MORIRE DI TAG E PAROLE
di Raffaele Calafiore
Il 16 giugno a Milano, nelle gallerie della metropolitana, Marco, un ragazzo
di quindici anni, writer o aspirante tale, moriva folgorato dai cavi dell'alta
tensione. Insieme ad altri due amici, era prossimo ad un "intervento"
grafico pittorico sui vagoni della metropolitana.
Un fatto di cronaca, uno tra i tanti che riempiono le pagine dei giornali
e che scorre via, subito rimosso, alla nuova uscita del giornale con il suo
carico di cronaca nuova, destinato a durare nella memoria, quanto dura l'attualità
di un quotidiano.
Abbiamo deciso per un attimo di fermare il tempo dell'oblio. Provarci. Fermare
noi stessi e riflettere sulla morte di un ragazzo, stroncato da quel bisogno
di lasciare una traccia di se, del proprio passaggio, del proprio amore, della
propria ribellione attraverso una tag. Un dovere morale dedicare questo editoriale
a chi, ricordiamolo di soli 15 anni, col suo rompere le regole, trasgredire,
andare in qualche modo contro, e con i colori e l'estro ha provato a cambiare
i grigi in colori, ci ha rimesso la vita.
Un' azione semplice la loro, irriverente, sicuramente spinta anche da tutte
quelle contraddizioni adolescenziali o comunque di prima giovinezza. Un re-dipingere
o imbrattare secondo alcuni, la fiancata di un treno o di un autobus ed affidare
al mezzo mobile la circolazione del proprio messaggio che molte volte non
riporta altro, se non quel bisogno di dire "l'ho fatto io", ed in
qualche altro caso, un messaggio d'amore, o forse semplicemente sfuggire dal
grigiore delle periferie, dal grigiore di un'esistenza anonima.
La giunta Albertini a Milano ha dichiarato guerra senza quartiere ai writer,
gli artisti non omologati nel mercato dell'arte, in quanto "imbrattatori
di proprietà privata" anche se poi non bisogna dimenticare che
figure come Basqiat e Keith Haring acclamati in vita e celebrati dopo la morte,
è proprio nei cunicoli dell'underground americano tra lamiere e muri
fatiscenti che sono nati.
Non credo che per Marco il destino abbia riservato lo stesso risvolto. Probabilmente
ai suoi funerali, oltre ai familiari e la cerchia di amici, nessuna autorità
avrà fatto notare la sua presenza. Nessun mercato dell'arte avra' modo
e tempo per scoprirlo e omologare quell'arte spontanea in qualche museo o
galleria. Marco se n'e' andato prima, nel frastuono di un fatto di cronaca
che ha riempito per un giorno le pagine dei giornali. Forse nemmeno gli interessava
divenire artista acclamato e riconosciuto dai mercati, ma solo dire "ci
sono anche io - questo l'ho fatto io" e provare a coprire con la vernice
il vuoto ed il grigiore delle periferie, delle vite anonime. A ricordarlo
forse saranno solo nuovi kili di vernice, a lui dedicati dai suoi amici writers.
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