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ZEROINCONDOTTA

Lunedì 29 Novembre 2010 10:08 Domenico Bencivenga
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ZEROINCONDOTTA
di Domenico Bencivenga
(anno 2004 maggio)

Che cazzo conteneva quella canna? Era nascosta tra le mie Chesterfield -leggere-, nel portasigarette cromato-arrugginito. Tabacco da pipa, polvere di marmo, asfalto grattato…
Siamo qui, strafatti di vino e di sigarette, e con in più una canna divisa in due.
Seduti di fronte con un bel patrimonio di cuscini da giocarci, l’uno addosso all’altro.
Ti tiro una cuscinata e tu me la restituisci. Andiamo avanti così per un po’. Mi alzo e mi avvicino a te. Ti prendo per i piedi e ti tiro giù dal divano. Di botto. Non te lo aspetti e cadi col sedere a terra. Le gambe piegate. Infilo una mano sotto le ginocchia e tu mi passi le braccia al collo. Sembra che ce lo eravamo detto prima. Ti alzo in braccio e ti porto dritta in camera da letto. Tenti la solita resistenza femminile: sbatti le gambe e i piedi.
Sei sopra al letto, tra le mie braccia. Ti sollevo più in alto possibile e ti ci sbatto sopra. Cadi, prima il tuo corpo e poi una cascata di capelli.
E’ un attimo. Subito sei in piedi e mi vieni minacciosamente e velocemente addosso.
Ci acchiappiamo e ci spingiamo, verso la porta tu, verso il basso io. Per ora è solo una prova di forza.
“Togliamoci le scarpe altrimenti rischiamo di farci troppo male”. Prima che cambi idea, sono già senza scarpe ed approfitto per sfilarmi anche i calzettoni. Tu stai ancora armeggiando vicino alla lampo del primo stivale. Mi inginocchio, tolgo le tue mani. Faccio io. Lo sfilo e, come il novanta per cento degli uomini, ci metto il naso dentro smarrendomi tra gli odori.
All’improvviso sento una sferzata sulla schiena. E’ talmente forte che passa attraverso il maglione, la camicia, la maglia di lana…. Hai approfittato della mia distrazione, ti sei tolta lo stivale, l’hai richiuso con la lampo e, per colmo di cazzimma, impugnato con due mani per la suola. Mi hai dato una stivalata violenta.
Mi inarco per la sorpresa e per il bruciore. Mi alzo. In un attimo sei di fronte a me. Mi spingi violentemente verso la parete e tenti di mordermi. Ma non ti piace. Forse senti solo la lana in bocca.
Gentilmente, come di consueto, mi proponi di spogliarmi. “Via il maglione!”, con quella voce da bambina capricciosa che sai fare molto bene.
Sia. Allora, prima che cambi idea, via il maglione, via la camicia, la maglietta. Tutto in un lampo. “Adesso tu”. NO!. Vengo da te e inizia una lotta feroce con la tua maglia nera, infilata nella gonna. Tento di sollevarla, tu fai una resistenza forte, nervosa, ti sfioro i fianchi, dove soffri il solletico e salti, ridi, urli.
Alla fine, l’unico modo: ti prendo i polsi, li mantengo in un pugno in alto e con l’altra mano tento di sollevarti la magliettina. Viene via con difficoltà, portandosi anche la canottiera. Supera la barriera del reggiseno e ti arriva fino alla testa. Adesso sei prigioniera, è un attimo, si sfila quasi da sola.
Mi sei addosso, mi spingi nuovamente con le spalle verso il muro. La tua mano si poggia sul mio petto e poi sono solo tre unghie. Scendono giù dritte, veloci. Alla fine mi trovo un’autostrada disegnata. Niente sangue ma tre lunghe corsie parallele, e rosse. Mi pianti le unghie sulle spalle e stai per fare la stessa cosa. Passo una mano dietro la testa, ti prendo il braccio e te lo blocco sulla schiena. Adesso basta! Ti blocco l’altro braccio nella stessa posizione. Sei prigioniera, voltata di spalle a me, e non puoi fare altro che ubbidirmi.
Ti porto verso il letto e ti ci rovescio sopra. Affondi la testa sul cuscino. Ho solo una mano libera ed afferro la tua pantofola. Primo colpo a destra, sul sedere. Devi sentirlo, attraverso la gonna, le calze, perché salti. Secondo a sinistra, il terzo ancora a sinistra. Suonano forte, e piene, ti agiti e tenti di liberarti. Al terzo colpo, non lo so, forse mi avvicino troppo, forse ti fa davvero male, sollevi il piede sinistro di scatto e mi arriva un calcio dritto in faccia. Ho il tuo tallone sull’angolo della bocca e tutta la pianta fino all’orecchio. Mi allontano di scatto, portandomi le mani in faccia. Sento un gonfiore, e una sabbiolina, delle pietrine che scendono dentro, sotto il labbro. Dove la tenevo nascosta questa roba?
Ti sollevi immediatamente e mi sei addosso. Ti tengo ferma, Ti spingo verso il letto e tu verso il muro. All’improvviso ti allontani un poco, e appoggi la bocca sul mio petto nudo. E’ un bacio?
E’ un attimo. Sono tutti i tuoi denti che stringono forte.
“Moolla” - NNNNNN! Molla, brutta stronza, molla! - NHHH” Allungo il pizzico fino al tuo sedere, ne afferro un pezzettino tra le dita e stringo AHG! Allora molli NHHHAAHHHHNNNNH! Stringo, molli.
Ci guardimo. Nessun vincitore, nessun vinto. Ho un rosario di dentini rossi e tutto il petto bagnato della tua saliva. Ti massaggi il didietro.
Un altro scatto di rabbia. Mi affondi un’altra volta i denti nel petto. Questa volta faccio come si fa coi cani. Ti stringo le narici. Dovrai pur respirare.
Apri la bocca. Presto, per fortuna.
Adesso sono davvero incazzato. Ti prendo e ti butto a terra, di schiena. Sono sopra di te. Le ginocchia forzano le tue gambe che si aprono. Le tue mani sopra la testa, i pugni chiusi, dentro i miei. Sono sopra di te. “Ti arrendi?” NO!. Ti mordicchio il mento, te lo bacio, poi partendo dal collo risalgo verso l’orecchio, piano, leggermente, quasi soffiandoci. NO! Salgo e scendo e mi perdo in quel languore. Soffio nell’orecchio, risalgo.
Un fulmine. Sono con la schiena a terra, le gambe piegate e tu seduta sopra. Non me ne sono nemmeno reso conto. Ma quanta forza hai!
Sei seduta sopra di me. No, non mi arrendo! Mi pizzichi, mi mordicchi la faccia, alzi la mano, il palmo aperto. “Gli schiaffi in faccia no! Vietato dare schiaffi!”: Inventati una cosa nuova.
Avvicini il pollice all’indice e poi fai scattare l’indice sulla mia faccia sul mento, sul naso, veloce. Mi sento come sotto una grandinata senza ombrello. Resisto. Intanto strofino le mani sul nailon elle tue calze nere. Continui.
Scendi, mi stringi le mani sul collo e premi. Soffoco: “Lasciami!”: Poi mi mordi il naso
“Ti arrendi?” La punta del naso stretto tra i tuoi denti “DO, dod mi addendo”.
Non ti rendi conto di come sei vulnerabile. Basta un leggero movimento di bacino e sei di nuovo a terra, vinta. Non lo faccio. Voglio che vinci tu. Ma devi guadagnartela.
Prendi la mia mano tra le tue, la carezzi. Intanto hai gli occhi di quando progetti qualcosa di diabolico. L’indice e il medio, carezzati, baciati. Morsi. Stringi maledettamente AhhhhhAhhh! Fai malissimo. Ti prendo il muscolo della gamba nel palmo della mano e stringo. Strilli, non molli. “SI, mi arrendo, mi arrendo, mi arrendo, hai vinto tu, hai vinto, brutta bastarda schifosa, hai vinto, lascia!”

Lasci le dita, morse a sangue. Non le sento nemmeno. Sei felice. Mi batte la mano in modo preciso, come i secondi di un orologio.
Sono eccitatissimo e tu sopra di me. Non hai tempo di alzarti che ti afferro i pugni e ti sollevo, inarcando il bacino. SU, su, Su, su, tenendoti le mani, ed evitando di usare quelle due dita… su.
Giù. Veloce. Mi cadi addosso con forza. Su, ancora su, e poi giù. La terza volta ti tengo per i gomiti. Saliamo ancora, ti inarchi indietro, mi senti “Ti sento- mi dici – ti sento!”
Giù, di colpo, ancora più vicina, ancora più forte. Ti poggi a me, i tuoi capelli mi coprono.

Siamo in piedi, la ”vincitrice” di fronte a me. Ci abbracciamo e tento di baciarti. Te lo chiedo. “No, non mi va” “E prova, se poi non ti piace me lo restituisci”.
Ti bacio, ti sono dentro. E’ un pò che aspetto questo momento e faccio di tutto perché sia bellissimo, il più bello, quello che ti ricorderai. Ci metto tutto l’impegno. Troppo…. E’ un bacio di testa. Sento che non viene bene. Non mi piace. Mi allontani, mi cacci.
Faccio l’errore comune, la domanda più cretina del mondo. “Com’è andata?”.
Mi rispondi con un numero e con la frase dell’aranciata.. “4meno - Non hai vinto. Ritenta.”
Riprovo. Questa vota mi smarrisco. Visito i denti, il palato. Che cazzo sto facendo, deve per forza andare bene e va invece una chiavica. Esco io. Mortificato.
“Ragazzo, non è arte tua!”. Mi abbracci e ridi, a tratti. Mi stringi con tenerezza, poi te lo ricordi e ridi. Mi sento un wurstel crudo abbracciato, un carciofo, un cetriolo, e mi vengono in mente non i nomi, ma le immagini di tutti i prodotti dell’orto. Broccolo, zucchino, sedano, pomodoro, finocchio…. No, finocchio no. A finocchio mi incazzo davvero. Ma che ci faccio abbracciato a questa qua che ride a tratti?
Mi invade un lampo di furia. Violentissimo e velocissimo. Una scossa.
Ti metto le mani sulle spalle. Ti allontano. Ti guardo, allungo l’indice e il pollice sotto il tuo mento. Ti stringo la mascella costringendoti ad aprire la bocca. Mi guardi spaventata. Incazzato così raramente mi hai visto. Premo le dita, spalanchi la bocca. Entro dentro.
E’ un bacio furioso, violento. Mi stringi i pugni sul petto allontanandomi.
Poi il languore mi prende, ci prende. E’ bello. Diventa dolcissimo, delicatissimo, fisico. Sono milioni di parole, colori, è niente, niente altro che bacio, lento, bello.
Nella mia mente solo un colore, nero. Poi una calda lontanissima macchia rossa, un punto. Si avvicina piano e tutto il nero ne è pieno. E’ un’esplosione lenta di rosso e dentro contiene il giallo e dentro il bianco. Al bianco si aprono i rubinetti e scendono due lunghe colonne umide dagli occhi.
Mi bagnano, ti bagnano. Siamo ancora così, ancora per poco. Ci stacchiamo, due maschere di sudore, di saliva di lacrime. Ci diamo tanti piccoli baci, per asciugarci la bocca forse.
Ti guardo sei dolce. Anche tu hai gli occhi un po’ rossi.
Mi sorridi e mi dici solo quattro parole: “Sette emezzo, ragazzo. Miglioriamo!”
La tua proverbiale avarizia di complimenti…..

Adesso non mi sento dolce ma un po’ stronzo. Approfitto del momento buono. Arrivo con le mani al gancio del reggiseno. Il mio progetto: toglierlo in un lampo, non te ne devi neanche accorgere.
Ma chi cazzo li ha disegnati? Certamente una fottuta lesbica, sadica e che odia gli uomini.

Non si sgancia! Continuo con tenacia e mantenendo la calma, poi con movimenti isterici…..
Ti allontani. Mi guardi e sorridi.. Fai no con la testa, due volte, -ragazzo..- e ancora no con la testa. Le mani dietro, un attimo ed è aperto.
Poi fai una cosa che mi lascia di sale. Tendi le braccia e le allunghi verso il basso. Scivola via automaticamente. E’ bellissimo. Lento ed automatico. Sono stupefatto. Mi guardi fisso. Sento il tuo sguardo perché i miei occhi seguono le tue mani.
A sinistra sui fianchi. Sganciano la gonna, poi lente sulla lampo. Fino a metà. Non mi togli gli occhi di dosso. Li sento, non li vedo.
Arrivate a metà TAC giù, TAC, allarghi la vita, TAC, la gonna ai tuoi piedi. Un salto a gambe unite e sei fuori. Sembra che non hai mai fatto altro……
Voglio farlo anch’io. Ti guardo fisso. Tu mi fissi furba e divertita. Piano sgancio la cinta. Mi guardi negli occhi, la allento e due mani sul bottone unico del pantalone. Mi guardi in faccia. Ridi appena.
Piano giù la lampo, fino a metà. Poi di botto, giù. Allargo il pantalone, scivola via. Mi guardi divertitissima. Ma che avrai da ridacchiare?
Faccio l’atleta. In un attimo, un salto e sono fuori.
E’ un attimo, un salto e sono col naso tra le tue tette. Caduto. Mi tengo a te.
Mi tiro fuori come posso. Ridi talmente forte che ti sente quello del quarto piano. Sicuro. Ridiamo.
“Rimandato a settembre. Studia e ripassa, studia e ripassa, da solo e con l’assistenza di un tutor”.

Avvicino la bocca al tuo capezzolo e la mano all’altra tua tetta. Chiudo gli occhi. Sono pieno di te.
Bacio, mordicchio piano, per non farti male. La mia lingua, tra i denti, ti sente. Bacio, mordo, tiro, con la lingua spingo. La tua voce è calda e bassissima. Devo stare attento. Eseguo i tuoi desideri che coincidono perfettamente coi miei. Ti accontento e faccio quello che voglio. Ci passerei tutta la vita.
Scendo più giù come una lumaca senza guscio, lasciandoti un filo di bava. Arrivo ai tuoi collant. Li prendo con le dita e li spingo giù. Sono inginocchiato. Ti prendo un piede e ti sfilo la calza. Lo poggio sulla mia gamba e bacio il dorso. Lo stesso con l’altro.
Poi risalgo con il naso, la bocca tra le tue gambe. Sento odori e sapori differenti nella risalita. E’ lenta. Mi piace fermarmi, riprendere.
Scoppio. Stasera se non faccio l’amore mi viene l’ictus.
Arrivo al triangolino di stoffa bianca. Mi fermo, lo bacio. E’ un bacio lungo, disperato, caldo. Pieno di desiderio, di tenerezza. Sento la stoffa che rendo umida, la morbidezza vellutata e i riccioloni che cedono sotto il cotone. Sento qualcosa di tenero e un’impercettibile movimento.
E’ la sensazione più bella. Mi perdo e ti tengo salda per le reni per non farti scappare.
Ti senti tenuta e ti inarchi all’indietro. Sei ancora più vicina così! Pesi tantissimo e devo fare uno sforzo per tenerti, ma non ti mollo. Sei un arco.
Di scatto ti ripieghi in avanti e ti chiudi su di me. Ti allontani un poco ma ti seguo. Ti tengo..
Ti sento tutta addosso a me. La sferzata dolcissima e leggera dei tuoi mille capelli, sulla mia schiena nuda….
Sono in un delirio di gioia. Il naso, la bocca, il mento, affondati nel triangolo di stoffa bianco…
….Qualcosa accade. …… Scopa!
Siamo pronti per fare l’amore.






















Due ore dopo.
Sono senza nemmeno le forze. Sfinito e calmo. In pace con me stesso, finalmente.
Non faccio nessun movimento. La testa vuota di ogni pensiero. Immobile.
Il suo corpicino vicinissimo al mio. Dorme.
Adesso si. Finalmente. Adesso dorme davvero come una bambina.
Ci siamo ripresi i bambini.

Solo mi gira nella testa una frase. Me la disse l’amicamia, in un transito tra una vita ed un’altra.

“Solo i pesci morti nuotano con la corrente”
“Come? Solo i pesci morti nuotano contro corrente? Che significa?”
Quando non capisco una cosa o si incazza e mi fa una tirata di due ore o si mette a ridere.
Questa volta me lo ripete.

“Solo i pesci morti nuotano con la corrente!”
“AH!” (?)

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