Editoriale n° 9 - 01 marzo 2002

Infantilismo istituzionale

di Ciro Riccardo

Alla fiaccolata di mercoledì 27 febbraio a Napoli erano in tanti. Una partecipazione superiore ad ogni ottimistica previsione: tanta gente di tutte le età e d'ogni ceto, molti gli avvocati, i medici, gli insegnanti. Era una marcia indetta a difesa della libertà e la giustizia, entrambe seriamente minacciate dalla politica illiberale del governo, e come una sveglia da suonare ai partiti di opposizione, in particolare a quelli della sinistra, affinché svolgano con maggior vigore e convinzione il loro ruolo istituzionale. Una manifestazione analoga, per finalità, spirito e protagonisti, a quella svoltasi qualche giorno prima al Palavobis di Milano e che sono in programma in altre città. Stiamo assistendo ad un moto spontaneo e "dal basso" di organizzazione e protagonismo della cosiddetta società civile, in altre parole di una massa critica libera (o che aspira a liberarsi) da quello che è uno dei maggiori mali degli italiani: l'indifferenza e il qualunquismo.
Ora, questa gente che riscopre e afferma il senso di protagonismo civile, che vuole esprimere la propria opinione, agire ed essere trattata da cittadino, da soggetto di diritto è vista dal potere come un fenomeno di disturbo, potenzialmente eversivo. Non si è fatta attendere, infatti, l'equazione - assurda, ma anche ormai scontata data la storia repubblicana italiana - fra movimento di protesta sociale e civile e terrorismo.
Le dichiarazioni rilasciate da Berlusconi e da altri alti rappresentanti dell'esecutivo, in seguito all'attentato al Viminale, avvalorano (senza nemmeno troppi giri di parole) questo improbabile nesso fra espressione di cittadinanza e eversione bombarola. Anzi, la bomba stessa, che qualche giornale ha definito con giusta ironia "intelligente", avvalora le preoccupazioni prontamente espresse all'indomani dell'inattesa grande partecipazione alla manifestazione di Milano per i dieci anni dall'inchiesta di mani pulite. Sorpresi e imbarazzati di fronte a tanta gente comune, anche non adusa a manifestazioni di piazza, che rivendica legalità e giustizia, esponenti della maggioranza ammonivano con goffo paternalismo dalle possibili (a loro dire!) derive eversive di tali manifestazioni.
Ma perché, viene da chiedersi, chi ha responsabilità di governo tenta ostinatamente di relegare il popolo italiano in una sorta di minorità democratica. Un popolo che già di per sé, va ricordato, non brilla per particolare senso civico. Abituato da tempo più che alla certezza dei propri diritti e doveri, sulla base di chiare e operanti norme scritte, a barcamenarsi nella vita sociale ricorrendo a furberie, sotterfugi, conoscenze importanti, e altri mezzucci dell'italico ingegno dell'arrangiarsi e del tirare a campare.
Il fatto è che queste strategie lazzaronesche sono, per così dire, suggerite e premiate dal potere politico. Il quale le pratica disinvoltamente a sua volta: il condono edilizio, la legge sulle rogatorie, lo spostamento ad hoc dei processi. Il governo berlusconi incarna purtroppo alcune costanti antropologiche degli italiani, le meno nobili: l'incultura civile, lo scarso senso della collettività, e l'atteggiamento qualunquistico che irride e dispregia tutto ciò che non sia a beneficio proprio e della cerchia dei compari.
Chi se ne frega della gente! Esistono solo gli amici, e gli amici degli amici. Finché fanno comodo. Ma c'è, fortunatamente anche un altro modo di pensare: "Le bombe di Berlusconi non ci fermeranno" stava scritto un cartello di un manifestante alla fiaccolata di Napoli.
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