Il paradiso come un foglio di giornale
Stamattina presi il primo raggio di sole che trascorre come un autobus della SINAI che fa la sua corsa dal centro fino alla periferia e ritorno - dormo su un rigo di poesia.
Troppa confusione nella testa. Ormai è sera e sto scrivendo. Lo sguardo che sembra assente è rivolto a un cielo pieno di stelle indecifrabili punti di sutura. Su un cartello ricordo c'era scritto: Vietato parlare al conducente. Ma tanto non avevo niente da dirgli. Se ne stava lì col suo starsene curvo nel declino di una corsa. Stranamente lo stomaco del verme era vuoto. Ma è più probabile che io fui soltanto il primo boccone. Così inizia quest’altro giorno, pensai, come ogni giorno la fame la crisi degli erbivori e degli innamorati. Ma che pensieri! Strano modo per iniziare la giornata, mi feci eco, e ingranai di un passo alla volta per andarmi a sedere in un posto vicino al finestrino. Perché sugli autobus non ci sono sedie, ci sono posti numerati vicino ai finestrini e posti innumerabili nel corridoio di mezzo. Io mi scelsi un posto dal lato del centro della strada. Così avrei visto in faccia - poco di tre quarti ipotenusa di una scala - io dall’alto del finestrino dell’autobus mentre guardo fin giù nel basso parabrezza della macchina che si avvicina nella corsia opposta al nostro senso di marcia, chi si sarebbe pentito e avrebbe fatto ritorno verso casa. Magari solo per aver dimenticato qualcosa e avere una scusa per il ritardo. Ma anche questo non ha senso. Ciò che io penso non ha mai senso. Il mio passato è il futuro di qualcun altro. Lì, dentro le macchine, potevano decidere benissimo di stare zitti, oppure di collaborare e dirsi ogni cosa. Guardando il paesaggio scorrere con distrazione. Ascoltando una inutile canzone, il brusio irritante di una radio che mura i due fianchi finestrini e ronza come una mosca dentro a una bottiglia o un fiume tra i due sessi una spada tra i due letti. E intanto curvano parole nella chiocciola degli orecchi.
Non calpestate l'erba del giardino - c'era scritto su un cartello inchiodato ad un albero. Su un altro invece l'avviso: Campo avvelenato. Ma i cui frutti sanno più di menzogna. E poi: IN·RI – con un vistoso chiodo piantato in mezzo. La fine del ciclope. E prima di impazzire del tutto io mi alzai e, un poco barcollando (perché l'autista dovette schiacciare tempestivamente lo scarafaggio del freno, e col piede giusto, altrimenti si corre il rischio di finire sulla cronaca del giorno dopo - è sempre del giorno dopo - per un incidente di percorso), persi il rigo della poesia e nel sonno mi spostai dall'altra parte. Mi andai a sedere sul fianco destro, dal lato del marciapiede. Lì almeno le direzioni sono più confuse. Ci si insinua come polvere negli angoli, ci si infiuma come tronchi o coccodrilli, ci si dripla come ostacoli o birilli. Sulla stessa linea si può andare come un rapper nella tazza, ed è ora che ci vada col suo gergo menzognero questo stronzo per davvero. Si va avanti, si torna indietro. Sui marciapiedi. Timbro e ritmo. Visto d’imbarco e aerobica vita. Sali scendi di piedi e di ciglia e sguardi che si cercano. È una danza di cantiere – puntellano trincerano intimità - vietato l'accesso ai non addetti. Altro cartello. Ci si scopa la prima puttana che si offre. S'incrociano gli sguardi di sfida o d'alleanza. Spalla contro spalla, placcaggio, labbra contro labbra, sesso contro sesso, mani contro mani. L'una è l'altra smanettata (il numero 3 mi ha sempre fatto pensare a delle manette ancora da occupare come i posti) per aggiungere un punto alla partita del giorno, un fuorilegge dietro le righe delle sbarre. I pedoni fermi ai semafori. Si guardano obliqui. In attesa. Ci si affida con speranza ai dieci passi del duello. Qualcuno da dentro grida aiuto! come uno che sta annegando in mare. E sente le voci, ma i telefoni, quando ci sono, sono sempre fuori - servizio… (ma non disperdiamoci oltre).
Giunti alla stazione entrai in un bar. Vietato fumare, c'era scritto. Però le sigarette le vendevano. Ne comprai un pacchetto e andai in bagno a fumare, per non viziare viziarmi d’aria. Riempirmi i polmoni invece dell’odore di quello che siamo, che è la vita dal vero: piscio e candeggina per dimenticare. Ma questo non è un problema. Qualcuno potrebbe insinuare che non occorre andare in nessun luogo bagno segno pegno l’uomo ha altri modo di marchiare - semplicemente perché ci siamo già tutti dentro in questo cesso di tempo e perciò l’oblio non esiste. Il mio treno portava mezz'ora di ritardo. Entrai in sala d'attesa e lì ebbi la constatazione che nessuno mi aspettava. Tranne forse un libro seduto su una sedia. Uno di quei piccioni senza nome, o di barboni senza casa. (Ne avrete sentito di certo parlare). Lo presi in braccio tra le mani e cominciai a sfogliarne qualche pagina. Su una trovai incise due rughe o cicatrici sotto le parole: “si finisce sempre sulla bocca di domani per essere niente il giorno dopo.”
Intanto che ci penso mi punto l’indice alla tempia, ma l’unghia è troppo debole per scalfirmi. La serro tra i denti. Domani smetteremo. Non è la fine. Poi lo stesso dito lo schiaccio tra le due pareti del libro, per tenere il segno. E ricominciare? Mi alzo e m’avvicino alla banchina. Vedo ombre avvicinarsi. Il dito senza peli in nessuna falange lo tengo sempre stretto tra le pareti come un sansone tra le colonne. Ad un tratto una voce annuncia una prossima partenza, e subito dopo un'altra mezz'ora di ritardo al mio ritardo. Così si fanno compagnia, pensai, le due mezz'ore. Le papille gustative sulla pelle della luna. E magari trovano anche il tempo di fare qualcos'altro. Un diversivo, qualcosa di piacevole. Togliersi i nomi e le mutande. Inforcare le lingue nelle bocche, le cosce nelle cosce. Noi non siamo mai sicuri di quello che verrà. E poco importa resistere al gioco selvaggio dell'amore. Urli che vogliono essere domati. Sospiri che scivolano nel sogno, nel boato di una eiaculazione disumana, lamenti che stridono catene, spermatozoi che sondano e possiedono come fantasmi l'utero di casa. Ma lo spavento dell'orgasmo, il lungo spasmo dell'addio… addio… addio…
La voce annunciò un'altra ora di ritardo. E si fecero la seconda. Devono averci preso gusto. Tra un'ora finisce il gioco e con esso i tentacoli d'amore i raggiri di questo sogno fantasma. A quest'ora quei due avranno anche esaurito il ridicolo rito della sigaretta. Condividono un silenzio per l'incapacità di scambiarsi un solo sguardo due parole. Spenta la fiamma solo cenere è il non amore. “si finisce sempre sulla bocca di domani per essere niente il giorno dopo.”
Alterno gli occhi tre le pagine del libro aperto sulla mano e la lunga distesa dei binari che ho davanti. Come in una mappa geografica. Una scala verso il nulla. Sotto il libro la scrittura della mano. Guardo il campo di gioco, il foglio a righe dei binari. Su un cartello, il più grande che sia mai stato scritto, c'era scritto:
VIETATO ATTRAVERSARE I BINARI
Ma io non volevo attraversarli, passargli attraverso come un fantasma i muri o i corpi le porte, le parole le bocche. Così sprofondai nel buio sottopassaggio come uno spermatozoo tra le labbra verticali o i desideri di una donna che si crede il cielo libero e sereno spoglio delle nuvole bagnate come vele o mutande.
[...]
Tutto il giorno è passato da un ritardo all'altro come una pulce dal pelo di un orecchio a un altro. Alla fine m'avviai alla banchina, ed anche lì non c'era nessuno. Consultai l'orologio: dieci minuti a mezzanotte, e del treno neanche l'ombra. Pazienza. Ho vegetato per tutto il giorno in questo giorno che non ho più voglia di fare niente. Mi misi a fissare i binari (vuoti) e una strana idea cominciò a possedermi. Vorrei poggiarvi l'orecchio ed ascoltare, come facevano gli indiani, la voce che annuncia le distanze. Non c'era nessuno. Nessuno mi avrebbe visto, nessuno me lo avrebbe impedito. Quindi mi inginocchiai come su un altare inesistente. Poggiai l'orecchio ed ascoltai. Niente. Schiacciai più forte come a sentire voci più profonde. Un niente più intenso. Tutto è silenzio dove chiediamo di parlare. Allora mi sdraiai sul freddo rigo degli anonimi sospiri. I segnali, le luci, i divieti dormivano sui loro cartelli. Io sui binari. Le stelle cadevano nella fossa dei miei occhi. Cominciai a contare per distrarmi dall'attesa di una vita. Poggiai la testa su un rigo di poesia e i piedi sul gradino dell'enjambement. Se sarò fortunato prima di domani il treno suonerà l'allarme, come la mia sveglia ogni mattina. Col suo occhio di ciclope cieco cercherà il monologo sul palco, e tradirà l'evasione del risveglio.
Al massimo mi raccoglieranno come una notizia sul giornale. Non avevo nessun posto dove andare.
Aggiungi questo articolo ai tuoi Social Network preferiti.