Editoriale n° 15 - 24 luglio 2002


"HO VISTO COSE CHE VOI UMANI NON RIUSCITE NEMMENO AD IMMAGINARE …"
Genova un anno dopo
di Raffaele Calafiore


Genova un anno dopo. Poliziotti, ispettori, vice e medici indagati. Un rapporto di Amnesty International che denuncia come "eccezionali per l'Europa" gli abusi consumati nel capoluogo ligure. Il governo che fa quadrato con una difesa incondizionata delle forze dell'ordine, in barba alle responsabilità oggettive che stanno emergendo dalle indagini. Responsabilità che sono individuali, di chi ha abusato del proprio ruolo, ma anche e soprattutto politiche, nella delicata funzione di impartire gli ordini nei giorni del G8. Indagini che stentano a chiudersi ed un processo che sembra lontano da avviarsi per restituire a tutti la verità e la giustizia.
Un anno è passato eppure l'attribuzione della responsabilità dei pestaggi sistematici dei manifestanti, le pistole che comparivano dai cellulari in corsa, le responsabilità del blitz alla Diaz con conseguente distruzione dei materiali informatici custodi di gran parte della documentazione delle giornate genovesi, della montatura delle molotov, dei pestaggi e oltraggi consumati alla caserma Bolzaneto oltre che alla stessa Diaz, in un continuo palleggiamento di responsabilità, sembra ancora lontano.
Così come lontana sembra la verità delle perizie sulla morte di Carlo Giuliani.
Genova intanto si prepara, senza containers che sbarrano strade, senza grate, senza zone rosse, ad ospitare nuovamente migliaia di persone che affluiranno nel capoluogo ligure per ricordare innanzitutto un ragazzo di 23 anni che in quelle manifestazioni è stato assassinato. Ma sarà anche l'occasione per il movimento no-global di contarsi, fare il punto della situazione e reinventarsi oltre i grandi raduni in occasioni delle riunioni internazionali.
Spesso tornano alla mente le immagini e le situazioni di quel 20 luglio 2001. Le immagini di Mentana che conduce l'edizione straordinaria del telegiornale per annunciare la tragedia: "Un ragazzo, pare di nazionalità spagnola, è rimasto ucciso sul selciato" e a seguire i comunicati questurini in cui si parlava di un sasso lanciato dagli stessi manifestanti. I se, i forse ed i ma che si rincorrevano. E poi lo scoop. Compare una pistola, si comincia a ricostruire l'accaduto. Ucciso da un'arma da fuoco. Probabilmente esplosa da un carabiniere a bordo di un defender. E a seguire un ripetersi delle immagini. Un ragazzo che sale le gradinate di una chiesa e urla, nella rabbia e drammaticità del momento, "assassini", rivolgendosi ai poliziotti e carabinieri che facevano quadrato intorno a quello che poi si saprà essere il corpo di Carlo Giuliani. L'agghiacciante sequenza, in cui si vede un poliziotto che concitatamente urla contro quel ragazzo " sei tu l'assassino, sei stato tu, ti ho visto. L'hai ammazzato tu…" e via all'inseguimento "dell'assassino" insieme ad altri due o tre carabinieri. Sequenze agghiaccianti, prima con Carlo che cade, poi col defender che si libera dalle lamiere di un cassonetto e passa per ben due volte sul corpo del ragazzo a terra - poteva essere ancora vivo. In quel momento non si poteva supporre una morte certa - e poi quel poliziotto, ligio al dovere, testimone oculare dell'assassinio che pronuncia quelle parole. E se quel ragazzo fosse stato preso dal poliziotto e dai carabinieri che lo inseguivano, di quale montatura sarebbe stato vittima? Il colpevole a tutti i costi, meglio se trovato tra i manifestanti stessi. Sarebbe stata l'ennesima montatura da smantellare, cosi' come miseramente sta cadendo quella delle molotov presenti alla Diaz?
In quella triste, tragica sequenza, forse è sintetizzato tutto lo spirito politico che ha governato la gestione dell'ordine pubblico in quei giorni. In quella sequenza era la risposta reale ed oggettiva del potere politico alle fantomatiche , simboliche ed un po' ridicole nella vestizione, dichiarazioni di "guerra" dell'esercito no global. Una risposta politica precisa, nel voler criminalizzare e reprimere la protesta che nasce e si organizza dal basso, occupando quel vuoto lasciato dalla politica dei partiti cosi' protesa, risucchiata come in un buco nero, verso un centro a tutti i costi, governato dalla logica del mercato e non dalla politica nell'ottica di un liberismo senza freni, lasciando solo il vuoto a fare da cuscinetto tra il potere ed i bisogni della gente. Ed il vuoto deve rimanere tale.
D'altronde è bene ricordarlo, nel marzo dell'anno scorso a Napoli, con un governo di sinistra, si è consumata quella che poi è stata la prova generale prima di Genova.
Se da una parte quindi appare chiaro la matrice politica dello scatafascio apparente dell'ordine pubblico a Genova, al di là delle responsabilità personali che dovranno venir fuori e punite secondo i codici del diritto che regolano le convivenze nelle società civili, dall'altro si pone il problema di "che fare?". Uno spunto l'hanno dato sicuramente anche Naomi Klain autrice di "No-Logo" (in collegamento video) e Toni Negri, co-autore insieme ad Hardt di "Impero", nel dibattito organizzato da radio Sherwood a Padova, mercoledì 11 luglio, dove le tesi si sono contrapposte tra un'esodo dall'impero proposto da Negri ed un passare a vie di fatto piu' incisive, azioni dirette piu' reali e meno simboliche e soprattutto meno legate ai contro-vertici.
A Genova nei prossimi giorni sarà l'occasione per ribadire il bisogno di chiarezza e giustizia: per Carlo Giuliani, per i tanti picchiati e umiliati per mano delle forze dell'ordine, ma sarà sicuramente anche l'occasione per contarsi e provare a dare nuove risposte e nuovi metodi a quel bisogno di un altro mondo possibile.


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