"HO VISTO COSE CHE VOI UMANI NON RIUSCITE NEMMENO AD IMMAGINARE
"
Genova un anno dopo
di Raffaele Calafiore
Genova un anno dopo. Poliziotti, ispettori, vice e medici indagati. Un rapporto
di Amnesty International che denuncia come "eccezionali per l'Europa"
gli abusi consumati nel capoluogo ligure. Il governo che fa quadrato con una
difesa incondizionata delle forze dell'ordine, in barba alle responsabilità
oggettive che stanno emergendo dalle indagini. Responsabilità che sono
individuali, di chi ha abusato del proprio ruolo, ma anche e soprattutto politiche,
nella delicata funzione di impartire gli ordini nei giorni del G8. Indagini
che stentano a chiudersi ed un processo che sembra lontano da avviarsi per
restituire a tutti la verità e la giustizia.
Un anno è passato eppure l'attribuzione della responsabilità
dei pestaggi sistematici dei manifestanti, le pistole che comparivano dai
cellulari in corsa, le responsabilità del blitz alla Diaz con conseguente
distruzione dei materiali informatici custodi di gran parte della documentazione
delle giornate genovesi, della montatura delle molotov, dei pestaggi e oltraggi
consumati alla caserma Bolzaneto oltre che alla stessa Diaz, in un continuo
palleggiamento di responsabilità, sembra ancora lontano.
Così come lontana sembra la verità delle perizie sulla morte
di Carlo Giuliani.
Genova intanto si prepara, senza containers che sbarrano strade, senza grate,
senza zone rosse, ad ospitare nuovamente migliaia di persone che affluiranno
nel capoluogo ligure per ricordare innanzitutto un ragazzo di 23 anni che
in quelle manifestazioni è stato assassinato. Ma sarà anche
l'occasione per il movimento no-global di contarsi, fare il punto della situazione
e reinventarsi oltre i grandi raduni in occasioni delle riunioni internazionali.
Spesso tornano alla mente le immagini e le situazioni di quel 20 luglio 2001.
Le immagini di Mentana che conduce l'edizione straordinaria del telegiornale
per annunciare la tragedia: "Un ragazzo, pare di nazionalità spagnola,
è rimasto ucciso sul selciato" e a seguire i comunicati questurini
in cui si parlava di un sasso lanciato dagli stessi manifestanti. I se, i
forse ed i ma che si rincorrevano. E poi lo scoop. Compare una pistola, si
comincia a ricostruire l'accaduto. Ucciso da un'arma da fuoco. Probabilmente
esplosa da un carabiniere a bordo di un defender. E a seguire un ripetersi
delle immagini. Un ragazzo che sale le gradinate di una chiesa e urla, nella
rabbia e drammaticità del momento, "assassini", rivolgendosi
ai poliziotti e carabinieri che facevano quadrato intorno a quello che poi
si saprà essere il corpo di Carlo Giuliani. L'agghiacciante sequenza,
in cui si vede un poliziotto che concitatamente urla contro quel ragazzo "
sei tu l'assassino, sei stato tu, ti ho visto. L'hai ammazzato tu
"
e via all'inseguimento "dell'assassino" insieme ad altri due o tre
carabinieri. Sequenze agghiaccianti, prima con Carlo che cade, poi col defender
che si libera dalle lamiere di un cassonetto e passa per ben due volte sul
corpo del ragazzo a terra - poteva essere ancora vivo. In quel momento non
si poteva supporre una morte certa - e poi quel poliziotto, ligio al dovere,
testimone oculare dell'assassinio che pronuncia quelle parole. E se quel ragazzo
fosse stato preso dal poliziotto e dai carabinieri che lo inseguivano, di
quale montatura sarebbe stato vittima? Il colpevole a tutti i costi, meglio
se trovato tra i manifestanti stessi. Sarebbe stata l'ennesima montatura da
smantellare, cosi' come miseramente sta cadendo quella delle molotov presenti
alla Diaz?
In quella triste, tragica sequenza, forse è sintetizzato tutto lo spirito
politico che ha governato la gestione dell'ordine pubblico in quei giorni.
In quella sequenza era la risposta reale ed oggettiva del potere politico
alle fantomatiche , simboliche ed un po' ridicole nella vestizione, dichiarazioni
di "guerra" dell'esercito no global. Una risposta politica precisa,
nel voler criminalizzare e reprimere la protesta che nasce e si organizza
dal basso, occupando quel vuoto lasciato dalla politica dei partiti cosi'
protesa, risucchiata come in un buco nero, verso un centro a tutti i costi,
governato dalla logica del mercato e non dalla politica nell'ottica di un
liberismo senza freni, lasciando solo il vuoto a fare da cuscinetto tra il
potere ed i bisogni della gente. Ed il vuoto deve rimanere tale.
D'altronde è bene ricordarlo, nel marzo dell'anno scorso a Napoli,
con un governo di sinistra, si è consumata quella che poi è
stata la prova generale prima di Genova.
Se da una parte quindi appare chiaro la matrice politica dello scatafascio
apparente dell'ordine pubblico a Genova, al di là delle responsabilità
personali che dovranno venir fuori e punite secondo i codici del diritto che
regolano le convivenze nelle società civili, dall'altro si pone il
problema di "che fare?". Uno spunto l'hanno dato sicuramente anche
Naomi Klain autrice di "No-Logo" (in collegamento video) e Toni
Negri, co-autore insieme ad Hardt di "Impero", nel dibattito organizzato
da radio Sherwood a Padova, mercoledì 11 luglio, dove le tesi si sono
contrapposte tra un'esodo dall'impero proposto da Negri ed un passare a vie
di fatto piu' incisive, azioni dirette piu' reali e meno simboliche e soprattutto
meno legate ai contro-vertici.
A Genova nei prossimi giorni sarà l'occasione per ribadire il bisogno
di chiarezza e giustizia: per Carlo Giuliani, per i tanti picchiati e umiliati
per mano delle forze dell'ordine, ma sarà sicuramente anche l'occasione
per contarsi e provare a dare nuove risposte e nuovi metodi a quel bisogno
di un altro mondo possibile.
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