Editoriale n° 4 - 30 novembre 2001

Nel sistema totalitario e oppressivo del Grande Fratello descritto da Orwell in 1984 il protagonista Winston Smith, funzionario al Ministero della Verità, lotta incessantemente per il controllo della propria memoria. Deve di volta in volta adeguarla alla versione ultima del passato fornita del Partito, sulla base delle convenienze del momento.
La sua memoria gli forniva ricordi che smentivano nettamente la cronaca aggiornata della guerra che il Grande Fratello diffondeva in ogni angolo del Paese e in ogni momento della vita dei cittadini. Winston ricordava benissimo che la sua Oceania era stata un tempo alleata dell'Eurasia, e che soltanto da quattro anni era invece in guerra con questa nazione, tuttavia, "ufficialmente, uno scambio di alleanze non era mai avvenuto. L'Oceania era in guerra con l'Eurasia: quindi l'Oceania era sempre stata in guerra con l'Eurasia. Il nemico del momento rappresentava sempre il male assoluto, e ne conseguiva che qualsiasi alleanza, passata o futura, con lui diveniva impossibile". Un compito del Ministero della Verità era di epurare i giornali precedenti da ogni riferimento alla alleanza di un tempo e di evitare che i giornali di oggi e di domani, incautamente, la ricordassero.
Con i mezzi propri della finzione letteraria Orwell denuncia qui la tendenza, più o meno marcata, di ogni sistema totalitario: riscrivere il passato funzionalmente ad una interpretazione univoca del presente. Che è, in definitiva, funzionale alla sua accettazione acritica. Trasporre il contingente -di per sé poliedrico, variabile, transitorio - sul piano dell'assoluto serve, infatti, a ridurne la complessità intrinseca e a sottrarlo alla molteplicità e alla relatività degli approcci interpretativi.
Ovviamente, nella realtà questo processo avviene in modo meno estremo e più sottilmente complesso di quanto l'abbia saputo, con grande maestria artistica, semplificatoriamente rappresentare Orwell nel suo romanzo.
Cercare di comprendere il presente attraverso il passato è operazione indispensabile, ma tutt'altro che semplice. Un'operazione che viene invalidata quando la storia viene (se non radicalmente e irrimediabilmente riscritta come nel romanzo orwelliano) scomodata per giustificare posticciamente la cronaca, ovvero le azioni umane del presente.
La cronaca e la storia non solo hanno una diversa ampiezza temporale, e influenzano in modo differente il vissuto e la sensibilità di una generazione; esse sono anche differenti per la natura dei loro contenuti. La dimensione temporale della cronaca è breve, immanente; il suo oggetto è l'evento. La storia, invece, abbraccia tempi lunghi, talvolta lunghissimi; i suoi oggetti sono i processi lunghi, che si svolgono lentamente, talvolta fino ad essere impercettibili alle generazioni coeve, ma che sfociano prima o poi in eventi vistosi, cosi come essi stessi sono scaturiti da altri eventi.
Cronaca e storia esigono, pertanto, da parte nostra atteggiamenti diversi. E occorre essere consapevoli di questa distinzione soprattutto quando è più difficile non confondere l'una con l'altra. Quando, come nell'attualità che stiamo vivendo, ci tocca di assistere ad eventi dirompenti che saranno certamente ricordati nei libri di storia a venire. Quando, per cercare di decifrare la ridda di eventi confusi del presente, ci aiutiamo ricorrendo alle analogie e ai precedenti della storia.
In questi casi soprattutto occorre tenere ben chiaro la differenza di tempi e di contenuti della cronaca e della storia, nonché del nostro atteggiamento nei confronti dell'una e dell'altra. Se nei confronti degli eventi contemporanei abbiamo necessariamente -e comprensibilmente- un atteggiamento emotivo, passionale, nei confronti dei fatti storici attiene, invece, un atteggiamento di comprensione e distacco, proprio per la maggior distanza temporale che intercorre. Ricordarsi, insomma, che l'esperienza passata che invochiamo come bussola per il presente, poiché possiamo dare ad essa un giudizio di relativa obiettività, è stata un tempo, a sua volta, esperienza immanente priva di definibilità e giudizio univoco. Affinché, dunque, il richiamo agli eventi trascorsi non sia un'ingenua (o interessata) riduzione semplicistica della complessità del presente, utile ad alimentare tanta retorica di circostanza, ma non certo idonea a farci districare le ragioni profonde (storiche, appunto) dell'incalzare contraddittorio e confuso dei fatti di cronaca.
Queste considerazioni sono, credo, di capitale importanza per potersi formare un'opinione il più possibile completa e con livello accettabile di obiettività. Esse aiutano a saper riconoscere e relativizzare le parole e i sentimenti dettati dall'emotività, dalla reattività immediata agli accadimenti del presente. Aiutano a diffidare dai discorsi retorici, soprattutto quelli della retorica più insidiosa, cioè quella che si ammanta del sedicente buon senso comune. Dimenticando che, nei momenti in cui incalzano gli eventi e urgono le scelte, esso non è immediatamente disponibile. Ciò che vien fatto passare per tale è spesso ingenua o nascostamente tendenziosa retorica. Il buonsenso tanto invocato può essere infatti soltanto il risultato faticoso di un atteggiamento distaccato e di una forte vigilanza critica. È auspicabile che in primo luogo i giovani siano educati alla relatività dei giudizi e al "sentire storico". Intendo per "sentire storico" la percezione dei tempi lunghi, necessaria per raccordare gli eventi dirompenti dell'attualità nell'alveo dei lunghi processi della storia.
Da alcuni anni si è imposto il ricorso sempre crescente ai sondaggi d'opinione, come strumento di rilevamento e, indirettamente, di condizionamento e formazione dell'opinione pubblica. Sorvoliamo sul fatto che questi sondaggi sono spesso condotti senza il dovuto corredo scientifico della statistica che ne inficia fortemente la presunta affidabilità. Va qui detto però che essi contribuiscono alla formazione di un'opinione pubblica superficiale, piattamente conformistica. Anche perché queste indagini che si pretenderebbero oggettive altro non fanno che attestare la reazione emotiva della "gente", esortata a dare un giudizio "a caldo", laddove invece converrebbe un maggior tempo da dedicare alla documentazione dei fatti, alla riflessione su di essi, a sedare la propria emotività. Difatti ciò che molto spesso i sondaggi d'opinione rilevano è la reazione immediata e irriflessa della "gente" ad un evento. Una reazione che è, tra l'altro, infinitamente più variegata di quanto non possa far emergere la perentorietà delle domande e delle risposte ammesse.
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