Editoria: speculazioni e ansia di pubblicazione
di Francesca Pacini
L'editoria è in crisi. Eppure, ogni anno aprono nuove case editrici.
Fra i motivi che determinano l'enorme mole di editori presenti sul mercato,
contro un numero di lettori sempre più esiguo, c'è sicuramente,
fra gli altri, quello della speculazione editoriale. Obiettivo: gli autori
esordienti. La smania di vedersi pubblicati, che diventa a volte una vera
e propria ossessione, stimola e alimenta una specie di mercato "nero
(perché funesto, quantomeno) che scorre a fianco di serie operazioni
editoriali. L'autore vuole che il suo dattiloscritto diventi un libro, e per
farlo è disposto anche a pagare. Così, esistono una serie di
editori, ma io li chiamerei "stampatori", che approfittano di questa
situazione per alleggerire il portafoglio degli esordienti in cerca di gloria.
Il problema è che questi libri hanno poi una distribuzione "condominiale",
praticamente inesistente, e non finiscono mai nelle librerie. E se un libro
non finisce in libreria non ha nessun motivo di esistere. Il libro deve essere
distribuito, magari con una diffusione più limitata (e della quale
l'autore deve essere messo al corrente prima di firmare il contratto), ma
è necessario il suo approdo in libreria. Perché è quella
la sua casa, l'unico luogo in può e deve trovarsi. Altrimenti, appunto,
siamo alle prese con "tipografi", "stampatori", e non
case editrici. Il problema, poi, è che i soldi versati da un autore
superano alla lunga i costi di stampa, e vanno diretti diretti nelle tasche
di questi millantati editori. È un problema serio, che affligge il
mercato. Certo, se non ci fosse tutta questa marea di dattiloscritti in cerca
di editore, probabilmente queste associazioni a delinquere non avrebbero modo
di esistere e prosperare. Solitamente, molte di queste indicono strategici
concorsi letterari che in realtà servono solo ad attirare dattiloscritti
per poi proporre la formula della pubblicazione a pagamento, promettendo una
promozione che non ci sarà mai e una diffusione altrettanto latitante.
Certo, esistono anche strutture serie, che chiedono sì un contributo
ma che poi si comportano effettivamente da case editrici. Ma sono una minoranza,
una goccia nel mare magnum della speculazione. Sul fatto poi della legittimità
di un contributo da parte dell'autore o meno, esistono scuole di pensiero
diverse. Ovviamente un editore non dovrebbe, per principio, chiedere un contributo
economico a un autore che pubblica, perché se crede nel suo libro deve
essere disposto ad assumersi tutto il rischio della pubblicazione. Tuttavia,
c'è anche chi decidere di condividere il rischio d'impresa con l'autore,
ma fa arrivare comunque il libro in libreria. Anche qui, sta all'autore decidere
quale politica scegliere. Ma, se si sceglie di pagare per la pubblicazione,
occorre comunque tutelarsi dai pericoli della frode editoriale. Il punto,
comunque, rimane sempre quello dell'ansia di pubblicazione che investe gli
esordienti italiani. Non corrisponde, purtroppo, all'ansia di leggere nuovi
libri. Tutti vogliono essere scrittori, pochi aspirano a essere buoni lettori.
Questo, e lo abbiamo già detto più volte in vari interventi,
contribuisce a rendere ancora più difficile un mercato già alle
prese con i monopoli (la "Mondadorizzazione") e le tendenze anglofile
(il best seller americano), insieme alle preferenze verso libri di personaggi
già collaudati in televisione, come Bruno vespa, Costanzo, la Littizzetto
e Giobbe Covatta. Così, diventa difficilissimo far conoscere un giovane
autore italiano, a meno che non si sia sostenuti da nomi come Feltrinelli
o Rizzoli. Per fortuna, però, agguerrite case editrici come minimum
fax e Fazi riescono a sfidare questa logica, a contrastarla. Rimane però
il problema di questa marea sommersa di dattiloscritti che ambiscono alla
pubblicazione. E molte case editrici nascono con l'intento di fare soldi su
questi sogni. A volte gli autori pagano cifre folli, come, ad esempio, quattordici
milioni per un libretto di novanta pagine stampato in una oscura tipografia
della provincia romana. Un po' di copie in mano all'autore, le altre
prima
in magazzino e poi al macero. Molte persone, davanti a promesse di pubblicità
e diffusione capillare, si lasciano acchiappare per poi trovarsi sconsolate
con un libro stampato, non pubblicato. A questo punto, molto meglio le autoproduzioni.
Queste case editrici sono tante, tantissime. E se non falliscono, evidentemente
funzionano. E rovinano anche il nome di professionisti seri che, pur chiedendo
un contributo (politica che si può condividere o meno, lo abbiamo detto),
si danno da fare per far circolare il libro, magari anche con una modesta,
limitata promozione. Importante è però l'onestà, la schiettezza
davanti all'autore. Perché se qualcuno è così masochista
da sborsare fior di milioni per una manciatina di copie da tenere nella sua
libreria, in salotto, è certamente libero di farlo. Ma deve essere
avvertito. Qui, invece, si annunciano favolose operazioni editoriali, distribuzioni
capillari nelle librerie, presentazioni
Abbagli, trappole per catturare
gli autori. Eppure, funziona. Altrimenti la speculazione si arresterebbe,
e invece, temiamo, negli ultimi anni c'è stato perfino un incremento.
Per bloccarla occorre innanzitutto informare, far sapere al pubblico quali
sono le condizioni di pubblicazione, i contratti, le problematiche, i limiti;
quali gli aspetti da mettere in evidenza, le premesse e le promesse per -
eventualmente - versare un contributo in cambio di una pubblicazione soddisfacente.
Soprattutto, però, bisogna insegnare a controllare se esiste effettivamente
una distribuzione. E, a monte, leggere di più, aiutare questo mercato
se si amano davvero i libri, e tentare la strada della pubblicazione solo
se si è certi di avere qualcosa di significativo da dire, e da scrivere.
Questo, in fondo, rimane il vero problema. Impareremo mai a leggere di più
e scrivere un po' meno?
Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro
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