Editoriale n° 14 - 30 giugno 2002


MORIRE DI TAG E PAROLE
di Raffaele Calafiore

Il 16 giugno a Milano, nelle gallerie della metropolitana, Marco, un ragazzo di quindici anni, writer o aspirante tale, moriva folgorato dai cavi dell'alta tensione. Insieme ad altri due amici, era prossimo ad un "intervento" grafico pittorico sui vagoni della metropolitana.
Un fatto di cronaca, uno tra i tanti che riempiono le pagine dei giornali e che scorre via, subito rimosso, alla nuova uscita del giornale con il suo carico di cronaca nuova, destinato a durare nella memoria, quanto dura l'attualità di un quotidiano.
Abbiamo deciso per un attimo di fermare il tempo dell'oblio. Provarci. Fermare noi stessi e riflettere sulla morte di un ragazzo, stroncato da quel bisogno di lasciare una traccia di se, del proprio passaggio, del proprio amore, della propria ribellione attraverso una tag. Un dovere morale dedicare questo editoriale a chi, ricordiamolo di soli 15 anni, col suo rompere le regole, trasgredire, andare in qualche modo contro, e con i colori e l'estro ha provato a cambiare i grigi in colori, ci ha rimesso la vita.
Un' azione semplice la loro, irriverente, sicuramente spinta anche da tutte quelle contraddizioni adolescenziali o comunque di prima giovinezza. Un re-dipingere o imbrattare secondo alcuni, la fiancata di un treno o di un autobus ed affidare al mezzo mobile la circolazione del proprio messaggio che molte volte non riporta altro, se non quel bisogno di dire "l'ho fatto io", ed in qualche altro caso, un messaggio d'amore, o forse semplicemente sfuggire dal grigiore delle periferie, dal grigiore di un'esistenza anonima.
La giunta Albertini a Milano ha dichiarato guerra senza quartiere ai writer, gli artisti non omologati nel mercato dell'arte, in quanto "imbrattatori di proprietà privata" anche se poi non bisogna dimenticare che figure come Basqiat e Keith Haring acclamati in vita e celebrati dopo la morte, è proprio nei cunicoli dell'underground americano tra lamiere e muri fatiscenti che sono nati.
Non credo che per Marco il destino abbia riservato lo stesso risvolto. Probabilmente ai suoi funerali, oltre ai familiari e la cerchia di amici, nessuna autorità avrà fatto notare la sua presenza. Nessun mercato dell'arte avra' modo e tempo per scoprirlo e omologare quell'arte spontanea in qualche museo o galleria. Marco se n'e' andato prima, nel frastuono di un fatto di cronaca che ha riempito per un giorno le pagine dei giornali. Forse nemmeno gli interessava divenire artista acclamato e riconosciuto dai mercati, ma solo dire "ci sono anche io - questo l'ho fatto io" e provare a coprire con la vernice il vuoto ed il grigiore delle periferie, delle vite anonime. A ricordarlo forse saranno solo nuovi kili di vernice, a lui dedicati dai suoi amici writers.

Scritte sui muri


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