Nel sistema totalitario e oppressivo del Grande Fratello descritto da Orwell
in 1984 il protagonista Winston Smith, funzionario al Ministero della Verità,
lotta incessantemente per il controllo della propria memoria. Deve di volta
in volta adeguarla alla versione ultima del passato fornita del Partito, sulla
base delle convenienze del momento.
La sua memoria gli forniva ricordi che smentivano nettamente la cronaca aggiornata
della guerra che il Grande Fratello diffondeva in ogni angolo del Paese e in
ogni momento della vita dei cittadini. Winston ricordava benissimo che la sua
Oceania era stata un tempo alleata dell'Eurasia, e che soltanto da quattro anni
era invece in guerra con questa nazione, tuttavia, "ufficialmente, uno
scambio di alleanze non era mai avvenuto. L'Oceania era in guerra con l'Eurasia:
quindi l'Oceania era sempre stata in guerra con l'Eurasia. Il nemico del momento
rappresentava sempre il male assoluto, e ne conseguiva che qualsiasi alleanza,
passata o futura, con lui diveniva impossibile". Un compito del Ministero
della Verità era di epurare i giornali precedenti da ogni riferimento
alla alleanza di un tempo e di evitare che i giornali di oggi e di domani, incautamente,
la ricordassero.
Con i mezzi propri della finzione letteraria Orwell denuncia qui la tendenza,
più o meno marcata, di ogni sistema totalitario: riscrivere il passato
funzionalmente ad una interpretazione univoca del presente. Che è, in
definitiva, funzionale alla sua accettazione acritica. Trasporre il contingente
-di per sé poliedrico, variabile, transitorio - sul piano dell'assoluto
serve, infatti, a ridurne la complessità intrinseca e a sottrarlo alla
molteplicità e alla relatività degli approcci interpretativi.
Ovviamente, nella realtà questo processo avviene in modo meno estremo
e più sottilmente complesso di quanto l'abbia saputo, con grande maestria
artistica, semplificatoriamente rappresentare Orwell nel suo romanzo.
Cercare di comprendere il presente attraverso il passato è operazione
indispensabile, ma tutt'altro che semplice. Un'operazione che viene invalidata
quando la storia viene (se non radicalmente e irrimediabilmente riscritta come
nel romanzo orwelliano) scomodata per giustificare posticciamente la cronaca,
ovvero le azioni umane del presente.
La cronaca e la storia non solo hanno una diversa ampiezza temporale, e influenzano
in modo differente il vissuto e la sensibilità di una generazione; esse
sono anche differenti per la natura dei loro contenuti. La dimensione temporale
della cronaca è breve, immanente; il suo oggetto è l'evento. La
storia, invece, abbraccia tempi lunghi, talvolta lunghissimi; i suoi oggetti
sono i processi lunghi, che si svolgono lentamente, talvolta fino ad essere
impercettibili alle generazioni coeve, ma che sfociano prima o poi in eventi
vistosi, cosi come essi stessi sono scaturiti da altri eventi.
Cronaca e storia esigono, pertanto, da parte nostra atteggiamenti diversi. E
occorre essere consapevoli di questa distinzione soprattutto quando è
più difficile non confondere l'una con l'altra. Quando, come nell'attualità
che stiamo vivendo, ci tocca di assistere ad eventi dirompenti che saranno certamente
ricordati nei libri di storia a venire. Quando, per cercare di decifrare la
ridda di eventi confusi del presente, ci aiutiamo ricorrendo alle analogie e
ai precedenti della storia.
In questi casi soprattutto occorre tenere ben chiaro la differenza di tempi
e di contenuti della cronaca e della storia, nonché del nostro atteggiamento
nei confronti dell'una e dell'altra. Se nei confronti degli eventi contemporanei
abbiamo necessariamente -e comprensibilmente- un atteggiamento emotivo, passionale,
nei confronti dei fatti storici attiene, invece, un atteggiamento di comprensione
e distacco, proprio per la maggior distanza temporale che intercorre. Ricordarsi,
insomma, che l'esperienza passata che invochiamo come bussola per il presente,
poiché possiamo dare ad essa un giudizio di relativa obiettività,
è stata un tempo, a sua volta, esperienza immanente priva di definibilità
e giudizio univoco. Affinché, dunque, il richiamo agli eventi trascorsi
non sia un'ingenua (o interessata) riduzione semplicistica della complessità
del presente, utile ad alimentare tanta retorica di circostanza, ma non certo
idonea a farci districare le ragioni profonde (storiche, appunto) dell'incalzare
contraddittorio e confuso dei fatti di cronaca.
Queste considerazioni sono, credo, di capitale importanza per potersi formare
un'opinione il più possibile completa e con livello accettabile di obiettività.
Esse aiutano a saper riconoscere e relativizzare le parole e i sentimenti dettati
dall'emotività, dalla reattività immediata agli accadimenti del
presente. Aiutano a diffidare dai discorsi retorici, soprattutto quelli della
retorica più insidiosa, cioè quella che si ammanta del sedicente
buon senso comune. Dimenticando che, nei momenti in cui incalzano gli eventi
e urgono le scelte, esso non è immediatamente disponibile. Ciò
che vien fatto passare per tale è spesso ingenua o nascostamente tendenziosa
retorica. Il buonsenso tanto invocato può essere infatti soltanto il
risultato faticoso di un atteggiamento distaccato e di una forte vigilanza critica.
È auspicabile che in primo luogo i giovani siano educati alla relatività
dei giudizi e al "sentire storico". Intendo per "sentire storico"
la percezione dei tempi lunghi, necessaria per raccordare gli eventi dirompenti
dell'attualità nell'alveo dei lunghi processi della storia.
Da alcuni anni si è imposto il ricorso sempre crescente ai sondaggi d'opinione,
come strumento di rilevamento e, indirettamente, di condizionamento e formazione
dell'opinione pubblica. Sorvoliamo sul fatto che questi sondaggi sono spesso
condotti senza il dovuto corredo scientifico della statistica che ne inficia
fortemente la presunta affidabilità. Va qui detto però che essi
contribuiscono alla formazione di un'opinione pubblica superficiale, piattamente
conformistica. Anche perché queste indagini che si pretenderebbero oggettive
altro non fanno che attestare la reazione emotiva della "gente", esortata
a dare un giudizio "a caldo", laddove invece converrebbe un maggior
tempo da dedicare alla documentazione dei fatti, alla riflessione su di essi,
a sedare la propria emotività. Difatti ciò che molto spesso i
sondaggi d'opinione rilevano è la reazione immediata e irriflessa della
"gente" ad un evento. Una reazione che è, tra l'altro, infinitamente
più variegata di quanto non possa far emergere la perentorietà
delle domande e delle risposte ammesse.
segnala
questo articolo ad un amico
stampa
inviaci un commento a questo articolo