'entrata che conduce in una storia che, spesso, è già cominciata altrove, nelle pagine mai scritte che anticipano la frase, la situazione, con cui l'autore inizia a narrarla al lettore. Sono molto efficaci, infatti, quegli incipit che irrompono bruscamente, senza tanti preamboli descrittivi, trasversali, nel territorio dei personaggi e delle loro avventure. Sono indimenticabili, segnano la storia della letteratura. Memorabile, in questo senso, l'incipit di "Cent'anni di solitudine": "Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio". Chi è il colonnello Buendia? Perché sta per morire? La suggestione di un ricordo d'infanzia magico, quasi fiabesco, fa da contrappunto alla disperazione della circostanza attuale. Un incipit che ha la stessa tensione di un arco diretto verso il bersaglio, di una trafittura. Il prodigio di questa frase, peraltro, nasce proprio da quel battesimo sopra citato: "Ricordo molto bene il giorno in cui ho finito la prima frase dopo molte difficoltà e mi sono domandato terrorizzato cosa diavolo sarebbe venuto dopo", dice lo stesso Màrquez. Altre volte, invece, un autore torna più tardi sull'incipit, lo rielabora, lo cesella finché non ha trovato la giusta sinfonia di parole. Ma è sempre importante farlo. E' come se l'incipit radunasse i tesori ancora nascosti del libro. Un lettore può avvicinarsi a un romanzo o rifiutarlo proprio in base al palpito suggerito da quella sinfonia. In libreria, quando ci si avvicina a un testo rigirandolo fra le mani, si legge la quarta di copertina e poi, inevitabilmente, l'incipit. Se suona "falso", troppo ammiccante, scontato o, ancora, negligente, superficiale, il libro avrà perso irrimediabilmente quel potenziale lettore. I lettori avveduti, perlomeno, scorrono sempre con le dita quelle prime quindici righe, la porta d'ingresso al libro. E' per questo che chi è ancora "acerbo" di penna, come lo scrittore in erba, deve fare molta attenzione in questo senso. C'è un altro rischio racchiuso nell'incipit: se si "bara" promettendo una coerenza letteraria, narrativa, che più avanti sarà tradita, il lettore, deluso, se ne accorgerà. E' importante dunque non esibire qualcosa che non si può poi mantenere. Proprio perché rimane impresso, l'incipit è un segno di distinzione. Come il finale, del resto. Anche il buon giornalista, restando nell'area della parola scritta, sa bene che le frasi che rimarranno di più sono proprio quella iniziale e quella finale. Articolo o romanzo che sia, questa è la valenza comune che fa parte della scrittura. L'aspirante scrittore, quindi, deve tenere a mente questi aspetti mentre sceglie la modalità d'inizio della storia che vuole narrare. Non ci sono regole, precetti, per fortuna esistono infinite possibilità di intrecci e di stili. L'importante è fonderli attraverso una buona combinazione. A proposito di Màrquez, intervistato sul miglior lettore del suo libro, vorrei ricordare la sua risposta, paradossale eppure emblematica: "Un'amica sovietica ha incontrato un giorno una signora molto anziana che stava copiando a mano tutto il libro, cosa che sicuramente ha fatto fino alla fine. La mia amica le ha chiesto perchè lo faceva e la signora le ha risposto: "perché voglio sapere veramente chi è il matto: se l'autore o io, e credo che l'unica maniera per saperlo sia riscrivere il libro". Mi è difficile trovare un lettore migliore di quella signora".

Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro

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