Aspiranti scrittori: qualità e tentazioni
Di Francesca Pacini
Ne "Il pendolo di Foucault" un personaggio afferma che la principale attività di una casa editrice consiste nel perdere i manoscritti ricevuti. Un'esagerazione che però rimanda alla mole di carta che ogni giorno piomba nella redazione di una casa editrice. Strano popolo, gli italiani: leggono pochissimo (il 50% non compra più di un libro all'anno) ma scrivono moltissimo. Gli aspiranti scrittori sono un vero e proprio esercito in marcia: spediscono senza nessun criterio di selezione i loro romanzi alle più importanti case editrici, solo i più avveduti selezionano quelle in sintonia - per collane e politica editoriale - con il loro testo. Questa ossessione per la scrittura spinge Eco ad affermare "Non tentiamo di essere ottimisti su vegliardi, moribondi, afasici, schizofrenici, pazzi criminali, catatonici e cronici (altrimenti dovremmo azzerare con un colpo di spugna almeno due terzi della letteratura mondiale". Naturalmente, la situazione peggiora quando si tratta di opere inedite, che racchiudono solo alcune perle rare in un oceano di dubbia qualità. Ci sono, però, anche testi che racchiudono un potenziale e che, opportunamente guidati, potrebbero diventare competitivi nella feroce guerra per la pubblicazione. L'Italia è un paese che legge poco, abbiamo detto, e purtroppo le preferenze vanno ai romanzi stranieri (gli anglosassoni tengono il monopolio). Per un esordiente, quindi, non è certo facile tentare di immettersi nel mercato. Ma se l'opera possiede una reale qualità letteraria, le speranze ci sono. Spesso, però, l'aspirante scrittore, "gonfiato" dai giudizi entusiastici di amici e parenti, vede un valore letterario laddove non esiste affatto., spedendo con fiducia imprudente il suo testo alle case editrici. Un altro problema è quello della mancanza di idee: troppo spesso, infatti, si trattano temi risaputi e abusati, magari attingendo a memorie intimiste o, in caso di persone piuttosto avanti con gli anni, alle memorie d'infanzia durante la guerra mondiale. I giovani, invece, sono spesso abbagliati dal (presunto) valore dell' "épater le bourgeois": quando l'originalità è forzata, ostentata, serve solo a camuffare una reale mancanza di creatività e di contenuti. Per distinguersi a tutti i costi non è necessario abusare di "effetti speciali" Un'altra trappola è costituita dall'autobiografismo. Molti, infatti, scrivono di sé, ma spesso si tratta di sfoghi diaristici, ritratti in odore di narcisismo che non interessano un pubblico ampio, rilevanti solo per l'autore che ha vissuto in prima persona eventi e sensazioni. Non hanno, insomma, quel respiro più ampio che fa sì che un testo diventi letteratura. Per fortuna esiste anche una schiera di autori brillanti, capaci di raccontare una storia, di scrivere qualcosa che ha il diritto di essere letto da tutti. In un contesto editoriale sempre più difficile, comunque, è importante avere un'impronta, uno stile, dei contenuti capaci di rappresentare la realtà in cui viviamo. L'attenzione per stili narrativi, la forza di un incipit, la coerenza dell'archtiettura contenutistica rappresentano sicuramente un vantaggio. La trama è una sinfonia in cui le parole, e le loro combinazioni, sono le note. Ci vogliono ritmo e armonia. Insomma, per scrivere bene è necessario aver letto tanto, con la giusta attenzione. In Italia manca drammaticamente una "didattica della lettura" capace di cogliere l'impatto narrativo di un romanzo. Leggere, leggere il più possibile cercando di "entrare" nelle atmosfere e nelle parole è il consiglio più saggio da dare a un aspirante scrittore. Ricordando quello che diceva Flaubert "Come saremmo colti se conoscessimo bene almeno cinque libri"
Francesca Pacini è addetto stampa dell'agenzia letteraria iL segnalibro