Editoriale n° 3 - 14 novembre 2001
La guerra continua. Alle vittime di New York se ne stanno aggiungendo altre,
non meno vittime. Da piu' parti viene dichiarato che non sarà "ne'
una guerra facile, ne' una guerra breve". Nonostante larghe fasce di dissenso,
vedi la manifestazione degli oltre centomila a Roma il 10 novembre, dai proclami
di governo viene espressa la volontà che questa guerra va continuata.
In questo contesto, dapprima con appelli ai media di non diffondere i comunicati
del nemico "Bin Laden & C.", e poi con una autocensura su quanto
realmente accade in Afganistan, visto che le notizie sono veicolate solo dall'emittente
satellitare Al Jazeera, adesso si ricorre di nuovo ai media in senso lato. Nello
specifico, è notizia di questi giorni, il presidente Bush si è
rivolto direttamente ad Hollywood affinchè anche il cinema venga in soccorso,
coadiuvi l'opera di "indottrinamento" sulla guerra e sui nemici. Ma
che significa tutto ciò? Non bastano le censure ai giornali sulla divulgazione
di "certe notizie"? Non sono sufficienti le testate piu' o meno vicine
alle aree di potere per diffondere "un pensiero" ed alimentare il
consenso? Dopo i giornali si passa direttamente a quelle forme di comunicazione
che per natura, dovrebbero essere libere per eccellenza in quanto appartenenti
alla sfera della creatività e del libero pensiero. Dopo il cinema cosa
succedera'? Si chiederà ai poeti di decantare questo o quell'aspetto
della guerra e delle ragion di stato? Si chiederà ai pittori di dipingere
tele che siano aderenti ad un progetto di propaganda? Si chiederà ai
fotografi di spingere i loro obiettivi non sempre obiettivi, in una certa direzione
ignorando le altre? E gli scrittori? Che ruolo avranno? A loro cosa verra' chiesto?
Sembra di fare un salto indietro nel tempo in cui era la committenza a stabilire
le linee di produzione e gli standard, i canoni iconologici e iconografici a
cui gli artisti dovevano attenersi. Ma cosi' facendo non rischiamo un periodo
di oscurantismo? Non rischiamo forse di costruire, qui in casa nostra, quel
sistema e quell'oscurantismo talebano che tanto diciamo di combattere in nome
della liberta', lasciando scivolare sulle nostre idee un grande burqa nero?
Gustav Klimt, nell'ardua impresa di definire l'arte, diceva: L'arte è
l'espressione del tempo. Ad ogni tempo la sua arte. Ad ogni arte la sua liberta'.
E sicuramente adesso ci troviamo in un contesto dove gli attentati dell'11 settembre
hanno condizionato e cambiato le nostre vite. Che continuano a cambiare e ad
essere condizionate con una guerra in corso. Ancora vittime su vittime. E di
questo le arti non possono rimanere indenni da condizionamenti. Il cinema, la
pittura, la fotografia, la poesia, la letteratura e quanto altro è definibile
come "espressione artistica", subiranno delle modifiche nel processo
creativo e sicuramente nei contenuti. Avremo un'arte espressione del tempo ma
facciamo in modo di restituire ad essa la sua libertà!
Raffaele Calafiore
14/11/2001