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E poi... di Raffaele Calafiore. A cura di Luigi Alviggi

Sabato 17 Marzo 2018 20:49 Luigi Alviggi
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E POI ...

Rio, inferno e paradiso di Raffaele Calafiore

a cura di Luigi Alviggi

Rio, spiaggia di Copacabana: non c’è luogo migliore per iniziare un racconto che descrive il lungo viaggio del protagonista nell’esotismo sudamericano ma ancor più all’interno di sé, cercando quanto ha perduto non saprebbe dire quando ma certo da tempo. Ci è già stato sei anni prima per qualche mese, compiacendosi molto del “locale” e soffrendo in ugual misura, il sottotitolo è illuminante. Nessuna città quanto Rio presenta al fondo due facce opposte, paradiso della baraonda, del sesso facile, delle feste collettive, della policromia spinta di gente e luoghi, e inferno della miseria, delle favelas, della droga, della prostituzione, della violenza criminale e privata, della diffusa corruzione. L’inferno e il paradiso, tutti interi, sono racchiusi nelle cento facce della megametropoli ove la tristezza finisce sempre col sopravanzare l’allegria di facciata. Nella narrazione gli scorci dei due soggiorni si alternano ma restano ben distinti.

 

La prima volta è la fuga di un trentenne stufo di quel che è stato in Italia - moglie, lavoro, problemi -, che vuole liberarsi dell’esistenza che ha soffocato il dentro. Iniziare un’altra vita, fresco di divorzio e licenziamento, libero sotto ogni profilo. Riesce ad assaporare il diverso trovandolo più confacente, poi l’amore paterno, sopraggiunto per caso, rifinisce l’opera legandolo fin troppo al nuovo ambiente.

Un’aggressione di sbandati, giustizieri fuori di testa e di regole, lo lascia moribondo a terra, ed è un bimbo di sei anni, Luisinho, per caso a passare di lì con la sua banda, a salvarlo, convincendo i suoi al soccorso. Bimbo di nome ma non di fatto, cresciuto alla legge della strada, un meninos de rua, e dunque quasi più adulto dell’uomo malridotto. È un capetto, con i gradi conquistati con durezza e determinazione. Soccorso, l’uomo si riprende e poi si affeziona al salvatore, commiserandone la condizione orfana e vagabonda. Un giorno, sconvolto dalla vita che il piccolo conduce, gli dà uno schiaffo. L’errore peggiore che può commettere: distrugge tutto il prestigio da lui conquistato tra “bambini” maggiori solo d’età. Al momento di lasciare il gruppo, Luisinho non può far altro che seguirlo, spinto però anche da un sincero affetto in crescita. Il bambino parte male, non conosce scuola, non sa leggere né scrivere, ma tutta la pochezza della situazione stimola ancor più lo pseudopadre. Vorrebbe addirittura portarlo con sé in Italia e tenta le varie strade legali, ma l’altro non ha documenti, nulla, per lo Stato non esiste. E poi, anche superati gli enormi ostacoli, in patria a lui, separato, non lo darebbero in affido. Inizia così una difficile convivenza per il poco denaro disponibile e per la posizione dell’uomo con un semplice permesso turistico di tre mesi. Poi, sfuggiti entrambi a pericoli vari, tutto si complica in modo irreversibile.

Ora l’uomo è tornato dopo anni per sgravarsi del dolore rimasto murato dentro senza alleviare il peso lacerante. È di nuovo dove ha provato l’amore più grande, non per una delle tante donne frequentate ma quello di padre, quello che non è riuscito ad avere in Italia, amore nato dalla compassione per la vita di chi non ha conosciuto famiglia e l’unica scuola l’ha avuta sulla strada, esposto ai suoi cento pericoli e alle cento necessità di divenire sempre più duro. In fondo si tratta di un individuo buono perso in un mondo cattivo che si rifiuta di comprendere, e al bimbo amato avrebbe voluto non capitasse nulla di quanto già accaduto, e ancor peggio a venire.

La città multiforme lo accoglie ancora al meglio con il sesso facile e sfrenato, a pagamento, per simpatia, per amore, illudendo che il tempo si sia riavvolto e tutto possa ricominciare da capo. E su Rio domina perenne il gigantesco Cristo benedicente, un voto di sottomissione celeste fallito per la negligenza dei più:

 

Sì, il Corcovado. Il Cristo redentore. Il Cristo senza croce. Il Cristo che non so se rappresenti una offesa o una speranza. Il Cristo che domina su Ipanema e Copacabana, che domina sui colli e su tutta Rio... e benedice le favelas.

 

Sono tentativi di ritrovare se stesso, perdutosi in giravolte senza costrutto, fino a non capir più cosa va cercando e ciò che davvero vuole. Uno straniero gli abita dentro, lasciandolo illudere a piacimento lungo le strade della vita ma ferreo padrone che sa che lui non può essere altri che il suo schiavo. L’ultima donna lasciata in Italia gli ha solo aumentato lo sgomento. È un’infermiera, conosciuta nel ricovero ospedaliero dopo un incidente d’auto, che vuole separarsi dal marito e che, nello stato attuale, è quanto di meno può essergli utile:

 

Ma poi diceva che era con me che voleva un figlio. Era con me che sarebbe stata felice... era con me che... era con me... ma quello che diceva, non era quello che faceva... è con te che... ma adesso non voglio niente con te... adesso non posso niente... e pure io avevo passato brutti momenti e allora bisognava capire... mettersi un po' da parte rispetto ai propri bisogni, ai propri sentimenti.

(...)

È con me che vuole... è con me che... è con me...

Ma sono proprio un coglione, un egoista. Non capisco.

E le corazze erano cadute. I paletti estirpati. Il terreno mi mancava sempre più sotto i piedi.

Non ero più per terra. Non ero nel cielo.

Non ero più.

Credevo che ci fossimo incontrati in una stazione, aspettando uno stesso treno. Avremmo viaggiato insieme. Un lungo tratto nel viaggio della vita. Che avremmo compartito le nostre esperienze senza accavallarle. Lo pensavo, lo pensavo veramente, alla luce anche di quello che ci dicevamo. È con te che voglio... è con te che penso... è con te che... è con te... e poi, dell'altro lo aggiungevo io... soprattutto quando poi guardavo gli atteggiamenti... ma poi bisognava avere pazienza...

Alla fine sì, ci eravamo incontrati in una stazione... ma io non ero il suo nuovo compagno di viaggio. No, io ero il treno!

Un treno che lei ha preso al volo, per portarsi altrove. Un treno su cui ha viaggiato gratis. Un treno che alla fine ha pure insudiciato e a cui ha tirato via le tendine. Ma la cosa triste in tutta questa storia è che glielo ho permesso io. Almeno fino ad un certo punto. 

Con me aveva trovato la forza di separarsi. Ma aveva trovato anche la voglia di starsene sola, senza impegni, vivere un'altra vita. Vivere quella libertà che nel rapporto col marito non aveva.

Arrivederci e grazie.

 

Un altro trauma si aggiunge ai pregressi, a rendere ancora più difficile la risalita che si presenta sempre più miraggio inarrivabile in grado di scompigliare ogni attesa.

Raffaele Calafiore, napoletano, è autore di diverse opere letterarie. Ideatore del portale “www.nonsoloparole.com“ è anche titolare della omonima casa editrice. Quest’opera, nata nel 2001, viene oggi riproposta in una nuova edizione. La voce narrante in prima persona avvantaggia il libro. L’Autore e il protagonista possono mutuare il ruolo a vantaggio dell’immediatezza del narrato, e costruiscono una comune base emotiva che trascina nella partecipazione anche il lettore. Questo ciò che più colpisce nella lettura. Lo stile, piano e intrigante, la trama scorrevole, i quadri d’azione brevi e significativi, danno particolare vivezza alle vicende del racconto, una sorta di diario dei due viaggi che segnano indelebilmente la vita del protagonista. Questi mentalmente li ripercorre mille volte, come succede a chi è alla ricerca affannosa del punto d’errore che ha causato tutto quanto venuto dopo. E a Rio, tra le troppe brutte cose, ci sono anche gli squadroni della morte (le Tropas de Elite), e a troppa gente può capitare di nascere in una vita sbagliata...

Finalmente, dopo il tanto sesso mercenario ma non abbrutente, regalo sempre fuor dal comune della città, ecco arrivare il colpo di fortuna che apre a un orizzonte in tutto diverso. L’amore totale e ricambiato per una donna, Paula, conosciuta in aeroporto, che può diventare il toccasana di una vita randagia, e le premesse ci sono tutte, sin dall’inizio:

 

Chiudo gli occhi assaporando solo il sapore, riscaldandomi solo del calore che quella bocca emanava.

Un bacio, solo un bacio. Un banale bacio... ma anche quel semplice bacio, è il massimo di tutto, quando è quella bocca che desideri, quando è quel calore che vuoi sentire, quando è quel sapore che vuoi assaporare. Un bacio solo un bacio. Ma quel bacio finisce con l'essere tutto. Tutto.

Ci sorridiamo guardandoci negli occhi e ancora la stringo forte, forte a me.

 

Nessun passato rovinoso può perdurare tragico se poi riesce a scorgere l’alba di un giorno diverso, il soffio rigenerante per innumerevoli simili a venire, prodromi di una vita più umana e gratificante. Il destino si permette, a volte, di farsi afferrare per la coda dal fortunato di turno e, tocco magico ulteriore, il nostro uomo vivrà l’amore scovato nell’amato paese accogliente, per sempre.

Così chiude l’Autore la sua breve premessa:

 

Questo racconto lo dedico a tutti coloro che hanno la voglia ed il coraggio di ricordare. A tutti coloro che vogliono conservare viva la propria memoria, perché senza memoria non si ha presente.

E soprattutto, non si ha futuro!

 

E la memoria, tante volte negletta, nonostante tutto è l’unico mezzo per costruire una nostra identità continuativa che, oltre a metterci in grado di assimilare e fronteggiare i mille input della vita d’ogni giorno, ci rende ciò che siamo e che si manifesta agli altri, al di fuori del prisma deformante delle aspettative mutevoli di ciascuno dei tanti che ci osservano.

Luigi Alviggi


RAFFAELE CALAFIORE: E poi...

NonSoloParole EDIZIONI, 2016 – pp. 136 - € 12,00

 

 



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