Controcultura?
di Francesca Pacini

Peccato. La cultura dovrebbe essere conoscenza, dunque ampliamento della forma mentale. Invece, spesso, diventa lo stagno di arroganze, presunzioni, intolleranze. Già. E quello che dovrebbe aumentare la soglia di tolleranza, diventa a volte un pretesto per barricarsi meglio dietro le parole, i libri, i concetti che filtrano la realtà adattandola a ogni singola, personale, misura. Queste acquisizioni sono, quindi, molto vicine al pregiudizio. Una tentazione della quale occorre essere consapevoli, molto, molto consapevoli. I libri non sono solo alleati, possono diventare nostri nemici. Quante volte ci si imbatte – in questo settore “intellettuale” – in personaggi aridi, pieni di spocchia per il loro Sapere, per il loro fine Intelletto perimetrato da citazioni e letture erudite. Manca il calore. Quel calore che permette di accogliere anche il diverso, sgombrando la mente dai pregiudizi che ci schierano qua o là. Ci schierano in maniera rigida, troppo. Tutto quello che risulta inflessibile, irrigidito, è sintomo di una cultura mal interpretata, gestita. Intendiamoci, cultura non significa intelligenza; un malinteso facile facile. “Io so, dunque sono”. Ci sono infiniti modi di sapere, e di leggere.
Più si conosce, più ci si dovrebbe rendere conto delle trappole di una dialettica ammaliatrice, in cui tutto può essere spiegato. Tutto…insieme al contrario di tutto. Il libro deve arricchire, non mutilare. Coesistere insieme alle emozioni, ai sentimenti, al cappuccino al bar e alle frittelle davanti alla televisione. E, soprattutto, deve immunizzarsi dalla presunta simbiosi con l’intelligenza. Lo abbiamo detto sopra. Smettiamola con il diffuso atteggiamento quasi “vassallo” che adottano le persone davanti a Quelli che leggono. Il libro non è un oggetto sacro, l’intellettuale non è per forza un “sacerdote”. Lavorando in questo settore, piano piano si smontano le idealizzazioni e soprattutto ci si rende conto della Signora Spocchia che colpisce, come un cecchino, nel mucchio di intellettuali, editori. C’è anche chi si ribella, per fortuna. Ma la ribellione non deve intrupparsi in un altro schema rigido, che rappresenta solo un esercito…al contrario. Insomma, non è facile separare la mente dalla dittatura di certi schemi, di alcuni modi di pensare e intendere la cultura che la interpretano come un diaframma da inserire tra noi e la realtà.
E allora ben vengano alcuni modi per farla sentire “viva”, come i reading nelle librerie, accompagnati da musica e interpretazioni invece del solito, noioso dibattito tra “eruditi”. E, ancora, benvenuti quelli che amano il giallo come la Ricerca di Proust, che apprezzano Il Gladiatore e I sette samurai. Sembra folle, eretico, eppure…eppure la cultura non è, appunto, una religione. Ma rischia di diventarlo. Troppo spesso imbriglia i gusti e li orienta, magari li seduce con Il canto delle Sirene smarrendo per strada il gusto di cose diverse. Ecco, forse bisognerebbe guardarsi da tutto ciò che estremo…dunque dai fan esclusivi del Gladiatore come dai patiti solo di Proust. Ovvio, ognuno poi mantenga le sue preferenze, però con flessibilità. Ma questo è uno dei rischi minori.
Quello più insidioso, virulento, è la regnante confusione tra cultura e intelligenza, e lo ribadiamo perché proprio lì si annidano i germi più infetti. Forse il problema consiste proprio nella massa di nozionismi che vengono scambiati per Intelletto, nelle correnti ideologiche e culturali nelle quali ci imbarchiamo…senza accorgerci di imbarcare anche un’acqua che rischia di farci affogare. E poi un po’ di sana umiltà non farebbe male, proprio no. Non caso, in questo settore si incontrano i Narcisi più smaglianti, le nevrosi più fulminanti, le presunzioni più temerarie.
Il libro è un amico, non un oracolo. La letteratura serve anche a farci scoprire mondi diversi, invece accade che “lavori” solo per rafforzare i nostri.
Se viene intesa come pedante, significa che qualcosa non funziona davvero. Chissà, magari il difetto non è di fabbricazione quanto di diffusione, di approccio. Poi, ovvio, ci sono proprio quei libri, quegli intellettuali che “pesanti” lo sono davvero, orgogliosi dei loro geroglifici teorici che capiscono solo loro e quei quattro eletti del cenacolino formato famiglia.
Se il la cultura diventa un rifugio dalla realtà, e non uno strumento al suo servizio, son guai. Insomma, viva l’intelletto, ma non dimentichiamoci…il resto. Perché la vita è più vasta. Molto di più.

Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro

Commenti:

  1. Trovo l'articolo serio e, nei suoi riscontri elementari che dovrebbero mettere sull'avviso tutti gli aspiranti scrittori, estremamente sincero.
    Mauro

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