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"Pensieri in versi" di Amelia Nicolini. A cura di L. Alviggi

Giovedì 16 Giugno 2016 18:39 redazione nonsoloparole
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Pensieri in versi 
di Amalia Nicolini
a cura di Luigi Alviggi

Certo di interpretare il pensiero a venire di quanti mi leggono, ciò che maggiormente colpisce in questa speciale, per ricchezza ed ampiezza di temi, silloge di carmi dell’amica Amelia Nicolini è la varietà e lo spessore dell’inesauribile vena sprigionante dall’assiduo coinvolgimento agli eventi interni ed esterni della sua complessa anima di donna, madre, sposa, cittadina, attenta spettatrice del malfermo incedere dell’odierno mondo circostante.

Secondo ogni canone, l’affetto più intenso, quello materno, nella duplice direzione, volto alla ascendenza e alla discendenza, apre il sipario delle mille scene portate con pathos e arte alla nostra riflessione. I sentimenti più profondi che impregnano l’andare terreno della figura muliebre sono vissuti, giorno dopo giorno, con un’intensità che non scema tra l’impallidirsi di ogni altro ricordo, e che fa rivivere l’immagine di decenni addietro come fosse accaduta pochi istanti fa. Tutto ciò attesta un legame inestinguibile che trascende il breve cammino umano, affacciandosi al mistero insondabile del ricevere vita e del trasmetterla poi ad altri a seguire dopo di noi.  E il ricordo si fa nostalgia, poi commozione, poi pianto, poi angoscia, nel rimorso di non aver mai saputo cogliere, nella sua estrema importanza, la sostanza di quanto stava avvenendo dinanzi ai nostri occhi, ciechi, alla nostra lingua, muta, alle nostre orecchie, sorde. Altri sostrati incoercibili emergono al fondo: la fede, che impregna decisa alcune liriche e resta sopita, ma non per questo meno vigorosa, in numerose altre, e l’amore terreno, quello per un altro essere che sostiene i giorni e apre alle speranze del futuro, davvero insulse quando vissute in squallida solitudine.

 

A seguire, ci affacciamo stupiti al fiume in piena che investe, e sovente travolge, gli argini che l’abitudine quotidiana costruisce quale imprescindibile baluardo contro l’assalto continuo delle mille angustie che trafiggono da ogni lato. L’Autrice le suddivide – per comodità del lettore – in sei filoni, ma è un artificio che non inganna chi appena si soffermi sulle comuni spinte sottese che muovono all’indagine in ciascun campo. Ed è in particolare in “papaveri e papere” che il fiume dilata la sua portata, diventando un’onda di tsunami che squassa, con forza dirompente, roccaforti inalterabili che, se non arrivano a vacillare in una realtà troppo abulica per dissesti sconvolgenti, sicuramente cadono in pezzi nella mente dei ben pensanti che – ahimè! – troppo spesso trovano poca voce in capitolo!

Frecciate senza riguardo né risparmio, volte al pasticcio o all’inquisito di turno, minestra quasi quotidiana in questo nebuloso paese, che attestano conoscenze approfondite ben incuneate nei meandri del mondo politico, tanto difficile a seguirsi nelle continue involuzioni. E fanno dell’Autrice una testimone inconfutabile di costante attenzione a quel complesso regno che tanto da vicino tocca tutti noi. Così, bersaglio facile per dardi potenti si rivela la galassia parentopoli, discendente dell’antico nepotismo, iniziato come piaga nell’alto clero romano fin dai secoli dopo il mille. E la Nicolini non sottace alcunché, non esitando nelle filippiche d’onore e d’obbligo contro le tante malefatte dei nostri politici - o meglio politicanti da strapazzo, volti al beneficio non della vituperata ”res publica” ma bensì della debordante “res privata” –, con tanto di nomi e cognomi che ottengono il risultato di dare espressione alle nostre convinzioni profonde e concordi a riguardo.

È un’ironia caustica e senza risparmio, volta a perforare la più spessa corazza che la vita sulla terra abbia mai prodotta, è cioè quella di tanti politici che sarebbero potuti scendere senza tema nella più aspra delle tenzoni medievali, sicuri di un’achillea invulnerabilità al più affilato degli strali. Notiamo che circa la metà del presente lavoro è dedicata al rutilante, cangiante e mefistofelico mondo degli andazzi politici senza fine, con i loro annessi e connessi. Una vena genuina e rigogliosa che sprizza, purissima acqua di fonte, appena una lieve increspatura dei cieli, da sempre perturbati, lascia intravedere inconvenienti lesti a precipitare su noi derelitti, da sempre esposti a turbative incessanti.

E qui dare anche un assaggio della poetica nicoliniana in questo campo è compito da ”far tremar le vene e i polsi”, come affermava padre Dante. A parte la scelta, comunque soggettiva, per la parte “papaveri e papere” le doverose citazioni meriterebbero un libricino a parte.

Preferendo spostare la contesa in campo neutro, in modo che nessuno ne abbia a male, tra i cento passi additabili suggerirei una lettura attenta di “Benedetto Papa!” in puro romanesco, che viene definito – lo affermano le statistiche - la terza lingua per diffusione in Italia. Nel carme viene citato anche il fulmine che, nella serata dello stesso giorno della “abdicazione” – pura verità, come immortalato da foto -, andò a centrare la punta del Cupolone. E qui, per non trascinare nell’arena nomi di eccelsa importanza, dobbiamo pensare al Giove capitolino, risvegliato per l’occasione, cui attribuire la paternità della singolare coincidenza. A parziale ammenda dello specifico invito, lascio alla cura del lettore curioso individuare quale mai sia la seconda lingua parlata in Italia.

Frizzanti e gustose, anche se poco ridanciane, sono le liriche dell’ultima sezione “varie (ed eventuali)”. Anche qui l’aculeo affonda in molti bubboni che si affollano numerosi – la peste è endemica e diffusa – nelle aree più svariate. E si sorride molto amaramente, impetrando il perdono e la pace delle 33 sciagurate vittime dell’evento, sull’ormai storico “Colui che non ritorna….a bordo” a proposito della sventurata Concordia e del suo inarrivabile comandante.

Di fronte alla tragica, sconvolgente, funesta, abitudine dell’uomo, sempre esecrata e sempre ricorrente dall’alba della vita, voglio concludere queste brevi note con i primi splendidi versi di “Guerra”, sinfonia terribile e toccante, splendida ad ascoltarsi e tristemente destinata ad un perenne ed universale inascolto:

 

Lasciate la guerra alle Madri,

alle donne che hanno aspettato

la vita prendere vita

nell’ombra liquida e calda

del loro grembo splendente,

alle madri che donano fiori

di carne, lacrime e sangue

e non vogliono più vedere

quei figli tornare a pezzi,

schegge di ossa e orbite vuote

 

avvolte con precisione

dentro bandiere-sudario,

la giovinezza fermata

nel rovescio della medaglia:

una data, un numero, un nome

in un “per sempre” senza futuro.

 

Quale glorioso tentativo di riscatto, in un mondo che ha perso ogni orientamento e dove pazzi sfrenati, in nome di una religione senza nome né base, diffondono ondate di morte tra innocenti di ogni età, etnia e credo, siamo ancora al fianco di una madre che, nell’insopprimibile speranza vivificatrice, racchiude il sogno dell’unico futuro per lei accettabile: la madre, la nostra madre, la madre universale, di “Quel filo....” , altra rabbrividente preghiera laica per un domani meno penoso, sorretto dall’intimo affetto affrancato nell’emergenza dall’austera Signora.

Un viaggio, articolato e trascinante, che immerge ciascuno di noi in un bagno purificatore, l’acqua del quale vorremmo di tutto cuore fuoriuscisse dalle pagine stampate per diffondere soavi benefici laddove più se ne avverta il bisogno. 

 

 

Luigi  Alviggi

Amelia Nicolini:  Pensieri in versi

Copyshop, 2016 – Ediz. fuori commercio

 

 



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