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L'amico di una vita di Roddy Doyle - A cura di Luigi Alviggi

Domenica 19 Marzo 2017 22:25 redazione nonsoloparole
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L’AMICO  DI  UNA  VITA di   Roddy  Doyle

 

Pat Dunne e Joe Murphy sono amici di una vita fin da ragazzini. L’amicizia è un sentimento tanto intenso che può riservare sorprese oltre ogni previsione ma, questa volta, la meraviglia è del tutto particolare e arriva a destare sgomento. Un così bel sentimento è di natura fragile, può andare in pezzi bruscamente e interrompersi per le cause più svariate. È il caso delle liti “amichevoli” per amori, per affari, per denari, per mille motivi che, sempre a volte, l’individuo pare cercare in maniera

 

inconscia. È la storia solita di molti accidenti della vita in cui due, che condividono tutto, imboccano strade divergenti e divengono acerrimi nemici. Pat e Joe, dunque, si conoscono da sempre, poi una lite li allontana per una decina d’anni senza che alcuno dei due avverta il bisogno di cercare l’altro. Pat, uomo casa e lavoro, si troverà a fronteggiare lo straordinario estremo e Doyle, autore di buona vena umoristica, calca la mano valicando i confini della realtà con una vicenda grottesca, ai limiti dell’agghiacciante non fosse per il tono leggero che la narrazione mantiene. Joe muore improvvisamente e Pat, come sempre in questi casi, si passa una ruvida mano sulla coscienza e non si sente a posto. Si risolve ad andare a trovare il vecchio amico che non rivedrà più, e per il quale si è sciolto in lacrime nell’apprendere dalla moglie Sarah la notizia.

 

«Il funerale è domani.»

Me l'ero dimenticato... ancora. Joe era morto.

«Ah» dissi. «Okay.»

«Ci andremo.»

«Certo.»

Annuì e sorrise di nuovo.

«E alla veglia» aggiunse. «Andremo alla veglia.»

«Alla veglia?»

«Sì. A casa sua.»

Cioè a casa di Joe. A casa di Karen e di Joe. E del figlio Sam. Un tempo la frequentavamo quanto la nostra. Sam e nostro figlio Gavin giocavano insieme, per un certo periodo erano cresciuti insieme.

Prima della lite.

«È stasera?» chiesi.

«Sì» rispose Sarah.

«Oddio» dissi. «Non so, amore.»

«Dobbiamo andarci» disse lei.

«Non so se sono in grado di affrontare Karen.»

«Neanch'io» ammise Sarah. «Ma...»

«Dobbiamo andarci.»

«Sì.»

«Joe ci sarà?» le chiesi.

Lei mi fissò.

«Joe è morto» disse. «Ricordi?»

«Il corpo» precisai. «Nella bara. Ci sarà?»

In quel momento sentii di nuovo la risata.

Joe era morto. Ma nella mia testa stava tornando in vita. Troppo tardi.

 

La sera, dunque, Pat e Sarah vanno da Joe, e da Karen, la moglie, già amica-amica di Pat per breve tempo, e da Sam, il figlio, che Pat ha lasciato decenne e ora trova uomo, molto somigliante a Joe. La casa è piena di gente, la maggior parte conoscenti. Viene bene accolto ma il suo disagio è grande, non sa come comportarsi, specie con la vedova, donna ancora piacente mentre su di lui gli anni hanno agito in malo modo.

 

Karen mi si parò davanti. Aveva il naso vicinissimo al mio. Era alta, e io non molto. Era proprio una gran bella vedova.

Mi strinse le mani, prendendole entrambe fra le sue. Aveva mani grandi, per una donna. Aveva belle mani, morbide e grandi.

«Pat» disse. «Mi fa piacere che tu sia venuto.»

«Anche a me» dissi. «Vorrei solo...»

«Cosa?»

«Vorrei averlo fatto prima.»

«Pazienza» replicò lei. «Joe ha detto la stessa cosa.»

«Davvero?»

«Sì.»

«Siamo stati stupidi.»

«Sì» disse lei. «Lo siamo stati.»

«Intendevo io e Joe» precisai.

Sentii il viso avvampare.

«Sì» disse. «Anche voi. Comunque eccoti qua.»

Mi abbracciò. La baciai sulla guancia. Il suo orecchio era lì, pronto per le mie parole.

 

E, su invito di Karen, Pat va da Joe. Entra nella stanza vuota, solo con la bara e il corpo, sempre nella condizione confusa in cui si sente da quando ha appreso del decesso. Non molto cambiato, Joe lo aspetta, seduto nella bara e pronto a chiacchierare con lui! Il titolo originale del libro è, infatti, “Dead man talking”. Poco dopo ne esce fuori per invitarlo a provarla. Poi, arrivando qualcuno, lesto ci si rinfila dentro per fare il morto. Entra Sandra, amore di gioventù di Pat, bellissima, e gli confessa di essere sconvolta perché Joe è stato il suo primo uomo, proprio la sera della festa in cui lui la invitò a ballare ricevendo un rifiuto. Pat si disorienta ancor più. Qui la narrazione imbocca una sequenza di ripetizioni - quasi il nastro della vita si riavvolgesse ogni volta che Pat entra ed esce dalla stanza del defunto – che replicano o poco modificano quanto già scritto prima. A sottolineare, credo, da un lato l’inaffidabilità di quanto riteniamo l’unica realtà possibile e dall’altro, con il poco modificato relativo alla parte ricordi di vita comune, ad aprire uno spiraglio verso una vita successiva del tutto differente. Viene da pensare al film di successo “Sliding doors” di Peter Howitt (1998), trasposto in letteratura.

Su un altro piano, è il trionfo della relatività di ogni esperienza sensoriale che possiamo solo credere di essere verità assoluta, posto che questa non sia un concetto astratto, irraggiungibile per principio. L’Autore getta, attraverso la reiterazione ripetuta della realtà nei dialoghi tra morto e vivente e nei contatti con altri che Pat ha nella casa di Joe, una sorta di ponte tra vita e morte, costituendo un continuum ininterrotto che serve, svalutando la memoria dei ricordi, a collegare in qualche modo quanto conosciuto prima e quanto ignorato dopo la fine dei nostri giorni.

Diciamo subito che l’intento filosofico non è marcato dall’Autore e neppure sfumato: il libro è quasi una sfilza ininterrotta di brevi dialoghi, con frasi e affondi strambi, dunque molto scorrevole nell’intreccio essenziale. Il tutto, dunque,  va piuttosto inquadrato nelle dimensioni di un volo arcano della fantasia di Doyle, che guarda alla inevitabile caducità di ogni evento umano e al quale non dispiace il paranormale.

Un romanzo breve, decisamente originale e singolare per gli andirivieni continuati lungo un cerchio che fa riflettere al di là delle cose, cioè su tutto ciò che ci circonda e ci riguarda. Si legge con facilità e animo lieve, nonostante l’argomento, e induce spesso a sorridere, di se stessi innanzitutto, come continua a fare Pat che conserva, nella svagatezza, il meglio di sé anche nelle contorte vicende attraversate.

Roddy Doyle (Dublino, 1958), pluripubblicato in italiano, insegnante, ha fornito con diversi suoi lavori la sceneggiatura per film di successo. In Italia si è affermato con il libro “Paddy Clarke, ha ha ha” (1993), vincitore del Man Booker Prize, primario premio letterario nel mondo di lingua inglese.

  

 

Luigi Alviggi

 

Roddy Doyle : L’amico di una vita

traduzione di Stefania De Franco

GUANDA,  2016 – pp.  112 - €  11,00

 

 



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