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L'elefante e la formica di Eleonora Bellini - a cura di Luigi Alviggi

Domenica 19 Marzo 2017 22:37 redazione nonsoloparole
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L’ELEFANTE  E  LA  FORMICA di  Eleonora  Bellini

 

 

Questo lavoro rinnova la memoria sulla illustre figura di Mohandas Gandhi (1869 – 1948), il celebre Mahatma – grande anima in lingua hindi -, appellativo datogli in una sua visita dal poeta indiano Tagore e preso dalla Upanishad, antico testo religioso nel quale indica l’Essere Supremo. L’uomo, piccolo e minuto, fu l’equivalente di un

 

Martin Luther King (1929 – 1968) indiano, quale eroico apostolo della non violenza, e operò fortemente per l’indipendenza della sua nazione dall’Inghilterra, proclamata nel 1947 grazie all’azione del moderato Partito Nazionale del Congresso. In esso Ghandi fu parte molto attiva e, dopo quasi un secolo come colonia britannica - la cosiddetta “perla dell’Impero” –, il grande paese raggiunse la sospirata libertà. Il subcontinente venne diviso in due stati: l’India, a maggioranza indù, e il Pakistan, a maggioranza musulmana a dispetto dell’ideale ghandiano che avrebbe auspicato una unica nazione. Pochi mesi dopo il Mahatma fu assassinato a Delhi da un fanatico religioso indù. Il sottotitolo del libro recita “Gandhi nelle lettere del nonno”: la narrazione si articola sulla disamina appunto di lettere scritte dal vecchio Bapu (nonno) Raykhumar al nipote Ghaffar per fargli meglio conoscere le grandi qualità dell’uomo. E Bapu anche chiamavano tutti affettuosamente il vecchio Gandhi.

Un gruppo di amiche, tra le quali la narratrice, riunite a Parigi in anno recente, hanno la fortuna di conoscere l’avvocato Ghaffar, ormai anziano, ed essere introdotte nella vicenda accennata:  

 

Ghaffar cominciò a leggere e fummo trasportate in un Paese e in un'epoca lontani. Ghaffar leggeva, leggeva e la storia che usciva dalle sue labbra era così grande che ne fummo rapite. La sera si trasformò in notte e poi in notte fonda e noi quasi non ce ne accorgemmo, tanto eravamo affascinate.

 

L’opera di Gandhi parte dall’evidenza che il popolo indiano vive in grande povertà sfruttato dagli occupanti, un viceré governava tutto per il re d’Inghilterra. Gli inglesi si arricchiscono pagando pochissimo la fonte primaria, cioè il lavoro degli indigeni, e arrivando al punto di imporre cosa coltivare al solo fine di massimizzare il proprio profitto. Per tal motivo poco venivano seminati generi commestibili e la fame era l’altro grande spettro da debellare nella sterminata nazione. Gandhi sfruttò al massimo le elementari armi della disobbedienza civile, del digiuno e della preghiera per giungere dove le armi sicuramente non avrebbero portato. Divennero suoi costanti strumenti di lotta e lui fu più volte imprigionato, ma l’assenza generale di cooperazione da parte dei connazionali con i colonialisti iniziò, pian piano, a dare i suoi frutti.

 

Un passo simbolico e irrevocabile fu il pubblico rifiuto che Gandhi fece di tutte le medaglie e onorificenze ottenute dal governo britannico: nel 1920 le restituì al viceré, accompagnandole con una lettera che è rimasta famosa e che concludeva: "un governo che si è macchiato di immoralità e di ingiustizia deve essere condotto a pentirsi. Ho suggerito al mio popolo la non-cooperazione, che permette di dissociarsi da esso e di costringerlo a cambiare, ma senza violenza".

L'esempio di Gandhi fu seguito da molti: magistrati, studenti, intellettuali.

 

Così Raykhumar - coltivatore di indaco per la tintura del cotone, divenuto poi stretto collaboratore del Mahatma - lo contatta la prima volta nel 1917 per chiedere la cancellazione della “macchia d’indaco”, cioè la miseria cui lui e i compagni di lavoro sono condannati. E questa fu una delle prime vittorie che il Mahatma portò a segno contro il governo nella lunga marcia verso l’indipendenza. Altra battaglia saliente fu la marcia del sale, per abolire gli assurdi dazi britannici su di esso.

Ad arricchire il testo, oltre i tanti sapienti precetti del maestro, sono riportate leggende, una sorta di parabole, che vogliono aprire la mente e il cuore di chi ascolta a verità profonde e a regole di vita di essenziale importanza. L’India era un paese socialmente travagliato molto più di oggi, ricco solo di tabù, antiche tradizioni e severe divisioni sociali. La prima linea d’azione fu lavorare sul fronte interno per abbattere anacronismi non più rispondenti alle esigenze di uno stato moderno:

 

«Dobbiamo puntare all'autosufficienza e all'autonomia, sia nella nostra comunità che nella nazione» ci spiegava Gandhi «Il popolo indiano è povero, ma non ha bisogno di elemosina, deve piuttosto ritornare alle    attività tradizionali come la filatura a mano, che un tempo sostentava i villaggi. Ecco perché vi esorto a vestire come me il dhoti, l'abito tradizionale dei contadini, confezionato soltanto con tessuto fatto in casa.»

Il più grave di questi pregiudizi, che egli definiva "il peccato dell'India", era l'emarginazione assoluta che pativano gli appartenenti alla casta degli intoccabili. La disuguaglianza decretata dal sistema delle caste, gruppi sociali isolati, separati gli uni dagli altri, paralizzava l'India. Ed era, inoltre, l'affermazione palese dell'ingiustizia, codificata senza possibilità di uscita e di riscatto in questo mondo. Più in basso di tutti erano gli intoccabili, isolati, disprezzati e con i quali nessuno voleva avere contatti.

Gandhi aveva deciso che questa divisione non doveva esistere nel suo ashram. Per questo motivo egli stesso ogni mattina svolgeva i compiti più umili, quelli da sempre riservati agli intoccabili: spazzava i rifiuti dalle strade e puliva i gabinetti comuni.

 

Gandhi definisce gli intoccabili harijan (figli di Dio).

Eleonora Bellini è autrice di molte opere letterarie sia per adulti che per ragazzi, spaziando dalla poesia alla saggistica. Il registro dell’Autrice è lieve, limpido, piacevole. Per molti versi ben si adatta al linguaggio e alla dottrina del Mahatma, ammaestrare pacatamente chi ascolta – nel caso chi legge – per indurlo a trovare autonomamente la strada verso la verità, niente affatto facile da raggiungersi per i più. L’espressione letteraria rende fedelmente il difficile momento storico col quale Gandhi dovette confrontarsi tra connazionali che, in pratica, si trovavano a partire da zero, e con un mondo che quasi ignorava ogni realtà della società indiana. Egli diceva:

 

«Come un elefante, malgrado le sue buone intenzioni, è incapace di pensare come una formica, così un Inglese è incapace di ragionare come un Indiano.»

 

Nel libro sono riportati anche un vocabolarietto, che spiega termini specifici usati nel testo, una breve ma esauriente biografia, e indicazioni su pubblicazioni e altro collegate. Per tutte citiamo il bel film Ghandi (1982) di Richard Attenborough (regista e attore inglese) che nel 1983 ottenne ben otto Oscar, tra i quali quello come miglior film. È anche più volte citata l’opera Gandhi (1924), prima biografia del politico di Romain Rolland (1866 – 1944), celebre scrittore francese premio Nobel per la letteratura nel 1915, che si rivelò fondamentale per la conoscenza dell’uomo in Occidente. Di lui citiamo:

 

Poco importa il successo. È importante essere grandi, non sembrarlo.

 

 

Luigi Alviggi

 

 

Eleonora Bellini : L’elefante e la formica

NonSoloParoleEDIZIONI,  2016 – pp.  128 - €  12,00

 

 

 



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