SUPERSTIZIONI E PREGIUDIZI
PRIMA PARTE
In un paese del nostro splendido ed assolato sud,in uno di quei paesi dalle grandi piazza quadrate, con pochi alberi e qualche panchina, punto di ritrovo per disoccupati e lavoratori stanchi,dove il sole picchia impietoso facendo socchiudere le persiane, escludendo la vita che palpita dietro ad esse; dove il sole impedisce alle donne di uscire senza coprirsi il capo e fa raggrinzire la pelle prima del tempo a coloro che passano le loro giornate nei campi; in un paese lontano dal mare e dalla montagna, senza grandi monumenti e avvenimenti particolari che lo facessero ricordare nei libri di Storia, l’unico avvenimento importante davvero era la Processione che portava la Madonna dalla bella Cattedrale Barocca ad un piccolo Santuario situato nell’unico bosco dei dintorni, dove pare che secoli or sono, la stessa Madonna fosse apparsa e avesse compiuto dei miracoli.
Il fatto che il paese non avesse subito molti lutti nel periodo bellico era attribuito alla protezione della Madonna del Bosco e le famiglie del paese facevano a gara, per avere il privilegio di poter avere qualcuno di lor, che portasse la pesantissima statua coperta d’ex-voto d’oro e d’argento, più simile ad un idolo pagano, che ad un simbolo Sacro di purezza, amor materno e modestia.
Il privilegio di portare quel peso costava ai fedeli svariati milioni che erano offerti alla Chiesa, alcune banconote simboliche erano infilate tra i rosari che pendevano dal collo della triste immagine, che sembrava indispettita e dispiaciuta, più che felice, di essere trattata da spogliarellista da night e non da madre di Cristo.
La famiglia Lepere,era una di quelle che riusciva ad essere tra i privilegiati e,uno di loro, portava sempre la Madonna in processione.
Il capofamiglia era un omone un po’ burbero, ma generoso; aveva delle terre e produceva dell’olio buonissimo,perciò si poteva definire benestante.
La moglie Anna gli aveva dato 4 figli maschi ed una femmina, i ragazzi erano tutti sani, mori, robusti e lavoratori,la figlia era il suo orgoglio,con i suoi grandi occhi neri,i capelli lunghissimi,mani affusolate da ‘’signora’’ e fisico da modella.
Il signor Lepere,alla fine della guerra si poteva dire felice ed appagato.
Era il 1946, quando, mentre festeggiavano il 20 compleanno del primo figlio, Anna gli annunciò di essere nuovamente incinta.
La festa divenne davvero grandiosa, almeno per quei tempi, la lieta novella fu comunicata a tutto il paese, fu offerto del vino e taralli dolci e, la sera tutti ballarono.
Era luglio quando nacque Giuseppe, la levatrice e le donne che assistevano al parto, restarono senza parole quando videro il neonato,Anna,preoccupata chiese subito se era sano,l’espressione delle donne le aveva messo addosso una strana agitazione.
La levatrice la rassicurò, affermando che il piccolo era sano, stava bene, non gli mancava niente, solo….
Era biondissimo, quasi albino,con grandi occhi azzurri e un colorito tanto bianco da sembrare trasparente.
Lo misero tra le braccia della madre e tutte lasciarono precipitosamente la stanza facendosi il segno della croce e guardandosi smarrite, quasi spaventate.
Anna guardava il piccolo che urlava a perdifiato e calde lacrime le rigarono il viso.
Che cosa avrebbe detto la gente?
E suo marito, come avrebbe preso l’arrivo di un figlio così diverso da come se lo aspettava?
Certo ci sarebbero stati dei problemi, l’avrebbe cacciata da casa?
L’avrebbe picchiata?
Come spiegare l’angelico aspetto del neonato?
Spaventata ed esausta,la non più giovane puerpera, svenne poco prima dell’arrivo del marito, che,per festeggiare l’avvenimento, aveva già bevuto qualche calice di vino con gli amici.
La sorella della signora Lepere, unica rimasta, lo mandò subito a chiamare il dottore, senza fargli vedere il bimbo.
La donna era sì analfabeta, ma non certo sciocca, sapeva che la presenza del dottore avrebbe attutito la reazione della sorpresa, che la vista del piccolo nato avrebbe suscitato, lei poteva immaginare la ragione di quel parto,ma non ne avrebbe parlato con nessuno, neanche con la sorella.
Il signor Lepere amava la moglie e si preoccupò sinceramente,l’arrivo del dottore fu benedetto da mille ringraziamenti.
Il dottor Lorenzi era un medico condotto giovane e sveglio,aveva già sentito la voce che correva in paese: qualcuno diceva che Anna aveva messo al mondo un Angelo, altri che il piccolo era figlio del diavolo, qualcuno sorrideva e parlava di tradimento.
Il dottor Lorenzi, al primo sguardo, capì che la puerpera aveva solo una gran paura,vide l’espressione supplichevole della sorella e guardando il capofamiglia che dava segni di eccessiva eccitazione, decise di temporeggiare, per capire cosa sarebbe stato meglio dire ,per ristabilire un po’ di pace in quella famiglia; un evento così avrebbe potuto degenerare in tragedia; guardando dalla finestra, vide arrivare il prete: qualcuno gli aveva detto che avrebbe dovuto fare un esorcismo, che la donna aveva dato alla luce un demone e stava morendo.
Il dottor Lorenzi era del nord e non aveva mai assecondato le credenze popolari di quel luogo,ma il terrore delle due donne era palpabile, così decise di far apparire Anna molto malata e, contro ogni logica ed etica, affermò che il colorito del bimbo ed i suoi capelli quasi bianchi erano dovuti ad una rarissima malattia.
Con queste menzogne cercava di placare le chiacchiere inevitabili e danni al piccolo innocente, che ignaro del trambusto che aveva creato, patoccava sorridendo ai propri pensieri.
‘’Vede signor Lepere, il bambino sorride invece di piangere, bisogna tenerlo al caldo, dargli ogni due ore dell’acqua zuccherata, e lasciarlo tranquillo il più possibile; anche la sua signora è in pericolo, è meglio che non veda gente e prenda queste compresse ogni 4 ore.’’ Affermò solennemente, mentre preparava innocue pastiglie a base di sale.
Il prete intanto faceva il giro della casa spargendo incenso e pronunciando formule incomprensibili che avrebbero dovuto cacciare il demonio.
Dietro alle persiane delle finestre, tutto il paese stava a guardare, cercando di capire,cosa stesse succedendo in quella casa.
La sorella di Anna lo ringraziò e gli strinse forte le mani prendendogliele tra le sue, le avrebbe baciate, se glielo avesse permesso.
Il dottore se ne andò contento della sua presenza di spirito,convinto di aver evitato una tragedia.
Anna prese la sua pillola di sale e si addormentò rasserenata; il piccolo Giuseppe fu finalmente accudito ed il signor Lepere, un po’ frastornato, tornò al bar a bere.
Vedendo quel bambino biondo aveva provato repulsione per lui, anche l’idea di un tradimento l’aveva sfiorato, ma le parole del medico lo avevano rassicurato e poi, anche il prete pensava che fosse opera del demonio; meglio il demonio che qualche forestiero si diceva, mentre l’alcol gli annebbiava le idee già confuse di per sé.
I fratelli di Giuseppe non erano felici della sua nascita, era una bocca in più da sfamare, un bambino malato, uno con cui dover dividere l’eredità dei genitori e., probabilmente, sarebbe stato l’unico che avrebbe potuto studiare, visto che, probabilmente, non sarebbe stato adatto al lavoro dei campi.
La madre era l’unica che aveva qualche carezza per lui, ma gliele faceva di nascosto, sapeva che al marito dava fastidio vederla occuparsene troppo; da quando era nato, l’uomo beveva di più e la picchiava più spesso e, in camera da letto, pretendeva cose che non si era mai sognato di chiederle prima.
I vicini ed i parenti li tenevano alla larga, benché il prete affermasse che l’esorcismo avesse liberato quella casa dal demonio, ed il dottore sostenesse che il Diavolo non c’entrava per niente, la gente cercava di evitarli.
Il piccolo Giuseppe cresceva sano e bello, ma tutti gli dicevano che era malato,la prova era la sua pelle delicatissima che si scottava al primo raggio di sole; quando iniziò ad andare a scuola le cose non migliorarono, i compagni lo prendevano in giro chiamandolo il ‘’tedesco’’ e gli stavano lontani, ubbidendo alle raccomandazioni dei genitori, che temevano qualche contagio della strana malattia.
Giuseppe aveva imparato a giocare da solo,a parlare da solo, a piangere da solo.
Era riuscito a fare amicizia solo con una bimbetta un po’ troppo grassottella, che , come lui, era oggetto di scherzi e battute.
I genitori di Giuseppe in un primo momento, avevano pensato davvero a farlo studiare, ma si doveva scegliere: o si faceva studiare Giuseppe o si partecipava alla processione portando la Madonna del Bosco facendo l’offerta più alta, le due cose erano inconciliabili, e così l’onore di portare la Madonna in processione ‘’alla faccia’’ degli altri paesani ebbe la meglio, e Giuseppe, dovette andare nei campi, a lavorare.
La pelle gli bruciava , gli occhi dolevano,la sera aveva la febbre quasi tutte le sere e così Giuseppe, dopo un’ennesima lite del padre con la madre, che lo supplicava di non portarlo più a lavorare con sé, prese la sua decisione: lo chiamavano il ‘’tedesco’’, la mamma aveva un fratello emigrato in Germania .e allora,lui sarebbe andato in Germania.
Aveva solo dodici anni quando, dopo aver preso il suo salvadanaio e le catenine del battesimo, andò da sua madre e le chiese l’indirizzo di suo zio,lei gli diede una lettera del fratello, senza immaginare il perché di quella strana domanda.
Giuseppe si avvicinò, le diede un bacio e le disse:’’ Vado a trovarlo, vado a stare con lui.,,
La mamma si mise a ridere incredula e così Giuseppe prese le sue poche cose,aprì la porta e si avviò verso la fermata della corriera che lo avrebbe portato in città,là sapeva che c’era il treno che partiva per la Germania;
lo aveva sentito dire dallo zio quando era venuto a trovarli per Natale.
Il cuoricino gli batteva forte,ricacciava in dietro le lacrime e la paura; il pensiero che forse la mamma avrebbe preso meno botte e che la pelle non gli si sarebbe più staccata dalle gambe e dalle braccia, gli dava il coraggio di proseguire, pensava che lo zio gli avrebbe trovato un lavoro in fabbrica, all’ombra e,con questo pensiero, quando la corriera partì, si addormentò.
Si svegliò al capolinea,chiese dov’era la stazione e si avviò mordicchiando il panino che aveva avuto cura di portarsi via da casa.
I soldi cha aveva risparmiato, rinunciando a qualche giro sulle giostre del paese quando c’era la processione, fortunatamente, bastavano per il biglietto ed anche l’avventura di prendere il treno, si svolse senza intoppi.
Aveva sentito parlare di frontiere e passaporti, ma non sapeva bene cosa fossero e sarebbe stato meglio evitarle.
Giuseppe era sveglio,prima di decidere dove sedersi guardò attentamente in tutti gli scompartimenti e decise di sedersi in quello in cui vide una famiglia di stranieri, c’erano due bambini biondi, non biondi come lui, ma abbastanza biondi.
La madre dei due ragazzini stava distribuendo panini e coca cole ai suoi figli,con un sorriso, porse un panino e una bibita anche al nuovo venuto e accompagnò il tutto con una carezza e parole incomprensibili.
A Giuseppe sembrava di stare in Paradiso,i ragazzini gli stavano mostrando i loro giocattoli e la donna aveva tirato fuori dal borsone, anche dei biscotti e dei cioccolatini e, alla fine del banchetto, aveva distribuito salviettine profumate.
Giuseppe era tanto felice da non rimpiangere nulla di quanto aveva lasciato, avrebbe voluto seguire quella famiglia e restare con loro;la signora vedendo la sua pelle scottata, lo aveva anche massaggiato con una crema che odorava di vaniglia e gli aveva anche allacciato il sandalo consumato.
Le ore passavano abbastanza veloci, gli alberi correvano e sembravano scappare lontano; verso sera, apparvero anche dei golfini e leggere coperte, morbide e pulite, sì, era proprio finito in Paradiso si disse Giuseppe, addormentandosi felice.
La donna, parlando con il marito si chiedeva come dei genitori potessero lasciare solo un bambino così gracile e timido, ma non parlavano l’italiano e Giuseppe parlava,in pratica, solo il dialetto del suo paese.
Anche questo momento di serenità finì troppo presto come quasi tutte le belle cose.
I controlli doganali furono rapidi e nessuno badò ai tre bambini addormentati,Giuseppe giunse così a Monaco di Baviera; era intelligente e sapeva leggere,capì di essere arrivato,mostrò l’indirizzo dello zio ai suoi nuovi amici e loro, capendo finalmente che aveva viaggiato da solo, lo affidarono al capostazione, che parlava sia tedesco che pugliese, e poco dopo, un taxi lo scaricava, gratuitamente, davanti alla casa dello zio.
Quando gli aprirono la porta, non fu accolto con molta gioia, la casa era piccola ed erano in tanti ad abitarla, inoltre era un’altra bocca da sfamare e poi c’era sempre il dubbio che fosse davvero opera del diavolo e che la sua ‘’malattia’’ fosse contagiosa.
Dopo il primo momento di paura e sbigottimento, gli rimediarono un materasso ed un cuscino e lo sistemarono con i suoi cuginetti.
Giuseppe era l’unico che sapeva leggere, poteva guadagnarsi qualche cosa scrivendo le lettere ai vicini, avrebbe imparato presto la lingua e imparato un mestiere,alla fine erano due braccia in più, se avesse voluto frequentare la scuola serale, loro certo non glielo avrebbero impedito.
Nonostante i modi un po’ burberi degli zii, Giuseppe era contento
Non si sentiva osservato da tutti con sospetto, non doveva andare nei campi,non doveva vedere sua madre picchiata a causa sua, non gli mancavano i fratelli che, in fondo, non lo avevano mai accettato tra loro,anche i cugini lo guardavano in modo strano, ma erano della sua età e capitava di giocare e scherzare assieme.
Gli zii lavoravano in fabbrica ed anche i loro figli più grandi facevano pratica, chi in un’officina, chi da un calzolaio, a lui trovarono lavoro come garzone di una latteria; doveva portare il latte e i giornali,la mattina, il pomeriggio aiutava a fare il formaggio e la sera, se voleva, poteva andare alla scuola serale, dopo aver scritto qualche lettera per i vicini di casa che gli davano in cambio qualche vestito, delle scarpe o da mangiare.
Giuseppe era stanco,ma abbastanza contento della nuova sistemazione; a scuola, non aveva trovato coetanei, ma persone più anziane ,che vedendolo così piccolo e giovane , lo coccolavano un po’; tempo per farsi degli amici non ne aveva e con i ragazzini tedeschi legava poco,anche se era biondo come loro, il suo accento tradiva le sue origini ed erano pochi i genitori che accettavano che i loro figli giocassero con un immigrato italiano.
Giuseppe cresceva solo, in un mondo di adulti,diversi da lui, non solo per il colore dei capelli e degli occhi.
Il piccolo aveva imparato a tacere,lavorare, studiare e dire quasi sempre sì a tutti, anche quando non capiva bene cosa volessero da lui.
La madre ed i fratelli non scrivevano quasi mai, gli zii lo chiamavano il signorino, perché faceva lavori meno pesanti ed era l’unico che studiava, i cuginetti lo prendevano in giro anche per la sua timidezza e per quel continuo sissignore che diceva a tutti.
Giuseppe non sapeva fare a botte, Giuseppe non piaceva alle ragazze, Giuseppe era figlio del Demonio, Giuseppe era un terrone,Giuseppe sognava una mamma bionda come la signora del treno e dopo quattro anni di quella vita, sognava di andarsene anche da lì.
Di tanto in tanto si nascondeva a leggere il giornale e, un giorno, lesse un annuncio italiano, cercavano un operaio che conoscesse il tedesco, offrivano una paga discreta e Giuseppe, dopo aver lasciato sul tavolo una lettera,che nessuno avrebbe saputo leggere, riprese la via della Stazione e salì sul treno che portava a Milano stringendo tra le mani quell’annuncio,aveva portato con se, solo un cambio di biancheria intima e pochi spiccioli, troppe volte gli avevano rinfacciato l’aiuto e l’ospitalità, aveva lasciato loro tutto quello che gli avevano dato e anche un poco di soldi, sperando di essersi sdebitato a sufficienza.
Arrivato a Milano,senza sapere ancora dove e come avrebbe dormito, si presentò al lavoro segnalato dall’annuncio e fu fortunato, lo assunsero subito, era una fabbrica di colle e nastri adesivi tedesca che apriva una filiale nell’interland milanese ed aveva bisogno di traduttori che sapessero comunicare con gli operai italiani.
Giuseppe era l’ideale, conosceva abbastanza bene il tedesco e comunicava benissimo in dialetto con la maggior parte degli aspiranti operai, quasi tutti meridionali.
Il suo aspetto, per una volta, gli venne in aiuto e i dirigenti tedeschi, gli procurarono un alloggio, era una camera da dividere con altri operai, ma almeno non doveva cercare e pagare affitti esorbitanti e poteva andare al lavoro in bicicletta.
La fortuna di piacere ai dirigenti gli si rivolse contro, i suoi compagni di stanza temevano fosse una spia dei padroni e lo tenevano alla larga, la sua giovane età e l’aspetto delicato, gli procuravano anche indesiderate attenzioni di un omosessuale, ma la sua ingenuità e la sua riservatezza dissuasero il corteggiatore, lasciando però aspre critiche in alcuni colleghi che lo chiamavano:
‘’ il femminella ’’(ma solo tra loro).
Giuseppe, non parlava di donne, e non le frequentava, apriva bocca solo per lavoro e non dava notizie, neppure ai suoi; nessuno sapeva dove stava, ma uno strano senso del dovere gli fece mandare loro del denaro , perché potessero essere sempre trai primi a portare la Madonna del Bosco in processione.
Poiché spendeva poco, iniziò ad avere dei risparmi; sognava sempre la mamma bionda e gentile e a volte piangeva, senza sapere neppure il perché.
Iniziò a frequentare un bar e divenne un bravo giocatore di biliardo, cosa che gli meritò un po’ più di rispetto tra i colleghi; qualcuno lo sfidò ad uno strano gioco che chiamavano la passatella, che altro non era, che bere birra , il vincitore era quello che si ubriacava per ultimo.
Giuseppe vinse anche qualche gara di passatella, diventando sempre più popolare,finché qualcuno non lo invitò ad andare a donne con lui.
Giuseppe voleva conoscere l’universo femminile, ma n’aveva paura e non sapeva proprio come affrontarlo, il suo nuovo amico, più grande d’età e d’esperienza, decise di accompagnarlo e fargli conoscere qualche prostituta.
Quella sera Giuseppe si lavò e si pettinò con cura e prese con sé un per po’ di denaro.
Il suo ‘’amico’’ non era del tutto disinteressato,dal momento che decise di farsi pagare la serata, così, quasi senza accorgersene, Giuseppe si trovò nel centro di Milano,il suo amico lo portò in un vicolo e gli chiese di scegliere.
Giuseppe guardava stupito tutte quelle donne vestite in modo appariscente, che masticavano gomme americane e parlavano a voce alta ed ebbe un gran desiderio di fuggire e, stranamente, anche di piangere.
L’amico gli diede del cretino e, baldanzosamente, si allontanò con una donna con il vestito strettissimo,i capelli cotonati e la bocca troppo rossa.
Giuseppe avrebbe voluto fuggire,ma non sapeva neppure dove si trovasse ed era come impietrito.
Ad un tratto, si sentì prendere la mano ed una vocina delicata e gentile,lo invitò ad andare con lei, felice di quest’occasione per allontanarsi da lì, Giuseppe disse di sì e seguì quella piccola donna, tanto più anziana di lui, che con una strana dolcezza lo fece entrare in un albergo e salire con lei in una stanza.
La piccola donna aveva gli occhi circondati da rughe profonde, ma i suoi occhi erano azzurri come il mare,la voce carezzevole e melodiosa.
Gli chiese se voleva da bere, fece portare due birre, si sedette sul letto accanto a lui e domandò come si chiamava, mentre parlava gli teneva la mano e gli accarezzava la nuca.
‘’ Ti chiamerò Pepè ‘’ gli disse ‘’sarà il nostro segreto, sai io sono francese, e in Francia, Giuseppe si dice Pepè ‘’
A Giuseppe piaceva il modo in cui la donna lo pronunciava e l’imbarazzo si sciolse, lei gli faceva domande discrete cui lui rispondeva felice di poter raccontare qualcosa dei suoi pensieri, la donna sembrava ascoltarlo con interesse, le mani continuavano ad accarezzarlo e la cosa gli piaceva molto.
A poco a poco la donna lo spogliò, abbassando la luce, le sue carezze divennero più intime e la prima volta di Giuseppe, fu completamente serena e gratificante; la piccola donna lo guardava sorridendo e si sentiva soddisfatta del modo con cui aveva condotto l’iniziazione di quel ragazzo.
SECONDA PARTE
Per Giuseppe l’avventura fu sconvolgente,era un po’ come aver ritrovato la madre tanto desiderata, affettuosa e dolce,ma l’aver fatto sesso con lei, lo faceva sentire in colpa, come se avesse compiuto un atto incestuoso, il piacere provato era stato travolgente e le tempie gli battevano ancora al solo pensarci,il prezzo pagato era ben poca cosa al confronto di quello che Janette gli aveva fatto scoprire, avrebbe voluto sapere tutto di lei e soprattutto come poterla rivedere.
La donna con la sua vocina esile e la sua erre francese,lo rassicurò e gli promise di farsi trovare tutti i sabati allo stesso posto,ma non volle dargli alcun ragguaglio,né sulla sua abitazione, né sulla sua vita.
Di fatto la donna aveva provato uno strano imbarazzo con quel giovane, le ricordava suo figlio, morto per una meningite,le ricordava anche il padre di quel suo ragazzo sfortunato, la prima volta che avevano fatto l’amore,lei aveva 15 anni,lavorava come ‘’caterinetta ‘’in un atelier di Parigi, il suo compito era raccogliere gli spilli, pulire la sartoria, a volte aiutare ad imbastire e ritagliare i modelli, di tanto in tanto la facevano stirare, anche sua madre lavorava lì ed era per questo l’avevano assunta , ancora dodicenne.
Lavorava molte ore ,ma non si lamentava mai;un giorno però, sua madre non poté andare a lavorare, stava male e lei ,in sella alla sua bicicletta,si era fermata a raccogliere delle erbette sul ciglio della strada che portava a Parigi, ne doveva fare tanti di chilometri per arrivare al lavoro, ma d’estate era bello e non le pesava.
Il ragazzo che le cinse la vita e la baciò,era un garzone della vicina salumeria, lo conosceva di vista e qualche volta le aveva anche mandato qualche bigliettino con parole d’amore; Janette aveva ceduto senza paura,sapeva che erano cose da fare dopo il matrimonio, ma tante si sposavano proprio perché avevano fatto l’amore prima;Janette non aveva paura, anche sua madre era stata una ragazza madre, eppure se l’era cavata bene,Janette si lasciò andare e assaporò un senso di libertà e felicità mai provato prima.
La malattia della madre però, fu più grave del previsto e la donna fu ricoverata in un sanatorio.
Janette continuava ad andare a lavorare e si fermava sempre più tardi la sera, cercando di guadagnare qualche cosa di più del suo misero salario, il padrone spesso era generoso con lei e le dava qualche soldo di più da portare a sua madre, Janette gli voleva bene e gli era grata, lui l’accarezzava,ma non le dava fastidio, lei che non aveva mai avuto un padre, era lusingata dalle attenzioni di quell’uomo apparentemente gentile e affettuoso.
Una sera fecero l’amore,non fu una violenza, la cosa non le ripugnò come forse avrebbe dovuto.
All’atelier le altre sartine avevano notato la predilezione del padrone per l’esuberante Janette e, il mormorio giunse all’orecchio del suo innamorato che, dopo una scenata terribile, la lasciò dopo averla anche schiaffeggiata e mortificata sul suo posto di lavoro.
Così anche il padrone seppe di non essere l’unico amante della giovane operaia ed iniziò a maltrattarla dandole della puttana spesso;una delle sarte, che aveva l’età di sua madre,ebbe pena di lei , quando il padrone la licenziò, vedendola incinta.
La donna l’accolse in casa sua e l’aiutò a portare avanti la gravidanza,il bambino nacque lo stesso giorno in cui morì sua madre e Janette rimase sconvolta da entrambe le cose, la sua benefattrice non era ricca e le consigliava di portare il bambino in un istituto, Janette non sapeva che fare, doveva trovare un altro lavoro e non c’era nessuno che poteva tenerle il bambino,tornò dal vecchi padrone e lo supplicò di riprenderla a lavorare,l’uomo si lasciò convincere facilmente, aveva bisogno di mano d’opera a basso costo, Janette non era più incinta, era diventata una bella donna e sessualmente lo stimolava ancora.
Janette aveva imparato a farsi desiderare un po’ di più e a chiedere qualche soldo ad ogni prestazione, le servivano per poter pagare la vicina che le accudiva il bambino, che del resto aveva il 50% di possibilità di essere figlio del padrone come di essere figlio del garzone del salumiere.
Janette era triste, ma non aveva sensi di colpa, quando era pagata si sentiva importante, desiderata e voluta, cosa che infondo, non le era mai accaduto prima.
Quando raccontò queste sue sensazioni alla donna, che l’aveva aiutata a portare avanti la gravidanza, questa sembrò molto interessata al suo stato d’animo di quei momenti e maturò il proposito di provare ad arrotondare lo stipendio anche lei.
Il primo tentativo andò a buon fine e a poco a poco le due donne maturarono la convinzione che, prostituirsi per avere un misero stipendio, o prostituirsi per vivere comodamente, era poi la stessa cosa, tanto valeva non essere stanche e sgridate in continuazione.
Così la prostituzione divenne la loro professione abituale,ma erano tanto discrete e poco pretenziose, che non attirarono neppure l’attenzione della polizia, né quella di protettori del luogo,avevano imparato a cambiare posto ogni giorno, per non farsi notare troppo, a volte cambiavano anche città, e si divertivano molto insieme.
Tutto sembrò andare a meraviglia finché il piccolo di Janette non si ammalò e morì, Janette cominciò a bere e la sua amica trovò un camionista che la sposò e la portò a vivere in campagna.
Rimasta completamente sola, Janette non tardò a farsi arrestare e dovette lasciare la Francia, se non voleva essere continuamente fermata.
Venne in Italia,cercò lavoro come domestica, era stanca di quella vita e l’alcol l’aveva fatta invecchiare precocemente, ma il lavoro non durò abbastanza perché riuscisse ad rifarsi una nuova esistenza e così riprese a frequentare i bar e a trovare qualche sporadico cliente un po’ ubriaco come lei.
La sua vita senza amore e senza passioni si era trascinata fino a quel momento senza grossi scossoni, Janette era rassegnata al suo destino, l’alcol le faceva dimenticare solitudine e depressione, le dava quel briciolo di incoscienza e coraggio per esporsi agli incidenti di percorso, che tuttavia, riusciva a schivare grazie al suo mite carattere e alla sua disponibilità a spostarsi continuamente.
Ma ora aveva incontrato quel ragazzo, bianco come il latte, silenzioso come la terra, passionale come il mare, tenero come una chiara mattina di primavera, Janette non era sicura di volerlo rivedere, non era la prima volta che aveva a che fare con un giovanissimo, ma questo le aveva trasmesso la sua paura di non essere accettato neanche da lei.
Janette, temeva di affezionarsi e lei non se lo poteva permettere.
Giuseppe dal canto suo era come ubriaco, proprio lui , che riusciva a vincere la ‘’passatella ’’
Riservato com’era, non raccontò niente all’amico che l’aveva accompagnato, ma ci pensò lui a far sapere a tutti quello che era successo; al bar i commenti sguaiati e licenziosi e le domande imbarazzanti non mancarono, qualcuno gli consigliò di non andare a letto con sua madre e, per la prima volta, il dolce e mite Pepè fece a botte, rimediando tanti lividi, due denti rotti, ma riuscendo a guadagnarsi il rispetto di tutti, quando, pieno di paura, brandì una bottiglia che, nella confusione, si era rotta cadendo.
Il gesto dettato più dallo spirito di autodifesa, che dalla voglia di fare male, chetò gli animi , prima che sul posto giungesse la Volante.
Il sabato successivo il labbro non gli era ancora guarito, non aveva ripreso a frequentare il bar, l’arrabbiatura non gli era ancora passata e non aspettava che di ritrovare Janette.
Per scaricare tutte quelle tensioni ed emozioni che lo stordivano andò a piedi fino al luogo dell’appuntamento, era una passeggiata molto lunga,; quando, dopo quattro ore di cammino, giunse nella via dove aveva incontrato Janette era ancora presto e l’attesa gli sembrò davvero interminabile, ma alla fine la vide arrivare, minuta e infagottata in un cappotto troppo grande, che qualcuno le aveva regalato; timidamente gli chiese se voleva andare con qualche altra ragazza, magari più giovane, ma lui la guardò con tutto l’amore che aveva dentro trasmettendole tutto quello che lei, povera piccola prostituta da pochi soldi, rappresentava per lui.
Janette allora, lo invitò a casa sua,non portava mai i clienti a casa, ma lui non era un cliente come gli altri, lui sembrava volerle bene e forse era la prima volta anche per lei.
Mangiarono assieme, Pepè volle a tutti i costi comprare la pizza e le birre ed anche dei pop corn.
Carezze e lacrime accompagnarono quegli strani amplessi,Janetta voleva che lui godesse,ma non se la sentiva di fare con lui quello che avrebbe fatto con un altro, né lui sembrava desiderarlo.
Per potersi comportare da prostituta quale era, Janette bevve più del solito e si sentì male, Pepè restò con lei.
Quando si riprese e vide che la tavola era stata sparecchiata, che lui l’aveva coperta e aveva pulito quello che lei aveva sporcato, si sentì morire di vergogna e lo aggredì senza ragione.
Pepè non capiva perché lo stesse trattando male, non sapeva se piangere o insultarla, ma fu lei a riprendere il controllo della situazione.
Si scusò e fece un lungo discorso per spiegargli che non era bene che lui si affezionasse a lei, che lei non meritava il suo affetto, che doveva trovare una ragazza più giovane, mentre parlava le sue mani gli accarezzavano il labbro gonfio, lui non doveva litigare per lei, lui doveva uscire il sabato sera con delle ragazze della sua età, lei non aveva nulla da offrirgli che un’ora di sesso di tento in tanto, lei non poteva fare nulla di buono per lui; era di nuovo la madre che parlava, la madre che si vergognava di aver baciato le labbra di quel ragazzo, lei che come tutte le sue colleghe si era data la regola di non baciare mai i clienti sulla bocca.
Per fargli capire meglio la situazione disse che non avrebbero mai potuto fare una passeggiata assieme senza che si creassero situazioni sgradevoli per entrambi, senza che lui dovesse litigare tutte le volte.
Per tutta risposta Pepè, che si sentiva più forte, ora che sapeva dove abitava e che poteva ritrovarla, le disse che il sabato successivo, sarebbe venuto a prenderla e l’avrebbe portata al bar dove giocava a biliardo.
Janette scosse la testa e mormorò che non era proprio il caso di fare follie, che sarebbe sembrata una provocazione e che sarebbe stato meglio evitare.
Giuseppe promise di non commettere imprudenze e se n’andò felice, non senza aver lasciato i soldi sul comodino.
Da quel sabato , presero a vedersi regolarmente, a volte andavano al cinema, altre a mangiare fuori, sempre in posti dove non li conosceva nessuno, Janette cercava di sembrare più giovane, cercava di non bere, si era anche tinta i capelli e aveva comprato un paio di camicette celesti che s’intonavano con il colore dei suoi occhi.
Si raccontavano delle cose,Janette parlava poco di sé,ma gli raccontava dei posti che aveva visto, delle persone che aveva conosciuto e lui le raccontava di quando credevano fosse figlio del diavolo, del suo viaggio in Germania e del lavoro che era la sua unica soddisfazione, anche era monotono e ripetitivo.
Janette lo convinse a comunicare notizie a sua madre e telefonarle qualche domenica.
Una volta Janette, decise di insegnargli a ballare, studiarono i passi per più di due mesi e poi, finalmente, si avventurarono in una piccola sala di ballo di periferia.
Nelle balere, non si badava alla differenza d’età tra ballerini, e poterono esibirsi senza vergogna, ballavano bene, erano affiatati e molti li applaudivano.
Cominciarono a frequentare quel locale, tutti i sabati, a volte anche la domenica pomeriggio.
Un giorno uno dei ballerini cadde e si ruppe una gamba, era uno di quelli bravi che domenica successiva, avrebbe dovuto partecipare ad una gara organizzata proprio per S. Giuseppe.
Dal giorno del loro primo incontro erano passati già tre anni, Giuseppe non aveva mai voluto andare con altre donne, gli sembravano volgari e sfacciate, non provava alcun’emozione, né desiderio di provare ad avere un rapporto occasionale e, tanto meno, pensava a fidanzarsi e sposarsi.
Quello che aveva visto e provato quando era in famiglia, sia dai suoi che dagli zii, non gli faceva desiderare né una moglie né dei figli.
Le chiacchiere della gente, i primi tempi, lo avevano ferito, ma, abituato com’era ad essere segnato e apostrofato come un diverso, uno strano, non ci fece più caso e la gente smise di occuparsi di lui.
Le donne non lo guardavano molto, e , del resto, non aveva occasioni per incontrarle, in fabbrica erano quasi tutti uomini,al bar anche, i sabati e le domeniche erano di Janette, del barbiere e del locale da ballo.
Lì sì che c’erano delle donne, ma erano tutte accompagnate da mariti e fidanzati, le poche libere erano attorniate da presunti corteggiatori e così Pepè, per non avere guai per uno sguardo distratto, evitava accuratamente di guardarle.
Quella sera però gli si avvicinò Rachele: era la compagna del ballerino infortunato, una bella ragazza di ventitre anni, con lunghi capelli castani, grandi occhi dello stesso colore, un seno prosperoso, lunghe gambe tornite ed un vitino stretto che non sembrava neppure essere il suo.
Rachele era molto truccata,ma non volgare,non parlava con accento dialettale, non rideva alla battute pesanti, non raccontava barzellette sporche, si distingueva molto dalle altre donne che frequentavano il locale, aveva un bel sorriso, modi disinvolti,ma il suo sguardo sembrava dire a tutti, statemi lontano.
Rachele si avvicinò a Giuseppe e Janette , si presentò: ‘’Signori buonasera, io mi chiamo Rachele, sono la nuova proprietaria del locale, o meglio l’aiuto del nuovo proprietario, quello che si è fatto male è mio fratello, volevamo partecipare alla gara di ballo, magari vincerla e annunciare che abbiamo rilevato la gestione, che vogliamo aprire una scuola di ballo, che funzionerà nel pomeriggio, la sera il locale continuerà ad essere quello che è ora, volevo sapere se pensate di partecipare alla gara.’’
Giuseppe la guardava incantato, era la donna più bella che non avesse mai visto,la sua ammirazione era talmente evidente, che Rachele rise di piacere.
Rachele era abituata ai complimenti,ma non a sguardi così innocenti ed espliciti allo stesso tempo.
Anche Janette notò l’interesse di Giuseppe e si affrettò a precisare che non avevano nessun’intenzione di partecipare ad alcuna gara.
‘’ Peccato! ‘’ rispose Rachele ‘’Siete bravi e avreste potuto vincere,ma forse il suo cavaliere è libero e potrebbe sostituire mio fratello, credo che per lui non sarà possibile ballare per alcuni mesi, credo che con due o tre prove potremmo provarci , se le fa piacere.’’
Janette alzò le spalle come a dire, che Giuseppe era libero di fare quello che gli pareva e piaceva.
Era seccata con se stessa, per aver portato Giuseppe in quel posto e , soprattutto, era infastidita della gelosia che provava.
Rachele insisteva, divertita dall’imbarazzo che stava creando nel giovane, incuriosita da quella coppia così stranamente assortita.
Rachele alla fine prese l’iniziativa e tirò Giuseppe tra i ballerini e quasi lo costrinse a ballare con lei,Giuseppe era stordito dal suo profumo, inebetito dalla sua bellezza e spaventato dalle proprie emozioni
TERZA PARTE
Ballare con Rachele non era affatto come ballare con Janette,la donna gli trasmetteva la sua forza di giovane cacciatrice e preda, allo stesso tempo, voleva piacergli e si divertiva a respingerlo ed attirarlo contemporaneamente, voleva la sua la sua attenzione, la sua ammirazione la eccitava, ma pretendeva anche, che lui capisse che mai e poi mai avrebbe potuto osare qualcosa che non gli avesse permesso.
Rachele, non era maliziosa e non sospettava neppure di che natura fosse il legame di quel biondo allampanato e della piccola signora francese, del resto non gliene importava nulla, lui non era certo il suo tipo, non era né brillante né disinvolto né spiritoso,ma l’espressione dei suoi occhi aveva qualcosa di magico, i suoi sguardi non la lasciavano indifferente e le dava allegria l’idea di piacergli.
Per Rachele era un gioco innocente, non intendeva illuderlo,né fargli del male, la sua era solo l’incoscienza e la superficialità della sua età.
Eccitato in modo nuovo, stupito dalle nuove sensazioni e da quel doloroso piacere, che Rachele gli comunicava, Giuseppe non si curò molto di Janette, che, seduta nel suo angolino, lottava con la propria gelosia ed incapacità di restare indifferente a quello che da tempo sapeva poteva accadere.
Janette sapeva anche che tipo di donna potesse essere Rachele e capiva che Giuseppe avrebbe sofferto, ma non poteva fare nulla per impedirlo, né per non soffrire lei stessa.
Janette vedeva chiaramente quello che sarebbe successo,Giuseppe si sarebbe inevitabilmente allontanato da lei,si sarebbe innamorato di Rachele che, volontariamente o no, lo avrebbe fatto soffrire in modo orribile e lei, Janette, avrebbe dovuto stare a guardare impotente, di nuovo sola, di nuovo triste, non solo per sé,ma anche per quel ragazzo che lei non aveva saputo proteggere.
Le cose non andarono proprio come le intuiva Janette, Giuseppe non smise di venire da lei, né di ballare con lei qualche volta, ma era distratto e lontano.
Dopo la gara di ballo che non vinsero,Rachele lo snobbò per molte sere, pur salutandolo con grandi sorrisi, quell’attimo di intimità che sembrava esserci stato tra loro durante gli allenamenti, prima della gara, sembrava svanito nel nulla, il fratello di lei era onnipresente, seppure ingessato e lei come una farfalla impazzita volteggiava da tavolo a tavolo senza mai fermarsi,ballava, rideva, chiacchierava e si faceva ammirare,disponibile solo all’apparenza,inafferrabile ed affascinante proprio per questo.
Giuseppe passava ore a guardarla senza parlare, non le si avvicinava mai,ma spesso era lei a raggiungerlo,magari abbracciandolo, magari schioccandogli un bacio sulla guancia, una sera gli si sedette anche in braccio emozionandolo tanto che l’afferrò per i capelli e la baciò riuscendo a non farsi vedere da nessuno pur essendo in mezzo a tanta gente.
Rachele,divertita ricambiò in parte il baciò e poi svanì tra i tavoli senza più ricomparire fino alla fine della serata.
Era come se volesse avere sempre la certezza di piacergli, di poterlo prendere quando e se voleva, allo stesso tempo voleva anche fargli capire che lei mirava molto più in alto e che lui non doveva farsi illusioni.
Per Giuseppe e per Janette il sabato non era più il momento magico della loro intimità, le struggenti carezze erano diventate rapidi incontri sessuali di poca importanza, anche le lunghe chiacchierate erano state sostituite da imbarazzanti silenzi, a poco a poco Janette aveva trovato scuse per non accompagnarlo in quel locale, Giuseppe gliene era grato e cercava, a suo modo, di non ferirla, ma Janette non aveva più voglia di battere il marciapiede, non aveva denaro e non aveva nessuno con cui parlare; da un po’ di tempo mangiava sempre meno e bevevo sempre di più,ma di nascosto , per non farsi vedere da nessuno.
Janette diventava sempre più magra,non cantava più le canzoni che le piacevano tanto,spesso non arrivava a pagare l’affitto ed i pochi clienti, che le erano rimasti cominciarono a cercare altre compagnie.
Giuseppe non si accorgeva di tutto questo, preso com’era a vivere la sua nuova esperienza, tutta interiore e solitaria, del suo amore per Rachele.
Passava ore ed ore a guardarla ballare, felice, quando maltrattava qualche corteggiatore insistente, raggiante per una sua carezza, per un suo bacio, per giustificare la sua presenza nel locale, fingeva di socializzare con dei clienti, ma non era un uomo di molte parole e così le sue amicizie occasionali , il più delle volte sfruttavano la sua inesperienza e generosità facendosi offrire da bere e , a volte, anche il ristorante.
Rachele a volte, lo metteva in guardia e gli consigliava di non spendere per quelle persone ,ma lei stessa accettava che pagasse qualche cena per lei e le sue amiche.
Quando andavano fuori a mangiare, per Giuseppe era una festa, lei non era mai sola e quello che offriva era sempre lui.
Rachele aveva uno strano modo di comportarsi; per Natale, gli faceva bei regali, gli offriva torte per il suo compleanno e, di tanto in tanto, lo faceva sentire la persona più importante dei vari frequentatori.
Per lui che non aveva avuto mai una torta ed una festa di compleanno erano dimostrazioni d’amore e sperava che prima o poi accadesse qualche cosa e lei si accorgesse di lui e capisse quanta gioia e dolore gli davano i suoi repentini cambiamenti d’umore e d’ atteggiamento.
Era quasi orgoglioso del fatto che Rachele piacesse a molti e non si concedesse a nessuno, almeno per quello che ne sapeva lui.
Il tempo passava e Giuseppe, a corto di denaro, visto che quei sabati, erano diventati molto dispendiosi, aveva anche dovuto rinnovare il guardaroba, cominciò ad andare sempre più di rado da Janette, sentendosi un po’ in colpa del suo volersene liberare.
Erano passati anni e per lui, il tempo era volato, la settimana dedicata al lavoro, gli straordinari, i turni notturni erano un mezzo per poter fare bella figura davanti a Rachele, avere un suo sorriso, un suo abbraccio, ballare con lei e poterne assaporare il profumo dei capelli, poterglieli toccare( era un privilegio che aveva lui solo )a volte rubarle un bacio, era tutta la sua vita.
Un sabato, dopo molte assenze, suonò alla porta di Janette,una strana inquietudine lo colse , non sentendola rispondere con il suo strano accento :’’Sei tu Pepè ? ‘’
La vicina di casa si affacciò, lo conosceva, immaginava anche la loro storia,per questo lo fece entrare per dirgli che Janette era morta,due settimane prima; se n’erano accorti solo dopo quattro giorni,usciva di rado gli ultimi tempi, s’era lasciata morire di solitudine, aggiunse la donna, ‘’Non era più lei, era sempre triste,non andava più a lavorare, a volte parlava da sola,sa, era una puttana e noi non la frequentavamo, ma un po’ mi dispiace, avrei potuto aiutarla, ma lei era tanto discreta…se non avesse fatto quel lavoro forse avremmo potuto essere amiche, era gentile e, in fondo, non aveva mai dato fastidio…’’
La donna continuava a parlare, ma Giuseppe non la sentiva più, era come se l’amore e la tenerezza dei primi tempi lo schiaffeggiassero e lo facessero sentire orfano,Janette era stata madre, amica, sorella, amante e se n’era andata discreta com’era arrivata nella sua vita.
Nessuno l’avrebbe più chiamato Pepè, nessuno gli avrebbe accarezzato la nuca e tenuto la testa sul seno.
Quella sera Pepè tornò a casa sua a piedi, come le prime volte dei loro incontri,sentì il bisogno di telefonare a sua madre e quando la sorella gli disse che stava al capezzale del padre che si era fatto male nei campi,anziano com’era,istintivamente Giuseppe disse in dialetto,.’’Falli venire da me,i miei compagni di lavoro che dividevano la casa con me se ne sono andati, la casa è libera,se stanno male chi li assiste? Voi avete famiglia, io sono solo, fateli venire da me!,,
I fratelli non se lo fecero dire due volte, i genitori erano anziani ormai ed erano più un peso che un aiuto, il sabato successivo erano già stati accompagnati dal fratello maggiore e si erano sistemati in casa di Giuseppe.
Se il fratello non si fosse presentato, Giuseppe non lo avrebbe neppure riconosciuto.
Anche il padre era tanto cambiato, dimagrito e curvo, non aveva perso la sua arroganza, aveva perso la memoria e spesso non sapeva dov’era e gli domandava chi fosse.
La mamma no, la mamma ricordava tutto e cercava di farsi perdonare il passato rendendosi utile,rifacendogli provare i sapori della cucina della sua infanzia.
Una volta lo aveva anche abbracciato forte e si era messa a piangere mormorando parole incomprensibili.
Giuseppe pentito da un lato, contento dall’altro, sembrava aver ritrovato la sua famiglia.
Le cognate e gli altri fratelli iniziarono a telefonare di tanto in tanto e sua madre sembrava volergli più bene.
Anche questo lo doveva alla povera Janette, che gli aveva sempre detto di non rompere mai del tutto con i suoi e che sua mamma certo gli voleva bene.
La presenza dei genitori però a volte lo soffocava e sentiva il bisogno di andare via, riprese ad andare al bar qualche volta e tornò nel locale di Rachele, dove fu accolto come un figliol prodigo,infondo lo conoscevano tutti e la gioia di rivederlo sembrava sincera.
Senza Janette, anche Rachele aveva perso un po’ del suo splendore agli occhi di Giuseppe, ma la speranza che lei si accorgesse di lui non era morta del tutto.
A casa la mamma continuava a dire che avrebbe dovuto sposarsi, trovare una brava ragazza e mettere su famiglia.
Lui rispondeva che non aveva tempo per trovarsi una ragazza, che a Milano non c’erano brave ragazze, non lo affermava perché n’ era convinto, lo sosteneva solo per far smettere la madre.
Anna, la madre, non era stupida e aveva capito che, se Giuseppe spendeva tanti soldi il sabato sera, doveva esserci di mezzo una donna e certo non una donna adatta al figlio, e, a sua insaputa, aveva iniziato delle trattative con dei mezzani del suo paese, dovevano trovargli moglie, suo figlio non poteva continuare a vivere quella vita, che, ai suoi occhi di madre, era una vita dissoluta.
Lo svago del sabato sera di Giuseppe era ben lungi dall’essere peccaminoso e dissoluto, certo non era normale per un uomo della sua età.
A poco a poco la madre si fece raccontare di Rachele, volle vederne una fotografia e capì subito come stavano le cose,per questo le bastava il suo sesto senso di madre e non c’era bisogno di saper leggere e scrivere, per intuire che il figlio si stava rovinando la vita ed il portafogli per niente.
Anna era astuta, sapeva che se avesse affrontato il figlio dicendogli quello che per lei era giusto, lo avrebbe fatto reagire male e cercava di trovare una donna da presentargli senza che lui si rendesse conto delle sue macchinazioni.
Alla fine , dopo aver valutato le poche donne non ancora sposate del suo paese, decise di contattare i genitori di quella che , a suo parere, sarebbe stata la più adatta ad essere compagna del figlio.
Bisognava solo avere il modo di farli incontrare.
L’occasione migliore le sembrava quella della processione della Madonna del Bosco; doveva convincere Giuseppe di accompagnarla.
Il marito era sempre più assente e scorbutico ed era un altro problema; non avrebbe dovuto sapere nulla dei suoi progetti.
Un sabato sera, Giuseppe tornò tardissimo, era evidente, che fosse sconvolto e la madre in cuor suo se ne rallegrò, forse era accaduto qualcosa che gli aveva fatto capire che non doveva perdere tempo dietro a quella ragazza.
La mamma aveva ragione in un certo senso, Giuseppe era sconvolto perché Rachele gli aveva presentato quello che lei sperava diventasse il suo fidanzato.
Era la prima volta che Rachele ammetteva davanti a tutti di avere un uomo.
Giuseppe aveva appreso la notizia , apparentemente, senza battere ciglio, ma uscito da lì pianse come un bambino tutte le sue lacrime.
Le aveva fatto gli auguri, aveva brindato con il fidanzato,aveva sorriso quando lo aveva presentato come uno dei suoi più cari clienti, neanche amico; in tutti quegli anni, era stato solo un caro cliente; Giuseppe si sentiva svenire, per lei aveva lasciato morire Janette;in fondo al cuore, sapeva che Janette in qualche modo era morta a causa sua; avrebbe voluto odiare Rachele, ma non ci riusciva, non riusciva a pensare cosa sarebbe stata la sua vita senza di lei, le tempie gli pulsavano forte e gli sembrava di impazzire.
Quella sera lasciò il locale solo dopo che Rachele ed il suo amante se ne furono andati, li aveva anche seguiti per vedere se sarebbero andati a letto assieme,li aveva visti entrare in un portone baciandosi.
Poi era anche tornato nel locale e si era fatto raccontare dal barman chi era quell’uomo, da quanto tempo lo conosceva,aveva voluto sapere se era sposato, se aveva dei figli, dove abitava, cosa faceva.
Aveva voluto sapere i particolari della loro storia e bere fino in fondo il calice amaro del tradimento e dalla delusione.
Se solo Janette fosse stata ancora viva, sarebbe andato a piangere da lei, lei avrebbe saputo consolarlo, ma Janette non c’era più.
A casa lo aspettava un padre sconosciuto,litigioso e insolente e una madre ritrovata, un po’ petulante, curiosa ed invadente.
Qualche mese più tardi il padre ebbe un infarto e morì, Giuseppe non ne fu particolarmente addolorato , anzi, pensò che sua madre sarebbe stata un po’ più serena.
Accettò di accompagnarla al paese e di portare per una volta anche lui la Madonna in processione, avrebbe dimostrato a tutti di non essere figli del demonio e avrebbe fatto felice sua madre.
Fu doloroso rivedere quella casa dov’era stato tanto infelice e fu faticoso ritrovare fratelli e parenti sconosciuti; anche il vecchio parroco non era più lo stesso degli esorcismi, solo il medico condotto era rimasto lì e gli sembrò più famigliare degli altri, forse perché era settentrionale e lui, infondo, pur non dimenticando linguaggio i luoghi, non si sentiva più nemmeno di quel paese.
La mamma invece, come vedova, fu accolta con molto rispetto e fu festeggiata da tutti.
I preparativi per la processione furono lunghi e laboriosi, qualcuno dubitava che avesse la forza necessaria per sostenere una simile fatica, ma uno dei suoi fratelli si offrì di sostituirlo, se si fosse stancato troppo e tutto fu solenne e rumoroso come doveva essere .
Il peso della statua era davvero difficile da sostenere,ma Giuseppe se ne fece un punto d‘onore e riuscì a fare tutto il lungo percorso da solo, senza farsi sostituire.
La gente applaudiva al loro passaggio e li incoraggiava come fossero ciclisti alle prese con un’ardua salita.
Dopo la processione, la festa entrò nel vivo, la banda suonava ancora, ma già si preparavano sedie e tavolini: a breve sarebbero arrivati i cantanti e tutti si affrettavano a cenare per non perdere il posto.
Quella sera cenarono tutti a casa della sorella e gli presentarono molta gente di cui lui non sapeva nulla,ma che sembrava conoscerlo molto bene.
Complimenti, auguri e felicitazioni lo frastornavano e Giuseppe desiderava solo che quell’interminabile giornata finisse.
Non aveva voglia di sentire i cantanti, era stanco,ma non poteva deludere sua madre che lo teneva sottobraccio e sembrava finalmente orgogliosa di lui.
Giuseppe le voleva bene ed era contento di vederla felice,ad un tratto sentì una voce chiamare Pepè ed un brivido gli corse lungo la schiena, si voltò,ma vide solo una giovane donna che gli sorrideva: ‘’ Non mi riconosci? ‘’
‘’ Come mi hai chiamato? ‘’ le chiese
‘’ Non ti chiami Giuseppe? Qui, chi si chiama Giuseppe, lo chiamiamo Beppe non ti ricordi?’’disse lei
‘’Nessuno mi ha mai chiamato Beppe, ma non importa avevo capito un’altra cosa: ‘’ rispose seccato, il ricordo di Janette e il pensiero di lei che stava morendo e non lo aveva chiamato lo turbava ancora.
La ragazza continuò ridendo :’’ Davvero ti sei seccato?
Che brutto carattere!
Non saluti neppure le vecchie amiche!’’
Giuseppe la guardò senza vederla, lo infastidiva la sua voce cantilenante, i termini dialettali, la confidenza e l’allegria di quella donna, che era certo di non avere mai visto prima.
Lei non si lasciò demotivare dal suo atteggiamento freddo e scostante e continuò : ‘’ Ti perdono perché sembra che davvero tu non mi riconosca e lo prendo per un complimento, devo essere cambiata in meglio!’’
Cercava di interessarlo e stimolare la sua curiosità, e stava per rinunciarci quando arrivò la madre di Giuseppe salutandola da lontano.
‘’Dove ti sei cacciata benedetta ragazza, ti ho cercato per mari e per terra,volevo farti vedere come è diventato forte e bello Giuseppe! ‘’
Disse la donna e poi rivolgendosi al figlio: ‘’ Giuseppe, cosa fai lì impalato, perché non l’abbracci e la saluti, come si deve, non vedi che bella che è diventata! ,,
Giuseppe cominciò a domandarsi chi fosse e la guardò con maggiore attenzione.
Finalmente si accorse della sua bella figura, rotondetta ma non grassa, notò i suoi grandi occhi nocciola e il bel sorriso che gli fece tornare alla mente la sua amichetta che tutti chiamavano ‘’Ciccia Bomba ‘’
E, senza pensarci esclamò: ‘’Ma non dirmi che sei Ciccia Bomba! Davvero sei irriconoscibile, sei splendida ! ‘’
Il complimento era sincero ed anche la gioia di rivederla era spontanea, gli tornarono alla mente le loro confidenze e la reciproca tristezza che si raccontavano a vicenda, lei per quel nomignolo che la faceva deridere da tutti, lui con quell’appellativo che ancora non si era tolto di dosso.
Nessuno lo chiamava più apertamente il figlio del demonio, ma lo sussurravano ancora quando erano certi che nessuno li sentisse.
Qualcuno aveva anche aspramente criticato il parroco, che gli aveva permesso di essere uno dei portantini della Madonna del Bosco.
Una donna aveva persino detto che le ustioni che aveva sulla pelle quando andava a lavorare nei campi , erano le fiamme dell’Inferno.
Il nuovo parroco,fortunatamente ,era di larghe vedute e, in cuor suo, dubitava anche dell’efficacia degli esorcismi del suo predecessore.
Credeva nel male e nell’inferno, ma pensava che si potesse manifestare così.
Lo sguardo mite di Giuseppe non aveva nulla di demoniaco, forse era un po’ strano, ma certo non gli sembrava un pericolo per la fede.
La presenza della sua vecchia amica diede il coraggio a Giuseppe di esorcizzare le vecchie chiacchiere , parlandone lui stesso e domandando ai presenti, con un pizzico di arroganza, se credevano ancora che fosse figlio del demonio.
La gente che si era radunata attorno a loro cominciò ad avere paura, nessuno osava rispondergli eppure lui li interpellava ad uno ad uno, chiamandoli per nome : ‘’ Ora siete tutti amici, ma non avete avuto vergogna di emarginare due bambini, lei perché era grassa e me perché ero biondo ed avevo la carnagione delicata! Vi dovete solo vergognare, con le vostre superstizioni, i vostri pregiudizi mi avete fatto allontanare per vent’anni da mia madre, dai miei fratelli che non conosco nemmeno più,avete messo mio padre contro mia madre e nessuno, dico nessuno, ha messo una buona parola per far rientrare tutte quelle chiacchiere,probabilmente se non avessi portato la Madonna fino al Bosco e mi fossero venute le vesciche avreste ricominciato con la storia del diavolo, di quel diavolo che è nei vostri cuori e nella vostra mente!’’
Quell’esplosione di rabbia improvvisa e inattesa, aveva fatto zittire tutta la gente che, prima si era avvicinata per curiosare e poi, senza a darlo a vedere, indietreggiava lentamente, impaurita e sempre più convinta che fosse il diavolo a parlare e non il mite Giuseppe.
L’unica che sembrava divertirsi era Rosetta, questo era il vero nome di Ciccia Bomba,lei sola lo prese sottobraccio e lo convinse ad allontanarsi da quel posto; qualcuno mormorò che era una strega, che aveva sempre legato con lui, ma lo dicevano a bassa voce e si rintanarono tutti nelle loro case, solo i giovani andarono a vedere i cantanti, indifferenti al piccolo scompiglio che la presenza di Giuseppe e la sua sfuriata avevano creato.
Giuseppe e Rosetta si ritrovarono a parlare come quando erano bambini,emarginati come allora.
La mamma di Giuseppe non sapeva come comportarsi e si era rinchiusa in un mutismo esasperato, lei che da quando era morto il marito non faceva che chiacchierare.
Rosetta diceva a Giuseppe che anche lei era stanca di quel posto e di quelle persone, che lì sarebbe certo rimasta zitella alla morte dei suoi genitori e che si rimproverava di non aver avuto il suo coraggio e di non essersene andata molto tempo prima, ora era troppo tardi, i genitori si devono lasciare quando stanno bene, dopo, quando diventano anziani, non si ha più il coraggio di farlo e tocca ai figli non sposati l’incombenza di accudirli, Giuseppe la capiva, gli dispiaceva per lei, ma non ci poteva fare nulla, lui aveva già deciso di andarsene il giorno dopo e nessuno lo avrebbe fermato.
La mamma lo seguì docilmente e così, salutando solo le cognate che non erano andate a lavorare, Giuseppe riprese il treno convinto di non voler tornare mai più in quel paese.
Ogni tanto pensava a Rosetta, avrebbe voluto scriverle, ma ne avrebbe parlato tutto il paese e lui non voleva metterla in imbarazzo, per lo stesso motivo non le telefonò mai.
Passarono così alcuni anni, con giornate tutte uguali, Giuseppe era un po’ ingrassato, non curava più l’abbigliamento,spesso aveva la barba lunga e parlava sempre meno.
La mamma era preoccupata per lui, che ne sarebbe stato di lui?
Era così solo, ma ogni volta che gli parlava di cercarsi una donna lui le rispondeva male e così,solo quando stette male tanto che Giuseppe ed i medici temettero per la sua vita, gli fece promettere che avrebbe accettato di sposarsi per procura, così lei sarebbe morta in pace.
Giuseppe realizzava, che non era necessario sposarsi per trovare una donna che badasse un poco alla casa, ma la madre soffriva di cuore e sembrava che senza quella promessa sembrava stare peggio.
Giuseppe allora promise,non si poteva non esaudire l’unico desiderio di una madre morente,in quel momento Janette sola nel suo lettino aveva il volto di sua madre, e Giuseppe , per lei avrebbe fatto di tutto.
La madre gli fece firmare la lettera da mandare all’intermediario, benedì il suo figliolo e sembrò migliorare d’umore e di salute.
Giuseppe aveva già preparato un bel discorso da fare all’ignota fidanzata, le avrebbe chiesto di tenergli il gioco, finché era viva sua madre, poi si sarebbero separati subito, certo avrebbe dovuto darle del denaro per convincerla, ma almeno sua madre sarebbe morta contenta.
La mamma si riprese, e non si parlò più di fidanzamenti e matrimoni, la vita ricominciò ad essere scandita dai turni della fabbrica; fratelli e parenti smisero di affollare il suo appartamento e Giuseppe riprese a passare al bar il sabato sera.
Un venerdì sua madre insistette molto perché si facesse la barba, lei stessa, era andata dal parrucchiere, aveva preparato una cenetta coi fiocchi ed aveva messo in tavola una tovaglia del suo corredo.
Giuseppe si domandava se per caso avesse dimenticato il suo compleanno o se fosse una ricorrenza che gli era sfuggita totalmente, ma la mamma lo rassicurò che era tutto normale.
Giuseppe di solito, cenava in pigiama, ma quel giorno la mamma gli disse che i pigiami erano tutti da stirare e che glieli avrebbe stirati dopo cena, Giuseppe ricordava di averne due nuovi nel cassetto,ma non li trovò più al loro posto e si rassegnò ad andare a tavola vestito di tutto punto.
Il mistero fu svelato pochi istanti dopo, quando suonarono alla porta e, con immane sorpresa, Giuseppe si trovò davanti Rosetta, con una grossa valigia.
‘’ Che ci fai qui? ‘’ esclamò senza troppo tatto Giuseppe.
L’arcano fu chiarito dalla mamma, era Rosetta la fidanzata che avevano scelto per lui,aveva quasi la sua età, erano un po’ amici, lei voleva andare via dal paese, infondo era una brava ragazza, non le si conoscevano fidanzati precedenti, chi meglio di lei avrebbe potuto farlo marito e padre felice?
Rosetta credeva che Giuseppe fosse d’accordo, la lettera firmata da lui era un’esplicita richiesta di matrimonio, solo il nome della fidanzata era stato aggiunto dopo.
Passato il primo stupore,l’ottima cena preparata per l’occasione dalla mamma di Giuseppe,rasserenò l’atmosfera, avevano tutti appetito e Rosetta in fondo non dispiaceva a Giuseppe, che , con l’aiuto di qualche bicchiere di vino, iniziò a pensare che Rosetta era il male minore, poi la guardò meglio e gli parve proprio carina.
Giuseppe non sapeva che Rosetta era stata da sempre innamorata di lui e che aveva sperato sempre che lui tornasse, quando, finalmente si erano ritrovati, lui aveva fatto quella scenata ed era ripartito subito e non si era mai più fatto vivo, lui che per lei era un eroe, sia per il fatto di essersene andato, sia perché aveva accolto i suoi genitori, sia perché a lei piaceva tanto il colore dei suoi occhi , Rosetta , quando le facevano la corte gli altri ragazzi, li allontanava tutti, nessuno assomigliava a Giuseppe e lei lo aveva visto sempre come una dio greco, così diverso, così bello!
Rosetta ,con il beneplacito della madre, prese presto le redini della casa, Giuseppe la trattava ancora come una sorella, ma gli piaceva vedersela girare attorno e il sabato sera cominciò a restare a casa,a portarle a prendere un gelato, qualche volta a mangiare la pizza, erano sempre loro tre,ma un giorno Rosetta li convinse ad andare al cinema, la mamma finse un malore e finalmente fu sola con lui.
Toccò a lei prendere l’iniziativa, Giuseppe sembrava non avere più alcun interesse per il sesso ed era come avesse chiuso il cuore ai sentimenti; ma Rosetta con amore e pazienza già al primo bacio, nell’oscurità della sala cinematografica restituì sicurezza ed emozioni al suo uomo.
Giuseppe , quasi senza accorgersene, cominciò ad amarla,non come la povera Janette, né come Rachele, per la quale si sentiva sempre insufficiente, inadatto, un po’ goffo e deriso,l’amore contagioso di Rosetta lo fece finalmente padrone della sua vita, dei suoi desideri e dei suoi sentimenti.
Così, quel matrimonio combinato, così strano, nel ventesimo secolo, fu uno dei matrimoni più riusciti e felici che io abbia mai visto, ed i demonietti che nacquero poco dopo, forse rappresentarono l’inferno ed il paradiso che si può trovare su questa terra.,li battezzarono coi nomi dei nonni rispettando la tradizione, ma in casa li chiamavano scherzosamente Lucifero e Gabriele.
Forse il demonio era stato finalmente toccato da Dio.
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