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Testimonianze dalla camera oscura

Lunedì 08 Novembre 2010 11:51 Admin -
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Raccolta di citazioni sul mestiere di scrivere
Mentre i prodotti dell'attività scrittoria sono destinati, per loro natura, alla sfera pubblica della comunicazione e sono oggetto di continuo scambio sociale attraverso la compravendita, la lettura, l'interpretazione, la recensione critica, la traduzione e la citazione, il momento della stesura, della loro produzione quindi, ha da sempre rivestito un carattere gelosamente individuale, sicché la scrittura tende ad essere considerata un'attività esoterica.
A dispetto della sua funzione pubblica lo scrittore lavora nel segreto del proprio studio. E poterlo osservare, al proprio tavolo di lavoro, mentre dalla materia della lingua compone, o come si dice in questi casi crea un racconto, una poesia o altro, costituisce una curiosità diffusa che pochi hanno la fortuna di soddisfare. Fra tutte le arti, quella dello scrivere quasi non richiede alcuna abilità manuale, fisica e, dunque, visibile. E la non visibilità del processo di creazione artistica della scrittura rende più insistente la curiosità di penetrarne i segreti; ma anche più difficile appagare tale curiosità. Quale arcano mistero rende possibile il prodigio della creazione letteraria? Quali gioie e dolori accompagnano tale parto? - Non è dato facilmente sapere.
Di un autore si può conoscere il suo ambiente storico, la sua visione del mondo, la sua poetica, le sue vicende personali; ma come tutto questo, poi, concretamente si trasfonda in una pagina scritta è avvolto nel mistero. Conosciamo quello che c'è prima e quello che ne risulta dopo. Ma il passaggio dall'uno all'altro avviene in una sorta di camera oscura, dove non è permesso sbirciare e dove seppure lo facessimo avremmo ben poco da vedere!
Lo scopo di questa rubrica è quello di raccogliere, grazie alle segnalazioni dei lettori, le testimonianze, le confessioni e le riflessioni che giungono talvolta da questo luogo di mistero.

Il lettore, forse, ne riderà, ma per noi scrittori lo scrivere non cessa mai di essere una cosa folle, eccitante, la traversata di un oceano su un minuscolo canotto, un volo solitario attraverso il Tutto. Mentre si cerca una singola parola, mentre si sceglie fra tre che ci si offrono, il mantenere, intanto, nella sensibilità e nell'orecchio, tutto il periodo che si sta costruendo; mentre si fucina la frase, mentre si lavora alla costruzione prescelta e si avvitano i bulloni dell'intero meccanismo, l'avere sempre presenti, in non so che misteriosa maniera, il tono e le proporzioni di tutto il capitolo, del libro intero: credetemi è un'attività piuttosto emozionante.
[Hermann Hesse, La cura, Adelphi, Milano 1978, p. 73.]


La sua [di Sebastiano Knight] battaglia con le parole era insolitamente ardua, e ciò per due ragioni. L'una era quella comune a tutti gli scrittori del suo tipo: il superamento dell'abisso esistente tra pensiero ed espressione; la intollerabile sensazione che le parole giuste, le sole parole adatte ti stiano aspettando sul ciglio opposto, nella brumosa distanza, e il brivido dei pensieri ancora ignudi che le richiamino a gran voce da parte dell'abisso. Non sapeva che farsene delle frasi bell'e fatte poiché le cose che aveva da dire erano di struttura eccezionale e d'altro canto egli sapeva che nessuna vera idea può esistere senza le parole create appositamente. Sicché (per usare una similitudine più calzante) il pensiero in apparenza ignudo domandava solo che gli abiti che indossava diventassero visibili, mentre le parole appiattate lontano non erano quei vuoti gusci che aspettavano, ma aspettavano soltanto che il pensiero che già nascondevano dentro le riscaldasse e le mettesse in moto. A volte si sentiva simile a un bambino a cui è stata consegnata una farragine di fili elettrici con l'ordine di produrre il prodigio della luce. Ed egli la produceva; e spesso non era nemmeno cosciente di come facesse a produrla; altre volte si arrabattava a lungo coi fili seguendo quelli che avrebbero dovuto essere i sistemi più razionali - senza approdare ad alcun risultato.
[Vladmir Nabokov, La vera vita di Sebastiano Knight]
Wilhelm: "Non voglio vedere niente di particolare prima di mettermi a scrivere. Voglio solo ricordare. Tutto ciò che vedo per caso disturba l'affiorare dei ricordi, e, perché possa scrivere, i ricordi devono giungere indisturbati e precisi; altrimenti scriverei soltanto cose legate al caso".
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 41]
Se spirito e cultura potessero divenire (...) un bene comune, lo scrittore avrebbe un compito facile; potrebbe dire sempre la verità per intero e non dovrebbe evitare di dire il meglio. Ma così stando le cose, deve sempre mantenersi ad un certo livello; deve considerare che le sue opere vanno nelle mani di un pubblico eterogeneo ed è a ragione di ciò che deve guardarsi dal dare scandalo con un'eccessiva franchezza alla maggioranza della brava gente.
[J. W. Goethe, J. P. Eckernann, Gespräche mit Goethe in den letzten Jahren seines Lebens, Zürich 1948, p. 89]
È in ogni uomo di attendersi che forse la parola, una parola, possa trasformare la sostanza di una cosa. Ed è nello scrittore di crederlo con assiduità e fermezza. È ormai nel nostro mestiere, nel nostro compito. È fede in una magia: che un aggettivo possa giungere dove non giunse, cercando la verità, la ragione; o che un avverbio possa recuperare il segreto che si è sottratto ad ogni indagine. Ma è l'ottimismo che se ne va sempre per ultimo, e che dunque serve, sovente, di più lungo aiuto.
[Elio Vittorini, "Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948, da E. Vittorini, Diario in pubblico, Bompiani, .....pp. 333-4]
Stesi i primi quattro capitoli e poi mi fermai. Non lo sapevo scrivere. Sentivo che dovevo prima sfogarmi, dovevo esprimere qualcosa di molto soggettivo, di intimo, prima di poter obiettivare. Dovevo insomma pagare un tributo alla giovanile esigenza della confessione: ecco così Un uomo provvisorio che pochi ricordano, e che io considero come un fatto personale, un'autobiografia mentale. Nel '35 ripresi ancora Signora Ava, scrissi due o tre capitoli, ma rifiutai i precedenti, poi lo interruppi di nuovo. Nuove esperienze, nella scuola e nel giornalismo (...), in Italia e all'estero, soprattutto nell'Egitto (...). Nel '41 mi rimisi ancora a Signora Ava dopo aver ripreso il primo capitolo del '29, e finalmente lo terminai
[La Fiera Letteraria, 9 gen. 1949, cit. da F. Jovine, Signora Ava, p. VIII]
Una pagina del taccuino, mentre Wilhelm scrive: "Non sono disperato, solo annoiato e svogliato. Da due giorni non tiro fuori una parola. Ho la sensazione che la lingua mi sia scomparsa dalla bocca. Nel sonno invece parlo tutta la notte, dice la mamma. Vorrei diventare scrittore. Ma come è possibile, se l'umanità mi lascia indifferente?"
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 9]

 

Wilhelm si appoggia allo schienale e parla da solo: "Forse è vero anche questo: si vuole scrivere senza sapere cosa. Semplicemente aver voglia di scrivere, come si può aver voglia di camminare. Si ha bisogno non di scrivere, ma di voler scrivere. Uscire di casa, bere, mangiare. Ma non scrivere, bensì voler scrivere... Allo stesso modo anche amare, forse, non è un bisogno, come lo è invece voler amare... Voler scrivere, voler amare: adesso vado di sopra".
[Peter Handke, Falso Movimento, Parma, Guanda, 1991, p. 58]


"Inizialmente devi buttare giù tutto come viene, senza preoccuparti se questo tutto sia povero o diluito; limitati a buttare giù tutto e poi dimentica l'intera cosa. Dopo un mese o due, a volte più a lungo (succederà quando il momento è giusto), tira fuori il testo e leggilo da cima a fondo. Allora vedrai che qualcosa non va bene, molto è superfluo e qualcosa manca. Fai le correzioni e le note a margine e metti di nuovo via il manoscritto. Poi, alla lettura successiva, fai altre note a margine, e se non c'è spazio abbastanza, attacca al margine un pezzo di carta. Poi, se non è rimasto spazio, prendi il testo e copialo di tuo pugno. [...] Ciò si dovrebbe ripetere otto volte, secondo me. [...] Ulteriori revisioni e letture possono rovinare il tutto; un artista lo chiama esagerazione. Naturalmente queste regole non possono sempre essere osservate; è difficile. Io mi riferisco ad un caso ideale".
[D. Ciževskij, "The composition of Gogol's "Overcoat"" in Gogol's "Overcoat": An Anthology of Critical Essays, Ardis, Ann Arbor, Michingan, 1982, p. 37. Cit. in Nikolaj V. Gogol', Il cappotto e Il naso, Roma, Tascabili economici Newton, p. 15]
"Da quando una volta, per quasi un anno, era vissuto immaginando di aver perso il linguaggio, per lo scrittore ogni frase che scriveva e con la quale avvertiva anche la spinta alla possibile prosecuzione era diventata un avvenimento. Ogni parola che, non parlata, bensì in forma di scrittura, annunciava la prossima, gli faceva tirare un sospiro di sollievo e lo ricollegava al mondo; soltanto con questo felice annotare per lui cominciava il giorno, e poi, così comunque pensava, fino al mattino seguente poteva anche non accadergli più nulla".
[Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore, Parma, Guanda, 1987, p. 5]
Ma poi, d'un tratto - questa parola detta alla leggera per una volta corrispondeva all'avvenimento - egli perse il nesso misterioso noto a loro due soltanto, e subito, in modo repentino e inspiegabile, seppe di aver perso anche l'aggancio per poter scrivere la mattina seguente, che aveva creduto di essersi assicurato nel corso del pomeriggio e senza il quale non poteva continuare il lavoro. Già gli era balenata ogni singola frase, fino alla frase conclusiva - ormai si trattava soltanto di trovare la successione giusta - e d'un tratto non c'era più una parola che valesse qualcosa; anzi a ripensarci, tutto quello che aveva fatto finora a partire dall'estate, e che nelle ultime ore gli aveva fatto drizzare le spalle, fu annullato in un momento. In un primo momento lo attribuì al fumo della bettola, che ostacolava non soltanto il respiro ma anche la fantasia, e si recò alla toilette per concentrarsi al fresco, davanti alle piastrelle ed all'acqua corrente. Ma anche lì in lui tutto rimase muto; l'opera, sentita fino a un attimo prima come un arioso involucro, sembrava mai esistita; nello specchio, il suo nemico.
[Peter Handke, Pomeriggio di uno scrittore, Parma, Guanda, 1987, pp. 62-3]

Il più grosso dubbio che mi assale quando mi accingo a scrivere qualcosa è se sia già stata scritta o meno. cosa non è stato già scritto, esiste un'idea, non so, un'immagine, una storia che nessuno ha ancora raccontato? Difficile, assai difficile. Questo per me è un vero e proprio terrore, che inevitabilmente mi porta a desistere dal cominciare qualsiasi 2avventura" letteraria: è anche un bel pretesto, direi un nobile pretesto per nascondere la mia maledetta pigrizia.
[Margherita Merone, Chat Story, Michele di Salvo editor, Napoli 2000, p. 3.]

(...) [il] grande dubbio che secondo me assale sempre i grandi scrittori (e soprattutto gli infimi come me): il timore di scrivere sciocchezze, storie banali, insignificanti, noiose, in una parola: stronzate. Ecco, questo, è un dubbio forte, ma forte forte, che mi sta assalendo improvvisamente, come se mi fossi avvicinata troppo ad un caminetto con un bel fuoco ardente: non te ne accorgi subito ma dopo qualche minuto ti senti invadere da un calore soffocante..è una sensazione assai sgradevole, davvero: altro che tempo a disposizione, fantasia, cultura, abilità! La verità è che a scrivere un libro o qualcosa che gli somigli ci vuole un gran coraggio! Ma stavolta lo troverò, e metterò nero su bianco. E quando il dubbio tornerà ad assalirmi, facendomi avvampare dallo sconforto e dall'incertezza... prenderò una boccata d'aria, e via! Mò è tempo proprio di cominciare.
[Margherita Merone, Chat Story, Michele di Salvo editor, Napoli 2000, p. 4-5.]

Le frontiere di un libro non sono mai nette né rigorosamente delimitate: oltre il titolo, i primi righi e il punto finale, oltre la sua configurazione interna e la forma che lo rende autonomo, è catturato in un sistema di rimandi ad altri libri, altri testi, altre frasi: nodo in una rete
[Michel Foucault, L'archeologia del sapere]


Come? tu sei ignorante, e scrivi? e stampi? - Come? tu sei ignorante, scrivi? e stampi? - Ohe, spieghiamoci chiaro per intenderci bene. Io vi desidero tutti ignoranti, e spero che lo siate pel vostro meglio: ma sciocchi, no: né tanto inesperti del mondo da non capire che se tutti gli ignoranti non possono essere autori, almeno gli autori sono quasi tutti ignoranti. Chi tiene in sì alto prezzo i cenci per la carta? Tanti stampatori, e libraj, e compositori di caratteri, e proti, e fattorini, e legatori, ecc. chi li fa vivere? Noi, se lo permettete. Facciamo un conto largo che sopra ogni migliajo di libri (e quanti mila se ne stampano in un anno!) 5 sieno ben fatti, utili, e perfino un poco duraturi: ma altri 995 a chi sono da accreditarsi? all'ignoranza, che tiene ditta o colla presunzione, o colla vanità. o colla frivolezza; più spesso colla miseria, più spesso ancora con tutte insieme queste sue legittime sorelle. Perciò, in onta a poche eccezioni, si può stabilire la seguente massima: i dotti leggono, gli ignoranti scrivono, e la maggioranza sterminata del genere umano o non sa o non vuol fare né una cosa né l'altra. E quest'ultima legge provvidenziale è pur benefica: altrimenti, la pubblica ragione subirebbe un vero cataclisma.
Io, non per vantarmene, ho contribuito la mia buona parte a quest'opera babelica della stampa. Ho scritto in versi, ho scritto in prosa: in umile dialetto, e in lingua illustre: ho trattato di scienze, ho trattato di frivolezze: né occorre il dire che mi trovarono assai più grande nelle seconde che nelle prime. Insomma ci ho messo buon cuore e perfino buona intenzione. È bensì vero che altri lavorano assai più di me , e v'ha chi scrive in tre mesi più di quanto io abbia scritto in vent'anni. Ma credereste che io patisca l'invidia? patisco appena la compassione. Poveri diavoli! lasciateli sudare e correre affannosamente lo stadio per tutto il giorno: quando mancano venti passi alla meta, io spicco due salterelli arrivo pel primo. Con un libercolino smilzo, pettegolo, petulante, pungente, si leva più rumore e scandalo che coi libracci elaborati al lume della tisica lucerna. Le opere del genio non si stimano a quantità ma a qualità: e io sono sempre il capo, almeno nell'ignoranza, che è il requisito ottimo massimo, li vinco tutti.
[Giovanni Rajberti, Il viaggio di un ignorante, Guida, Napoli, 1985. pp. 29-30.]
Se volessi interpretare la parte dello Scrittore Figo, potrei dire che, come per Michelangelo, anche per me il processo creativo avviene per sottrazione e non per addizione; in altre parole, non parto dal solito foglio bianco ma da un foglio nero, al quale gratto via l'inchiostro superfluo. In parte è davvero così. Lo scrittore non inventa niente perché c'è già tutto nell'universo. Deve solo essere attento a cogliere le sfumature, a non fermarsi alle facili apparenze, a cercare di fissare ciò che è impalpabile ed evanescente. E' un po' come addomesticare la natura, convincerla a scivolare nelle pagine di un libro. Federigo Tozzi scrisse che "ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è egualmente interessante, se non di più, anche l'intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, di un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede e poi prosegue la sua passeggiata". Non c'è bisogno di essere originali a tutti i costi, perché niente è così nuovo e stupefacente delle piccole cose quotidiane.
[ Andrea Malabaila]
Le mie sensazioni dinanzi una pagina bianca:
Ora basta, devi incominciare a mettere giù qualcosa. Te lo stai ripromettendo da tempo. Esattamente sono tre settimane che ti alzi, sorseggi il tuo caffè bollente, fai brillare una Diana blu e rimani lì assorto in stato comatoso, incapace a buttar giù un’idea decente.
E così sono tre settimane che questo racconto rimane lì senza un finale. Che poi te lo eri detto che il finale va cercato prima, in tempi non sospetti che poi non si sa più a quale santo rivolgerti. Arrivi a convincerti che poi un finale vale l’altro, e che forse sarebbe tutto più bello e semplice se i finali non ci fossero mai, che magari non è come te lo aspetti, e rimani anche deluso.
Invece niente, tu certo delle tue qualità ti sei buttato incurante di tutto in quest’ennesima avventura, affascinato dalla convinzione che un uomo possa vivere senza un canovaccio, una scaletta, uno straccio di idea di come possa concludersi il tutto, fiero e sicuro che sia il “messaggio” il vero fulcro , neanche fossi un messia, e che tutto il resto sarebbe stato elaborato dalla tua mente in un batter di ciglia.
Invece no . Il messaggio c’era, e i personaggi pure. Un paio risultavano ben descritti, uno persino simpatico e un altro effettivamente autobiografico. Alcuni dialoghi erano brillanti che ti compiacevi nella rilettura, un paio di battute poi….
Tutto sembrava filare per il verso giusto tranne quel finale che proprio non voleva scoprirsi. Non che nessuna conclusione fosse affiorata ma dovesti ammettere che quei tre polli che finalmente riuscivano ad aprire un scuola di ballo latinoamericano non c’entravano un fico secco con una storia che parlava del dramma del lavoro minorile! E che dire di quell’altro con un ufo che partiva alla volta di Saturno con un carico di Camogli comprati all’autogrill di Novara.
Niente, più ti sforzi di rimanere sul pezzo più la tua mente batte strade diverse, entra in sensi unici, e prende rotonde alla francese nel senso inverso.
Incominci ad alzare gli occhi verso il soffitto e stiracchiarti come un persiano. Fai due greche sul foglio e incominci a scrutare l’ambiente circostante, scansionando mentalmente oggetti visti mille volte, e soffermandoti sulla bruttezza di quel ceppo di coltelli da cucina che tua madre ha preso con i punti del supermercato. Inesorabile parte un tambureggiare sul pacchetto di sigarette finche ne estrai una e tiri un bel sospiro di sollievo con filtro. Un’ora dopo ti alzi passeggi tra la cucina e il soggiorno quasi a favorire la digestione di un’idea e incominci ad osservare quella stampa di Degas che hai regalato ai tuoi in uno slancio di affettività e ti interrogo se oggi l’artista avrebbe immortalato le Letterine di Passa Parola, o avrebbe scelto un altro mestiere.
Dopo tre settimane di blocco totale non pretendi certo un finale col botto, una conclusione che possa rimettere in discussione il tutto. Ti accontenteresti di un’idea divertente per chiudere questa storia, che quasi ti viene voglia di mollare tutto, perché ti ricordi di avere altri impegni: L’esame di Politica comparata a fine mese, portare la tua ragazza a passeggio, lavare il cane che glielo hai promesso da un mese, e che non ne può più di girare con quella caramella alla fragola attaccata al muso.
Basta! Un finale ti serve ed un finale avrai!
Devi concentrarti, sei sul rettifilo finale! raccogli le energie residue, sei caricatissimo, iperdeciso a chiudere questa faccenda, quando senza che tu possa opporre resistenza alcuna vieni rapito dalla luce ammaliante che fuoriesce dal televisore. Ti trovi immerso in televendite di materassi e set di batterie per cucina, avventure di Magnun PE, inseguimenti dei Chips, il preludio al tappone di montagna del Giro, incapace, o forse indifferente al ritornare alla realtà e soprattutto al tuo finale.
Macché , il finale era chiaro fin dall’inizio, tua nonna che ti viene a chiamare perché è pronto in tavola, e sono 4 ore che sei seduto e non hai scritto una riga. Un finale che si ripete da tre settimane, che tu conosci benissimo, e che forse volevi solo esorcizzare!
[Alessandro Betti]
...Per ridursi a scrivere non bisogna disporre d'altre altrenative. E cosi, chiuso in quella stanza, segregato in quei diciotto metri quadri ingombri di quel che era il mio presente, ma soprattutto di quello che era stata una parte considerevole del mio passato, mi mettevo alla macchina dove restavo incollato per ore e ore senza avanzare di una riga, e il foglio rimaneva bianco. Cominciai a bere. Di buon mattino mi calavo con le stampelle per quelle rampe sdrucciole e rientravo quasi subito con una boccia di whisky sotto l'ascella. Dopo intere giornate trascorse ai margini del deserto, mi buttavo ubriaco sul letto fino al giorno dopo. Poi una sera, improvvisamente, cominciai a battere, battere, battere senza riuscire a tener dietro alla velocità del pensiero, proseguendo come un treno nella notte e oltre.
[Aldo Ricci "IL TONTO", 2001 Germano Edizioni, pp.48 - 49]
Io scrivo
Mi sono chiuso nella mia stanza dopo averla svuotata di tutto: i posters, i quadri, l'armadio, il letto e la sveglia. Ora le pareti della camera sono bianche e al centro vi sono soltanto una sedia e un tavolo e sopra delle penne e dei fogli bianchi.
Chiusa la finestra, la lampada illumina il tutto. Ne uscirò solamente dopo aver scritto una storia.
Ma che cos'è questa scrittura di cui non posso fare a meno, che mi agita, tormenta, stanca, ma poi mi rende felice?
Scrivere per me è stata una necessità ed è una necessità. Adolescente iniziai a scrivere, poi non ho più smesso.
Mi fermo sulle parole, le fisso, poi le modello cercando un senso del reale.
Scrivo di sogni e di bisogni.
La memoria è il mio baule dove ci sono carte, cartacce impolverate, foto strappate, anime lacerate, sorrisi, volti. Intorno al baule c'è il magma creativo, l'immaginazione dalle mille ali.
Si può scrivere immaginando e creando le storie che sono dentro di noi. Ognuno sa quello che deve scrivere, deve soltanto aspettare oppure decidersi. Aspettare è un verbo che mi inquieta ma nello stesso tempo mi fa creare. Mentre aspetto creo.
Decidersi è stare fermi su un foglio bianco e parlare di ciò che detta il corpo; ciò che dentro si sente, si anima, si proietta verso un luogo che è la scrittura.
Perché si scrive? Una domanda che non interessa più. Ora la cosa più importante è scrivere sempre.
Scrivere è un atto di solitudine. È l'unico modo che possiedo per battermi in questo mondo, per tentare di far sognare, riflettere, estraniarsi, criticare qualcuno che ha deciso che la sua vita non è né un numero né una cifra né una fogna.
La scrittura è un filo misterioso come la vita di ognuno di noi.
La scrittura è un dono? Sì, ne sono convinto.
Io inseguo le parole o sono le parole che inseguono me? Non ho risposte certe.
In me ho soltanto vocaboli, storie, descrizioni abbozzate, racconti interrotti e poi ripresi, frammenti di poesie.
Ho bauli da svolgere, da aprire e tirarne fuori le storie.
Scrivere è una lotta con me stesso, per battere la pigrizia che mi attanaglia. Scrivere mi rende ladro: rubo parole ad altri, immagini, volti, suoni, modifico luoghi e li trasformo in altro.
Scrivere è rendere altro, non fare cronaca.
Scrivere non è ispirazione ma traspirazione.
I luoghi interiori corrono alla gola, si bloccano, portano con sé le urla, le voci, le parole pronunciate in un attimo e in quel momento la mano non ha più regole: queste tre dita prendono il sopravvento sulle altre e parlano da sole, irriguardose di tutti e tutto.
La scrittura ti vuole tutta per sé e non accetta compromessi. Ha un solo amante.
I soffioni della terra mi scatenano il verso, la paura della morte la prosa.
Così ascolto, tocco, odoro, gusto, vedo. Questo è scrivere.
La scrittura non mai imparziale; si schiera, si batte, non si vergogna e non mente.
Adesso chiudo gli occhi e guardo dentro: io scrivo.
[Carmine Federico]
“Non potete scrivere a meno che non vogliate scrivere e non potete volerlo a meno che non ve lo sentiate”.
Da Scrittura creativa di William Burroughs

 

“Gli scrittori cercano di creare un universo in cui hano vissuto e dove vorrebbero vivere”.
Da Scrittura creativa di William Burroughs

 

 

“Uno scrittore non si preoccupa di fallimento o di successo, ma di soltanto di osservazione e ricordo”.
Da Scrittura creativa di William Burroughs


Era troppo bello che tutte quelle aste, quelle gambette, quei cerchi, quei piccoli ponti messi insieme formassero delle lettere. E quelle lettere delle sillabe, e quelle sillabe, testa a testa, delle parole. Non riusciva a capacitarsi! E che alcune parole gli fossero così familiari, era qualcosa di magico!
Mamma, per esempio, mamma, tre piccoli ponti, un cerchio, una gambetta, risultato: mamma. Come riaversi da un simile prodigio?
Bisogna cercare di immaginarsi la cosa. Si è alzato presto. È uscito, accompagnato appunto dalla mamma, sotto una pioggerellina autunnale […] Si è rintanato sotto il portico, oppure si è buttato nella mischia, dipende, poi tutti si sono ritrovati seduti dietro a banchi lillipuziani, immobilità assoluta e silenzio, tutti i movimenti del corpo irrigiditi nel tentativo di controllare lo spostamento della penna in quel corridoio dal soffitto basso che è la riga! Lingua fuori, dita intorpidite e polso rigido… piccoli ponti, aste, gambette, cerchi e piccoli ponti… […]
Insomma un bel mattino o un pomeriggio, con le orecchie ancora ronzanti del frastuono della mensa, eccolo assistere al silenzioso sbocciare della parola sulla pagina bianca, li davanti a lui: mamma.
Certo, l'aveva già vista alla lavagna, l'aveva riconosciuta più volte, ma lì, sotto i suoi occhi, scritta con le sue dita…
Con voce prima incerta, recita le due sillabe separatamente: "Mam-ma".
E d'un tratto:
"Mamma!"
Questo grido di gioia celebra l'esito del più gigantesco viaggio intellettuale che si possa immaginare, una sorta di primo passo sulla luna, il passaggio dall'assoluto arbitrario grafico al significato più carico di emozione! Piccoli ponti, gambette, cerchi… e… mamma! È scritto proprio lì davanti ai suoi occhi, ma è dentro di lui che sboccia! Non è una combinazione di sillabe, non è una parola, non è un concetto, non è una mamma, è la sua mamma, una trasmutazione magica, infinitamente più eloquente della più fedele fotografia, eppure nient'altro che qualche piccolo cerchio, qualche ponte… ma che d'un tratto - e per sempre - hanno smesso di essere se stessi, di essere niente, per trasformarsi in questa presenza, questa voce, questo profumo, questa mano, questo grembo, questa infinità di dettagli, questo tutto così intimamente assoluto, e così assolutamente estraneo a quel che è tracciato lì, sui binari della pagina, fra le quattro pareti dell'aula…
Daniel Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2000, pp. 31-3.
 

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