La strana coppia: l' editor e lo scrittore
di Francesca Pacini

 

Chi scrive sa benissimo quanto sia importante l’editing, ovvero la revisione di un testo per migliorarne, laddove ce ne sia bisogno, le virtù contenutistiche e formali. Questa operazione può essere fatta sia dall’autore che da un editor di professione. Ma chi è l’editor? Figura indispensabile nel contesto editoriale americano, è comunque diffusa in tutto il mondo, lavora come free-lance o è inserita all’interno di una casa editrice. In Italia spicca il nome di Laura Lepri, ad esempio.
Diciamo che l’editor è una sorta di “specchio”, di alter ego letterario dell’autore, e ne riflette pregi e incompiutezze. Deve avere un buon fiuto narrativo per cogliere tutte le possibilità, magari ancora in potenza, dei testi che legge, suggerendo all’autore gli interventi da fare. Alcune volte interviene direttamente, con tagli e ricombinazioni degli elementi di una frase. E qui si apre un dibattito che divide due scuole di pensiero: l’editor deve lavorare sul testo in prima persona o limitarsi ai suggerimenti all’autore, che interviene invece in prima persona? Già, perché bisogna domandarsi: di chi è- alla fine – questo libro? Ci sono editor che rifiutano categoricamente l’intervento in prima persona, in America invece è diffuso anche l’intervento diretto di qualcuno che non sia l’autore. Ovviamente, la soluzione migliore è quella di un lavoro in coppia in cui l’editor suggerisce, si confronta l’autore, e lascia che sia quest’ultimo a rimettere mano sul materiale. Ma in alcuni casi l’editing massiccio da parte di mani esperte ha operato “miracoli”. E ci sono schiere di professionisti che guidano gli scrittori, sia quelli in erba che quelli affermati. L’importante è non prevaricare, mettere in discussione cosa non ci convince proprio, parlandone apertamente con lo scrittore. Molto noto è il caso di Raymond Carver e del suo editor Gordon Lish, che ne rivendica l’orientamento letterario. È vero, soprattutto nelle prime opere Lish è stato un riferimento fondamentale, ma Carver sarebbe rimasto comunque Carver: non si “inietta” il talento, lo si può solo…disciplinare. Se Carver, che in seguito ha scritto senza sottoporre i suoi racconti ai consigli di Lish, diventa poi un po’ meno secco, asciutto, questo non significa che non fosse evidente sin dall’inizio il suo stile inconfondibile, la sua geniale intuizione sulla scrittura minimalista che tanta influenza avrà poi nella letteratura mondiale.
Anche “Terra desolata” di T.S.Eliot ha subìto un robusto editing da parte di Ezra Pound, e F. Scott Fitzgerald sottopose all’editing “Fiesta” di Hemingway, convincendolo a tagliare il primo capitolo. Per non parlare poi di Bruce Chatwin, sfavillante narratore di geografie lontane. Susanna Clapp, il suo editor, nel libro pubblicato da Adelphi, “Con Chatwin”, propone una felice biografia dell’autore dedicando un intero capitolo al lavoro di editing da cui sarebbe poi nata la versione definitiva di “In Patagonia”: dalla scheda arrivata in casa editrice ai lunghissimi pomeriggi passati insieme a Chatwin, spulciando il testo riga per riga e commentando alcune debordanti divagazioni del generosissimo scrittore inglese. Affascinanti, queste pagine che raccontano di questo difficile, stimolante lavoro di coppia. Naturalmente, alla base di tutto questo deve esistere una smisurata fiducia nella professionalità dell’editor, e nel buon senso dei suoi suggerimenti. È stato attraverso il fiuto di un editor che “Sara” di J.T.Leroy, diventato un caso letterario, si è trasformato da breve racconto all’interno di una raccolta a romanzo intensissimo, che ha lanciato il giovane scrittore nel panorama letterario mondiale. È stato l’editor a intuire la felice “trasformazione” di quel piccolo racconto dal potenziale così vasto, e ancora inespresso, in un’opera di diverso respiro, più idonea perché al massimo della sua potenzialità espressiva. Dunque l’editor è una figura chiave, molto importante. Se il sodalizio funziona, anche con i suoi benvenuti dibattiti e attriti, l’opera riesce a sviluppare appieno tutte le sue possibilità. A volte ci si “accapiglia” addirittura per un nome proprio, ma niente è banale all’interno di un testo (lo sapeva bene Calvino, con la sua definizione di “nomi programmatici”). L’importante per l’editor è restare dietro le quinte, non avanzare opzioni assurde a vantaggio del proprio ego. Insomma, competenza, esperienza, sensibilità letteraria. Ma, alla fine, la parola conclusiva spetta all’autore. Sempre.

Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro
Francesca Pacini è anche curatrice dei corsi professionali nel campo dell' editoria e di redattore web.

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