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La partecipazione alla novelainfinita
è aperta a chiunque abbia voglia di lasciare un po' di se in un libro
infinito di cui si conosce l'inizio ma non la fine.
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Esperimento di romanzo collettivo condotto da Anna
Perrino.
E' durato oltre sei mesi. E' stato affiancato da una
mailing list con funzioni di laboratorio gratuito di scrittura creativa on
line.
I lavori si sono conclusi il 31/01/2004. Di seguito, il risultato raggiunto
senza pretesa di voler mettere la parola fine al testo.
Quello che doveva essere un tranquillo viaggio in treno ma anche con se stessi dei due protagonisti principali diventa in realtà molto movimentato dai numerosi viaggiatori che insieme a loro condividono un tratto di percorso... Alla fine di molti incontri Paola e Andrea si ritrovano... ma è veramente la fine?" (a.p.)
*********************
(Paola)
Siamo in dicembre.
Sono salita sull'Orient Express ieri sera a Bologna. L'ambiente è molto
accogliente e retrò: forse l'arredamento è anche troppo carico,
ma ti inserisce nell'atmosfera del viaggio che sto per affrontare... sembra
di tornare in dietro nel tempo... Mi sono vestita, come al solito, di nero,
con una gonna ampia al ginocchio, una maglia col collo alto, calze nere velate
e tacchi alti. Il collier d’oro (regalo della mia nonna) , anelli d’oro
alle orecchie ed i capelli ricci sciolti.
Ho il posto prenotato in uno scompartimento da 4 posti .Ho rinunciato alla
cuccetta, perché sono troppo ansiosa di guardare il paesaggio che attraverserò
ed osservare i compagni di viaggio.
Sistemo le valige sul ripiano sopra il mio sedile vicino al finestrino, tolgo
e sistemo il cappotto e mi sistemo sul sedile: è una pacchia! L'imbottitura
è soffice ed il rivestimento rosso scarlatto è morbidissimo.
Davanti a me ho un tavolinetto con una lampada da tavolo sfiziosa: è
rivestita in stoffa color "giallo vissuto" e diffonde una luce calda.
Prendo la mia borsa e tolgo il mio libro da viaggio: ovviamente un thriller,
ma con tutte le cose interessanti che mi circondano, non so se leggerò
molto.
Di fronte a me non c'è seduto nessuno: forse il passeggero deve ancora
salire o forse è nella carrozza ristorante... vedremo.
Di fianco c'è una donna sulla quarantina, molto ben vestita che lavora
su un PC portatile: ha tratti orientali, un tailleur verde bosco, scarpe col
tacco alto e capelli lunghi neri, raccolti.
Di fronte a lei c'è un uomo sulla cinquantina, molto affascinante e
curatissimo nel vestire e non ha un capello fuori posto: secondo me si tinge
pure i capelli... non ha un filo grigio... porta degli occhiali con lenti
leggermente scurite e non gli vedo gli occhi (sono la prima cosa che osservo
in un uomo), sembra stia osservando la donna, o forse sonnecchia... mah!
Il treno è ripartito. Vedo le luci della stazione di Bologna che si
allontanano nella nebbiolina notturna e poi il nulla, cioè solo il
buio della notte e la nebbia.
Ad uno "scossamento" del treno la signora si volta a guardare fuori
dal finestrino: ha degli splendidi occhi verdi! Sicuramente è frutto
di un'unione molto interessante... e si intonano bene con l'abbigliamento...
che finezza!
Mi metto a leggere, tanto fuori non si vede nulla e nello scompartimento non
succede nulla. Appoggio la testa allo schienale per stare più comoda…
il dondolìo del treno mi culla… dopo un po’ mi si chiudono
gli occhi…
Vengo svegliata di soprassalto da un rumore secco. Apro gli occhi spaventata.
Davanti a me siede un uomo.
Cerco di metterlo a fuoco… mi sta osservando e mi sento imbarazzata.
Ha gli occhi azzurro-grigi, carnagione abbronzata, abbigliamento sportivo,
capelli castano scuro mossi, il viso con lineamenti dolci e mani con dita
affusolate: non ha anelli. Mi saluta con voce calda e calma e si scusa per
avermi svegliata. Gli sorrido e dico "non c’è problema"
ma avrei voluto dirgli che era stato un piacere!
Distolgo lo sguardo da lui (gli sto facendo le radiografie!!!) e vedo che
fuori la nebbia si è dissolta e sta per nascere un nuovo giorno. Attraversiamo
una grande pianura appena arata, dove lo sguardo si perde all’infinito.
Qualche cascina isolata interrompe il paesaggio… il treno corre…
mi riaddormento…
Mi sveglio dolcemente accarezzata dal calore del sole. Apro gli occhi ed il
paesaggio è notevolmente mutato: stiamo costeggiando il mare. E’
mosso, di colore grigio interrotto dalla schiuma bianca delle onde che si
infrangono. In lontananza scorgo delle vele… guardo meglio… non
è una barca normale, sembra un veliero… si avvicina velocemente
alla costa… si è proprio uno splendido veliero! Che meraviglia!
Mi ritornano in mente i libri di Emilio Salgari sui pirati: da piccola li
divoravo e sognavo di essere rapita dai pirati e di vivere con loro sul vascello
del corsaro nero! Quanti sogni ho fatto!
Il treno sembra rallentare, forse siamo arrivati ad una stazione… poi
il buio totale, solo la lampada giallina a schiarire la scena: siamo sicuramente
in galleria e non vedo l’ora di uscirne, perché soffro un po’
di claustrofobia… l’unica cosa positiva è che l’uomo
con gli occhiali scuri, se li è tolti ed ha svelato degli occhi di
un nero che non avevo mai visto.
Accidenti, non potevo capitare meglio!
L’uomo di fronte a me si presenta, con un sorriso ed io faccio lo stesso.
Mi chiede se mi può offrire la colazione ed accetto volentieri. Così
lo seguo fuori dallo scompartimento fino al vagone ristorante. Il treno è
molto silenzioso, non chiassoso e strapieno come i treni ordinari.
Il vagone ristorante è un piccolo gioiello: sembra di entrare in un
ristorante di lusso. Sui tavolini ci sono dei vasetti con fiori freschi, le
tovaglie rosso scarlatto e si sente leggero il chiacchiericcio dei passeggeri
ed il rumore dei cucchiaini sulle tazzine. Alle pareti ci sono dei pannelli
in legni intarsiati alternati a specchi.
Ci sediamo ad un tavolo libero ed ordiniamo la colazione. Il mio accompagnatore
comincia a raccontarmi di sé, del motivo del suo viaggio in oriente
e del mondo che si lascia alle spalle. Lo ascolto, incantata dal tono della
sua voce e rapita dai suoi occhi e mi perdo nel suo mondo…
Alla fine mi chiede di me. Gli dico che il mio viaggio non ha una meta fissa,
che è mia intenzione scendere ad una stazione che mi ispira e ripartire
dopo qualche ora, giorno, chissà…
Mi convince a fermarmi alla sua meta parlandomi di paesaggi incantevoli, città
accoglienti e gente cordiale. Gli chiedo quanto dista il mare… Mi risponde
che è a pochi minuti di auto dalla sua meta…
Ci separano ancora molte ore di viaggio, molti paesaggi, molti popoli…
è bello avere una meta, il viaggio sembra meno pesante. Soprattutto
è bello aver trovato qualcuno con cui trascorrere piacevolmente le
lunghe ore.
Dopo molto tempo rientriamo nel nostro scompartimento: gli altri due passeggeri
non ci sono più, restiamo soli e continuiamo a parlare e fuori scorrono
ora praterie con cavalli allo stato brado, ora città affollate, ora
deserti con sabbie incandescenti, ora acque tumultuose… e noi continuiamo
a parlare…
…Parole, parole, quante volte mi sono chiesta se avessi parlato di
più... se mi avessero parlato di più...invece ho solo molto
pensato e taciuto. sorrido all'uomo che parla e in realtà sto sorridendo
a me che ascolto il corso dei miei pensieri, ancora una volta penso e taccio.
Si andare lontano, non so dove ma forse so il perché. lasciarsi tutto
alle spalle, piccolo bagaglio: qualche slip, lo spazzolino, brandelli di ricordi,
manciate di rimpianti, e un sacco pieno di rimorso...lascio tutto. A dicembre.
Chi metterà la punta sull'albero di Natale? E quando saranno riuniti
tutti, a Natale, piangeranno per me come se fossi morta o saranno contenti
per il coraggio che ho avuto?
Mah ora dico “chissenefrega”, vado avanti, il mio nuovo motto
è fuck! fuck al capo, fuck al marito, fuck ai figli, alle mamme, ai
padri, al perbenismo, al capo del governo, all'11 settembre, fuck al mondo
intero! E questo mi sorride qui davanti, risponde al mio sorriso ma non sa
che dico fuck anche a lui, se vuoi portarmi a letto parla poco, pensa con
la tua testa e usa bene le mani amico mio! In fondo non ci vuole poco sai?
Basta che tu ogni tanto ti ricordi di essere uomo...ma ancora sto pensando!
è ora di agire, giochiamo, io ho voglia di vivere sai, sconosciuto
dei miei stivali?...tu parli...ed eccomi, accavallo le gambe, il fruscio delle
calze di nylon, mi accarezzo lo stinco, poi sistemo i capelli ed una ciocca
finisce nelle mie mani, ci gioco con la bocca e...finalmente! Sta zitto un
attimo! Mi guarda, vuole capire...
Ma cosa vuoi capire tu, ora, in questo poco tempo che ci siamo visti e sentiti,
neanche io so cosa dirti, cosa voglio che tu capisca di me.
So però che non sei tu l'uomo che avrei voluto mi capisse, se almeno
avessi avuto il coraggio di dire, l'ardire di fare...o quel certo non so che!
Mah, fuck al “non so che”!
Si amico verrò con te. Se c'è il mare posso farlo. rischierò.
te l'ho detto, ho voglia di giocare. Anche fare l'amore, con te, ora, qui,
non sarebbe male!! Ma fuck anche all'amore, scontato e banalissimo sentimento
e sesso o sesso e sentimento. Uomo o donna o maschio e femmina? Ma fuck anche
alle donne ed alle femmine, con le gonne e con i pantaloni! Trentenni in crisi
tra pannolini e portatili, quarantenni in crisi tra chirurgia estetica e vibratori
e ... fuck agli uomini! Con i loro carnet di conquiste mai fatte, con i loro
cuori infranti da donnine rampanti e "quanto cucina bene mammà"!
Il mio sorriso si è spento, lo sconosciuto mi guarda, chissà
cosa vi legge in questi occhi, che hanno saputo piangere tantissimo e solo
per se stessi, per il piacere di bagnarsi. Ma che ne sai... e che ne so io
di te? Ti ascolterò. Rimetto su la faccia buona, sorrido e ti invito
a continuare...su bello di mamma dimmi, fammi capire chi sei... e quando l'avrò
capito tu sarai cambiato...
Ma quanto sei bello! Speriamo non entri nessuno, speriamo che tu abbia presto
l'ardire di agire, speriamo che tu sappia leggere, io mi apro. Aspetto. per
adesso è l'unica cosa che so fare bene. Aspetto, penso e taccio. Ancora
per poco, però! Approfittane, perché poi parlerò.
Il viaggiatore sconosciuto sembra neanche cogliere la rabbia palpabile
che si diffondeva nel piccolo scompartimento mentre Paola inveiva contro il
mondo… tra sé e le pagine del su o diario e quindi tra sé
e sé.
Una stazione, un’altra.
Gente che scende e che sale, distinta e composta. Gente tra guardare tra le
lacrime che riempivano gli occhi cercando conferma del coraggio di una decisione.
“Andare lontano!” Diceva Paola a se stessa guardando dal finestrino.
Ma andare dove? Quella gente così compita, così diversa da lei?
Andava dove andavano loro? E andava per…..?
Una frazione di secondo per rendersi conto che non era proprio esattamente
che voleva…
Guardarsi intorno… guardare gli occhi dello sconosciuto…. Mormorare
un ennesimo “fuck!” … a qualcos’altro ancora. Chiudere
velocemente il diario, raccogliere le sue poche cose e correre, verso l’uscita.
Appena in tempo, il treno stava già per ripartire.
E senza pensare, senza cercare una ragione.. senza cercare di capire dove
si trovava.. correre…. Incontrare altre porte che stavano quasi per
chiudere, entrando con forza su un treno. Neanche il tempo di guardarsi intorno.
Altro movimento, altra destinazione… stavolta veramente libera…
anche dai suoi stessi progetti e dalla sua stessa organizzazione. Cercare
un posto libero, sedersi… rendersi conto e tra le lacrime cominciare
a ridere senza riuscire a fermarsi.
(Andrea)
Appena salito sul treno mi prende quella solita sensazione di pace...
Non ha più importanza la destinazione, le ore di viaggio (quante saranno?
Chi se lo ricorda più?), e nemmeno la sistemazione.
Mi basta sapere che quel treno mi porta dove ho deciso di andare, e che ci
sono salito in tempo. Il resto non dipende più da me. Ci sarà
forse un po' di ritardo, il riscaldamento non funzionerà, nei bagni
mancherà la carta...
Non importa, ho con me quello che mi serve per un lungo viaggio in treno,
in questo piccolo zaino che contiene crackers, una bottiglia d'acqua, 3 o
4 libri, fazzoletti di carta, un paio di riviste e una tavoletta di cioccolata.
Il resto sta nella mia mente e nei miei occhi.
Mi siedo nello scompartimento che ho scelto. Il posto e' il solito: vicino
al finestrino, che dev'essere alla mia destra. Ciò mi permette di sfruttare
al meglio quella specie di scalino che sta sotto il finestrino per appoggiarvi
il piede sinistro quando mi rannicchio contro il poggiatesta dal lato del
finestrino. In quella posizione cosi' strana riesco contemporaneamente a guardare
fuori e ad osservare i miei compagni di viaggio. Oppure posso leggere o dormire
o prendere lo zaino che sta sul ripiano sopra la mia testa.
Ora che ho preso il mio posto in questo scompartimento vuoto, osservo i passeggeri
che si spostano lungo il corridoio. Alcuni di loro sembrano voler aprire la
porta dello scompartimento, poi rinunciano; mi illudo che a farli desistere
sia stata una mia occhiata poco amichevole; nessuno di loro mi sembrava un
buon compagno di viaggio.
So che tra poco il treno sarà quasi pieno, e qualcuno entrerà
comunque.
E infatti...
Un nero altissimo e magrissimo, con un borsone sulla spalla entra, depone
il bagaglio e si getta sul posto centrale della fila di fronte alla mia.
Sembra stanchissimo. Poco dopo entra una famiglia di tre persone. Il capofamiglia
appare stremato. Ha circa la mia età ed e' abbondantemente sovrappeso.
Trascina due valigie rigide enormi che provvede con fatica a disporre sul
portabagagli. Dietro di lui entra una donna minuta e pallida, con i capelli
di colore indefinibile, che con gesti secchi indica al figlio, un bambino
dall'aspetto esile e triste, il posto che dovrà occupare per le prossime
ore, vicino al padre e di fronte alla madre.
Il treno parte, e all'uscita dalla stazione le prime gocce di pioggia cadono
sul finestrino, deformando il paesaggio che inizia a scorrere sempre più
velocemente.
Quando l'acqua forma un velo uniforme sul vetro, riappare nella luce grigia
un confuso susseguirsi di case e di campi coltivati, di strade di campagna
e di capannoni.
Il bambino, seduto vicino a me, e' rimasto esattamente nella stessa posizione
in cui la madre lo ha disposto, come una bambola.
Legge un giornalino - sembra - ma non l'ho ancora visto girare una pagina.
Il padre, accasciato al suo posto, ansima o forse sonnecchia, mentre la madre
fissa dietro ai suoi occhiali un punto lontano del corridoio. Il nero altissimo
estrae un cellulare e rimane ad osservarlo come se aspettasse una chiamata.
La mia attenzione va al paesaggio che rotola la' fuori... sono solo pennellate
sui toni del grigio, eppure mi regalano pace e sicurezza, con il loro necessario
dispiegarsi lungo questi binari che mi portano.... dove? No, non importa.
Io lo *so*, ma non e' questo il momento per pensarci. C'è solo il moto
di questo treno, con un ritmo possente e costante, a regolare il flusso dei
pensieri miei e degli altri passeggeri.
E' il momento di scegliere tra uno dei libri che ho portato per aiutarmi a
passare queste ore di piacevole regressione...
Quale scegliere?
Il thriller, il saggio di economia? L'epistolario? Il trattatello di filosofia?
La decisione rimane sospesa ancora per qualche minuto e qualche chilometro,
mentre appoggio la testa nel punto previsto, e gli occhi si chiudono.
Ora le immagini scorrono dentro di me, con il ritmo del treno.
Appare un volto. Una ragazza bionda con un sorriso dolce cerca di dirmi qualcosa,
ma non distinguo le parole. Tende una mano, mi accarezza la fronte e sorride
ancora...
Mi lascio andare. Arriverò.
Il tempo di rendermi conto che la ragazza sta andando via, le sorrido anch’io
e faccio un cenno di saluto e… mi accorgo di trovarmi in una grande
piazza. C'è un mercato, gente che passa con delle auto molto vecchie,
piene di ammaccature.
Le verdure e gli ortaggi che vedo nei banchi del mercato sono molto grandi,
non ne avevo mai visti di cosi' grandi.
C’è caldo, apro il colletto della camicia, faccio il risvolto
alle maniche, non ho niente con me e non capisco dove sono.
Sul lato destro della piazza c'è un tunnel, e' tutto buio e non vedo
la fine, faccio capolino e mi sento immediatamente una mano sulla spalla che
mi scuote. Mi volto e vedo un signore sui 40/45 con i baffi neri, che mi dice
che non si può percorrere la galleria a piedi.
Decido di dargli ascolto anche perché non ho molta scelta..., l'uomo
continua a guardarmi diffidente, quasi a ritenere che potrei tentare comunque
di percorrere il viale a piedi.
Io ne sono attratto, vorrei vedere dove porta, non si vede la luce e cosa
c'e' "oltre".
Mi rassegno e faccio un giro nella piazza per cercare di capire cosa fare
e perché sono li'.
Ad un certo punto vedo la facciata di un palazzo. E' color ocra e ha finestre
molto piccole senza i vetri, c'è un grande portone in legno intarsiato,
malridotto ma molto elegante e, avvicinandomi, intravedo un atrio all'aperto
(pur se interno) con una fontana nel centro.
Dentro sembra non esserci nessuno.
Mi decido ed entro incuriosito. Mentre mi avvicino al portone istintivamente
mi volto convinto di incontrare ancora lo sguardo diffidente dell'uomo coi
baffi....ed infatti e' sempre li', quasi seccato, come se io non dovessi stare
in questo posto, o almeno non per molto.
Mi avvicino alla fontana, allungo le mani per bagnarle e sciacquare poi il
viso quando sento un gemito....dei passi soffocati che corrono.... il rumore
viene dal portico superiore che circonda tutto l'atrio...
Vedo un'ombra di donna fuggire...
Non capisco, rimango confuso, questa figura impalpabile mi ricorda qualcosa...mi
sforzo ma non riesco a capire cosa...
Allora cerco di trovare una scala, un passaggio per vedere dove si e' nascosta...ma
mentre inizio a camminare inciampo....e.....mi risveglio...
Un uomo nel prendere il posto di fronte a me ha urtato il mio piede....e
ha interrotto la mia scoperta....
Riprendo il mio libro e provo a leggere un po'....
Macchè…. Sembra che i pensieri non riescono a fermarsi.
La mia natura di adesso mi porta a stare affacciato ad una finestra per vedere
come si muove il mondo piuttosto che prendervi parte attivamente.
Non voglio più esserne coinvolto, perché in più occasioni
ebbi modo di assaggiarlo e di assaporarne il gusto, come facevo da bambino
con lo zucchero filato: ma solo per constatarne, una volta finito, la consistente
illusorietà.
Certo, è tutto bello quello che appare ai nostri occhi, se solo sappiamo
coglierne gli aspetti sotto il loro reale significato e nelle sfumature più
sottili. Mio nonno me lo diceva sempre, ma...
Vedo scorrere davanti a me, a volte velocemente e altre volte in maniera spasmodicamente
lenta, paesaggi stupendi, ruminanti al pascolo, bambini che scorrazzano nei
cortili, persone affaccendate nei loro lavori, macchine ferme ai passaggi
a livello che aspettano il turno per passare, veicoli sulle strade che sfrecciano
come se volessero gareggiare con il treno. Donne che raccolgono i panni e
altre che portano a casa la spesa, uomini che stanno litigando tra di loro
ed altri che ridono o che si salutano con affettuosi cenni della mano. Persone
che corrono per ripararsi dalla pioggia ed altre ancora che se ne stanno spaparanzate
sotto il sole a farsi bombardare dagli uv. Uomini d'affari con la valigetta
ventiquattr’ore in mano e barboni sdraiati sulle panchine della stazione.
Da quella posizione, nel mio viaggio, ho visto accendere la luce e spegnerla.
Tutte scene diverse, le une dalle altre, a seconda del luogo ove mi ha portato
e mi sta portando il treno.
Scene a volte ripetitive, è vero, ma non occorre essere degli attenti
osservatori per accorgersi che i particolari sono sempre differenti.
Come tante tele dipinte da pittori che fanno parte di una stessa corrente
artistica, oppure provenienti da scuole completamente diverse.
La multivarietà della vita è lì, dietro a quel finestrino
che corre con me, insieme al treno che ho scelto di prendere per continuare
il mio lungo viaggio.
Ogni tanto ripenso alle parole di mio nonno: "Quello che vedi è
tutto bello. Dipende solo con quali occhi lo vedi".
Sì, forse aveva ragione lui, ma ogni cosa che vedo prima o poi svanisce.
Il tempo la corrode e la deturpa, oppure solo la trasforma. Ma altre volte
la annichilisce, come facendola inghiottire dal Nulla.
Come quelle immagini che scorgo da dietro il vetro.
Esse ci sono, perché le vedo.
Ora, invece, non ci sono più.
Adesso però ci sono, sono tornate, ma sono diverse.
Alcune mi appaiono più brutte, altre più belle.
E' l'impermanenza di ciò che vedo da dietro il finestrino di questo
treno che mi fa pensare a come sia stato illusorio tutto ciò che ho
fatto nei tempi che furono, quando mi calai nella recitazione di questo mondo.
Illusorio ho detto. Non vano.
Tutto ciò che feci, infatti, ha avuto un effetto nella mia vita e in
quella di altri, ha lasciato un ricordo nella mia mente, ha tracciato un solco
nel mio cuore.
Ma... tutto ciò che feci allora, ora non c'è più. Non
esiste più, se non nel serbatoio cosmico della memoria.
Mi sa che queste riflessioni, che mi sono state fedeli compagne per un tratto
di strada, hanno un effetto devastante sul mio umore. All'improvviso sono
diventato cupo, pessimista, più ombroso del solito.
Che strano... Eppure la realtà vera e cruda è questa. Lo dice
anche la Bibbia.
A che serve che io mi dia ancora da fare, che mi scalmani, scalpiti, mi faccia
strada se poi me ne vado? Chi me lo fa fare?
Sono stato politico, militare, artista, religioso, amico, nemico, delinquente,
pentito...
Ma adesso sono qui, seduto dietro un finestrino, completamente cambiato, annoiato,
deluso perché consapevole della vacuità delle cose.
Questa è la realtà.
Nello stesso treno
Andrea la guardava mentre Paola sembrava lo ignorasse, assorta nello scrivere tra le pagine del suo diario e a volte persa completamente nel cercare di seguire il filo vagante e variegato dei suoi pensieri.
L’espressione del tipo che mi siede di fronte ora è buffissima:
vi si leggono sorpresa, curiosità e perfino un po’ di fastidio
per la ragazza che si è scaraventata come una folle nel "suo"
scompartimento rompendo il dolce e monotono equilibrio del viaggio che lo
aveva oramai avvolto.
All’inizio non riesco a fermare lacrime e risate che mi scuotono il
corpo. Poi pian piano mi calmo, mi asciugo gli occhi, mi sento più
leggera e mi accorgo della presenza di altri 4 viaggiatori.
Un bell’uomo di colore molto alto e magro mi siede accanto. Guarda il
cellulare che tiene in mano con un’aria di attesa ansiosa. Sembra il
ritratto della fragilità e della solitudine!
Le altre tre persone invece sono la famiglia Branvilla versione incupita:
lui grasso e ansimante, lei secca e con l’aria eternamente tirata di
chi si preoccupa di tutto ed un ragazzino dall’encefalogramma apparentemente
piatto.
Torno ad osservare il tipo di fronte a me: si è preso il posto migliore
accanto al finestrino e tiene sulle ginocchia un libro aperto senza leggerlo.
Sembra avermi perdonato l’intrusione ed ora la sua espressione tradisce
solo troppa curiosità.
Basta, ora voglio parlare finalmente! Devo scusarmi con tutto lo scompartimento
per l’entrata brusca – ero salita sul treno sbagliato. Ho preso
questo per un pelo: sapete, ci tenevo a passare il Natale con gente nuova!
Ma poi le parole si disperdono nella mente e...
Fuck anche allo scompartimento! Uno non è forse libero di salire
sui treni come e perchè gli pare?
E ora che hanno tutti da guardare?
Eh sì, "Fuck" l’ho proprio pronunciato ad alta voce!
Per giunta mi è uscito rabbioso e dannatamente chiaro!
"Fakkaldo per essere Dicembre, eh?" Sorriso ebete.
"Hai notato le stalattiti di ghiaccio che pendono dal finestrino?!?"
Alle parole di mister "Mi prendo il posto migliore", i miei occhi
si girano involontariamente verso sinistra e...- Cavolo, non li avevo visti!
Quell’odioso mi aveva fatto fare un’altra volta la figura dell’idiota,
come se non bastassi io per questo! I Branvilla mi ignorano sdegnati, mentre
il ragazzo alto accanto a me mi sorride con simpatia.
"Fuori farà anche freddo, ma qui fa proprio caldo. Ciao, mi chiamo
Ibrahim".
"Ciao, io sono Paola." E ora che altro gli posso dire?
"Ciao Paola, dove stai andando di bello?"
"Io...ecco... ci tenevo a passare il Natale con nuovi amici" –
Nooo! Ma che diavolo sto dicendo???Di questo passo potevo direttamente dirgli
che sono in cerca di avventure!
"Uhm...molto interessante...Ciao Paola, io sono Andrea e di solito riesco
ad essere più simpatico".
"Beh, ci vuole poco!"
"Hai ragione, ma le uscite peggiori ti vengono fuori proprio davanti
alle persone più originali!"
"Senti, come toppa fa un po’ pena, ma lasciamo perdere."
Squilla finalmente il cellulare di Ibrahim:
- Sei tu? Volevo solo dirt...cosa? Chi ha chiamato?
- Ma...è uno scherzo?...Hai ottenuto un posto da titolare?
- Certo che sarò all’altezza. In Italia avete ancora parecchio
da imparare sul basket!
- Sono in treno...scendo e torno indietro. Ehi, sei il migliore agente sulla
piazza! E...un’altra cosa: ti amo.
A queste parole il mio sguardo, che si era perso oltre il finestrino, rientra
in se’ spinto da un’orda di ricordi.
Comincio a pensare a ciò che mi sono lasciata alle spalle…il
lavoro…la famiglia… Però che bello avere qualcuno che si
prende cura di te! E se dipendesse da me? Se fossi io a non lasciare che chi
mi vuole bene si prenda cura di me? Ecco, ci risiamo! Cambiare treno, risconvolgere
la mia vita non è servito a nulla! Mi ritrovo a torturarmi con dei
"se"…proprio non mi reggo!!!
Assorta nelle mie torture mentali, non mi accorgo nemmeno che siamo entrati
in stazione. Mi fa riemergere dallo stato catartico, la brusca fermata del
treno.
Mi guardo attorno e vedo Ibrahim che si infila il cappotto in tutta fretta
e ci saluta. La famiglia Branvilla, come risposta, fa un mugugno. Io e Andrea,
quasi in contemporanea, gli facciamo gli auguri per il nuovo lavoro…
Ci guardiamo, imbarazzati dal sincronismo delle nostre parole e sorridiamo…
In effetti, questo tipo non è poi così male… Non è
bellissimo, però…ha un chè di intrigante… Quasi
quasi attacco bottone con lui… dovrò pur trovare qualche cosa
per far passare il tempo… Il tempo… Poi ritorno a guardare fuori
dal finestrino: tutta quella gente di corsa, dove andrà mai? Come vorrei
addormentarmi ora e risvegliarmi in un’altra vita, un’altra epoca…
Il treno riparte e io ritorno con i piedi per terra. Mi sento osservata. Stacco
lo sguardo dal finestrino, certa che sia Andrea ad osservarmi… Invece
è un tipo sconvolto che sta in piedi sulla porta dello scompartimento:
sguardo vacuo, capelli schizzati e abbigliamento vissuto. Ma che ha da guardarmi
in questo modo?
"Ehi, tu!" e mi indica con un dito lungo e sporco "Hai dei
soldi da darmi per il biglietto?"
Ci mancava solo lo scroccone!
La famiglia Branvilla si è improvvisamente fatta piccola, piccola:
lui, con la mole che si ritrova ha paura di un soggetto simile? Mah! Andrea
sembra un po’ indeciso, sembra quasi che voglia prendere le mie difese…
Non esiste, so badare da sola a me stessa!
"Mi spiace, ma non ho soldi. Quelli che avevo li ho spesi per il mio
biglietto."
Il tipo sconvolto mi guarda malissimo e io mi rigiro verso il finestrino,
nella speranza che se ne vada o rompa a qualcun altro. Sento dei rumori e
Andrea che, con voce decisa, gli ribadisce che non abbiamo soldi. Il tipo,
lo vedo con la coda degli occhi, non si schioda dalla porta: non sarà
mica in cerca di guai? E poi, che ha da guardarmi così? Non sono l’unica
donna su questo treno! Che palle!
Il treno corre deciso sui binari, verso la sua meta…e la mia? Qual è
la mia meta? Che avrà pensato di me il tipo sull’altro treno?
Ma chi se ne frega! Ognuno è libero di pensare quello che vuole! Però
era molto carino…e la sua voce così rassicurante… Ohh,
il tipo sta ancora qui! Ha mosso un passo nello scompartimento…mi fissa
di brutto… Comincia veramente a darmi sui nervi! Mi volto di scatto,
lo fisso pure io..
"Che cazzo vuoi da me? Se continui a guardarmi così ti escono
gli occhi dalle orbite!"
Il ciccione e la moglie mi guardano malissimo: ho turbato le loro delicate
orecchie? Cazzi loro!
"Io ti conosco", e si avvicina ancora, sempre con l’indice
puntato verso di me. Vedo Andrea con un gran punto interrogativo stampato
in fronte.
"Sicuramente mi confondi con qualche altra. Non ti ho mai visto."
Gli rispondo secca. Mio dio, che tanfo! Ma da quanto non si lava questo?
"Sono sicur…"
"No e vattene!" Miracolo! Se ne va davvero! Mi rilasso e sprofondo
nel sedile. Andrea mi guarda stupito. Si, lo so , ho un caratterino niente
male, e allora?
"Lo conoscevi davvero?"
Lo guardo dritto negli occhi prima di rispondere.
"Affatto, può darsi che ben messo assomigli a qualcuno, ma no,
certo che non lo conoscevo".
Ad un tratto mi sento infastidita dalla domanda e taglio corto guardando fuori
dal finestrino.
Siamo fermi in stazione, osservo la gente che sale e scende dagli altri treni
e ad un tratto la mia attenzione viene attirata da un manifesto pubblicitario
che ritrae un bicchiere pieno di Martini.....Sorrido amaramente.
Quell'immagine ha toccato un ricordo nemmeno troppo lontano, nel mio cuore
: quando e' stata l'ultima volta che mi sono ubriacata di Martini? - mi chiedo
e poi mi ricordo e mi rivedo ubriaca persa ...... già! era stato due
sere prima di prendere di corsa l'Orient Express e d'un tratto nitida nella
mia mente, come un
film, scorrono le immagini di quella sera, mentre gli occhi ne rileggono le
parole fissate sulla pagina dello stesso diario, qualche sera fa…
“Sono a casa sola. Oggi ho chiamato Al e ho avuto l'impressione (certezza?)
che si sia fatto negare.
Ho vagato sola tutto il pomeriggio ed ora sono sola a casa. Ecco che lo spettro
della solitudine mi si para davanti con contorni sempre più netti;
quello che più temo, e cerco di evitare, lo sto vivendo per forza.
Idea! Perché non riempirmi di buon vecchio caro Martini?
E' biondo, buono e mi tiene compagnia; non dice cazzate, sta lì buono
e mi ascolta.
Ma la cosa più importante è che non mi fa pensare: un sorso
dopo l'altro, con rabbia e con dolore, mi aiuta a non essere me stessa, e
cioè colei che odio. Mi odio per cosa sono, e cioè nulla. Nulla
nel lavoro, nulla nell'amore. Non attraggo nessuno, e più passa il
tempo e più divento fredda. Forse non è proprio un male. Però
avrei tanta voglia di avere un uomo tutto per me.
Ma io chi sono per avere queste pretese? Per quanto io faccia per cercare
amici tutto risulta essere vano e aleatorio…….
Ho la musica nelle orecchie, mi stordisce, non sento altro. Il mio corpo è
musica, musica e Martini, musica Martini e solitudine.
Almeno posso parlare a te quaderno mio, che non ti scandalizzi per quello
che dico o faccio, tu amico fedele e taciturno di gioie (poche) e di moltissime
infelicità. Che sia una gioia essere infelici?
La sigaretta si consuma lenta, e il suo sapore, forse con quello dolce del
Martini, mi tiene compagnia.
Eccomi qui, alla soglia dei 25 anni, avvolta dalla musica, dal Martini e dalle
sigarette.
Cazzo, mia madre forse ha ragione, cosa sarò mai io nella vita? Un
niente mediocre non soddisfatto e chissà, sempre con un'idea nella
testa che a volte è latente, ma spesso riaffiora e con ragione. D'altra
parte è avvio che una persona senza prospettive precise di quello che
sarà la sua vita, pensi spesso alla morte.
Forse i tentativi di annientarsi sono la sua unica prova di potenza. Hai vinto
la morte veramente o hai solo fatto finta di ammazzarti? Boh! Certo che la
gente o è fortunata o non lo è, o forse la gente si accontenta
ed io non riesco a farlo?
In fondo ho sempre rifiutato gli uomini che per me avrebbero fatto molto per
stare insieme ad uomini a cui di me non fregava un vero cazzo. Merda……..Alzo
la musica, è meglio, e mi verso altro Martini……..ma cazzo,
stasera non mi fa niente? Vorrei piangere, mi aiuta un casino, ma non riesco.
Prima mi chiedevo che reazione avrebbe avuto Lucio se sapesse che sono morta.
Forse nessuna………..voglio piangere, accidenti!
Quasi quasi domani sera vado a ballare da sola. Chissà che non trovi
qualcuno che mi stia vicino, per una sera…….Le mie amiche hanno
tutte qualcuno che pensa a loro, io no. Loro sono felici, io no. Io voglio
qualcuno, ma non lo trovo.
Forse le persone che meno sbagliano nella vita sono quelle che hanno più
fortuna, io forse chiedo troppo. Ma chiedo solo quello che mi spetta: un uomo
con cui avere una vita serena. Per me è la cosa più importante,
più del lavoro o della vita stessa.
Per alcuni la cosa è relativamente importante, per me è la vita.
STRONZA! L'unica cosa che puoi avere è di prendertela nel culo ogni
volta. Vorrei tanto avere un uomo ogni sera e non farmi pare per questo. Voglio
rincoglionirmi al punto di non capire più un cazzo e quindi non pensare.
Io non voglio pensare, mi fa male.
Il Martini inizia a farmi effetto. Meno male.
Don't drive drunk…… ma perché, almeno uno si ammazza senza
accorgersene!
Bevo. Evviva, inizio a sentirmi come mi piace, essere intontita, e la musica
dentro di me……
Nuvole di fumo, e in fumo vanno i miei sogni e le mie speranze………ho
bisogno di musica più forte.
Canto……….Do they know it's Christmas time at all?……….”
(Elisa e Alex)
Il treno si fermò di nuovo e salirono 2 nuovi passeggeri. Era evidente
che entrambi, visto lo scarso bagaglio, non andavano lontano e sarebbero scesi
dopo poche fermate.
La donna aveva solo una valigia ed un borsone, troppo poco per un viaggio
lungo.
Non era nè bella nè brutta, non le si poteva dare un'età,
indossava jeans troppo larghi ed un lungo maglione che impediva di capire
se era robusta o solo troppo ingoffata, il viso era ben truccato e stonava
con l'abbigliamento casual, avrà avuto poco più di 30 anni,
ma avrebbe potuto averne di più o di meno, quando il giovane che le
era accanto si offrì di aiutarla a tirare su la valigia, il sorriso
che gli rese la fece apparire poco più che ventenne.
Il giovanotto invece non poteva passare inosservato, il vestito troppo elegante
per un viaggio in treno, le scarpe e la cintura di coccodrillo, da soli lo
avrebbero fatto notare a chiunque, per di più era bello ,una bellezza
da gigolò forse, ma senza dubbio bello, il corpo perfettamente proporzionato
sorreggeva una testa con lunghi capelli biondi sapientemente spettinati, gli
occhi erano grandi ed espressivi, le sopracciglia non troppo sottili nè
troppo folte, il sorriso sfrontato e l'aspetto maschio avrebbero fatto il
tormento di qualsiasi ragazza e la gioia di qualsiasi gay.
Era evidentemente straniero e, cosa stranissima, non aveva bagaglio.
La donna si accomodò nel primo scompartimento che trovò libero
e si immerse subito nella lettura di una strana rivista straniera, sembrava
assorta nel fare esercizi di chissà cosa perchè, dopo aver riflettuto
un pò, sfoderava una specie di pennarello e faceva strani segni sulla
rivista.
Il ragazzo invece cominciò a passeggiare su e giù per il treno,
sembrava tranquillo, ma lo sguardo era attento e contrastava col sorriso stampato
sulla bocca.
Poco dopo il giovane entrò nello scompartimento di Elisa, così
si chiamava la donna che era salita con lui sul treno.
I due si sorrisero, Elisa, alzò gli occhiali mettendoli a mò
di cerchietto sulla testa e trattenendo i lunghi lucidi capelli neri.
Anche in quel momento sembrò giovanissima mostrando due occhioni grandi,
ben truccati ed un po’ maliziosi.
Il giovanotto le disse di essere ungherese e di chiamarsi Alex.
Poco dopo vi fu un po’ di trambusto sul treno, un passeggero sosteneva
di essere stato derubato, gridava che aveva molto denaro nel portafogli e
che il portafogli era sparito assieme al suo orologio.
Poco dopo tornò la quiete, forse il passeggero aveva ritrovato il suo
portafogli.
Elisa guardò il giovane senza valigia, lo guardò a lungo, troppo
giovane, troppo bello, troppo ben vestito, tutto era troppo in lui. Pensò.
Ma non era certo un figlio di papà e non era un uomo d'affari, concluse
tra sé.
Poteva essere un musicista, un attore, gli chiese come mai non aveva bagaglio
e che cosa facesse nella vita.
Il giovane, in pessimo inglese borbottò qualcosa riguardo alle valigie
ed un aereo, ma Elisa non capì nulla della sua spiegazione e, poco
dopo rinunciò a quella difficile conversazione.
Finse di addormentarsi e continuò a pensare al passeggero derubato
e al giovane seduto di fronte a lei.
Istintivamente palpò il marsupio che aveva sotto il largo maglione,
dove aveva riposto il denaro ed i documenti e, rassicurata, si rimise a scarabocchiare
la sua rivista.
Quando rialzò gli occhi il giovane era sparito.
Probabilmente era sceso alla fermata del treno, le sembrava che il treno si
fosse fermato ancora, ma ,assorta com'era nei suoi esercizi, non vi aveva
fatto troppo caso.
Poco dopo sentì che sul treno stava accadendo qualcosa, alla fermata
era salita la Polizia, stavano controllando tutti i passeggeri, era sparita
anche una valigia ed una 24 ore ad un altro passeggero.
Elisa non aveva dubbi, ad alleggerire i passeggeri del treno era stato il
bell'Alex ,che si era prudentemente dileguato.
Il treno fu perquisito tra le proteste ed i commenti di tutti, non fu ritrovato
nulla.
Quando l'avevano interrogata Elisa non aveva nominato il giovane, d'altro
canto non era neppure certa che fosse stato lui, anche se ne era intimamente
convinta, e poi era sceso e svanito nel nulla, era inutile parlarne, aveva
pensato.
Tornando nello scompartimento quasi non le venne un mancamento vedendo il
giovane seduto allo stesso posto come se non si fosse mai mosso di lì.
Possibile che non lo avessero visto?
Possibile che non lo avessero perquisito?
Certo aveva nascosto la refurtiva da qualche parte.
Elisa sorrise suo malgrado pensando allo smacco dei poliziotti ed alla faccia
tosta del giovanotto.
Probabilmente era un ladro, ma certo era in gamba ed abbastanza coraggioso.
Elisa si accorse di guardare Alex con troppa insistenza, si girò verso
il finestrino e finse di guardare il paesaggio, non si sentiva a suo agio
a dividere lo scompartimento con quel ragazzo, non avrebbe potuto dormire,
per paura di essere derubata, non poteva fare conversazione, non sarebbe riuscita
a studiare con la dovuta concentrazione.
‘’ma perché non se ne era andato, quando se ne era presentata
l’occasione?!,,
In quel momento la porta dello scompartimento si aprì ed un funzionario
di Polizia entrò, accompagnato dal bigliettaio
Senza troppi preamboli si rivolsero al giovane e gli chiesero di lasciarsi
perquisire e di consegnare i documenti, Alex in quel momento le sembrò
che perdesse per un attimo il suo sguardo sfrontato e diventasse quello che
probabilmente era, un ragazzo troppo bello e troppo solo per la sua età.
La pregarono di uscire un momento, passandogli accanto, Elisa sentì
l’impulso di sfiorare la mano del giovane che protestava sempre più
energicamente; prima di uscire lo guardò negli occhi e sorrise come
a fargli coraggio, lui fece un’impercettibile occhiolino in segno di
ringraziamento.
Elisa andò al bar con un senso di tristezza, il funzionario di Polizia
l’aveva disturbata coi suoi modi autoritari ed arroganti, il ragazzo
le faceva pena e rabbia, ordinò un caffè che lasciò raffreddare
sul bancone.
Quando infilò le mani nella borsa per pagare il caffè, sentì
un oggetto estraneo sotto le sue dita, prima di decidersi
a tirarlo fuori lo palpò e guardò dentro alla borsa, era un
astuccio di plastica rossa .
Elisa era certa che non fosse suo, pagò il caffè e si diresse
velocemente verso la toilette, doveva assolutamente vedere cosa conteneva.
La toilette era occupata e l’attesa le sembrò lunghissima.
Continuava a toccare l’astuccio cercando di capire cosa avrebbe potuto
contenere.
Finalmente la porta della toilette si aprì e lei le fu possibile entrare.
L’astuccio conteneva del denaro, delle carte di credito, una vecchia
foto di una donna bionda, la foto era consumata, la donna aveva uno sguardo
dolce rassegnato e stanco allo stesso tempo, il sorriso era triste, il viso
faceva immaginare una bellezza sfiorita per gli stenti e la fatica, una bellissima
donna, invecchiata anzi tempo.
Qualcuno bussava alla porta della toilette.
Quanto tempo era rimasta lì a guardare quella foto?
Rimise tutto nell’astuccio ed uscì frettolosamente ,scusandosi.
Nel corridoio incontrò nuovamente il funzionario di Polizia, avrebbe
dovuto consegnargli l’astuccio e dirgli dei suoi sospetti, ma quando
lui le si rivolse per domandarle se il giovanotto si fosse mai allontanato
dallo scompartimento si meravigliò nel sentire la sua voce che rispondeva
candidamente :’’non mi pare, a dire il vero mi ero appisolata
un momento, ma se si fosse mosso lo avrei sentito probabilmente,,
L’astuccio le bruciava tra le mani ed aveva paura, tuttavia sfoderò
uno dei suoi migliori sorrisi
E guardò il funzionario direttamente negli occhi.
Il funzionario abbassò lo sguardo e borbottò qualcosa di incomprensibile
prima di lasciarla passare.
Tornata nello scompartimento vuoto cominciò a riflettere sul suo strano
comportamento.
Aveva aiutato un ladro, aveva nella borsa del denaro rubato e non lo aveva
consegnato, quel ladro l’aveva coinvolta facendole rischiare un’accusa
per complicità e lei era lì a pensare come restituirgli la foto
di quella che pensava fosse sua madre.
Dal tascone del borsone s’intravedeva un pezzo di carta rosa.
‘’Che avesse infilato qualcosa anche lì?,,
Elisa cominciava ad arrabbiarsi ‘’questa poi era davvero troppo!,
ma quando l’aveva fatto? Possibile che non si fosse accorta di nulla?”
Si sentì stupida nel tirar fuori una patente del giovane che sembrava
sorriderle dalla foto.
Il nome era Gregorj.
Che fare ora?
Il treno stava per arrivare alla stazione dove l’aspettava sua sorella,
mancavano circa 45 minuti, avrebbe dovuto fare qualcosa, ma cosa?
La porta dello scompartimento si aprì ed una signora anziana chiese
se poteva entrare.
A malincuore Elisa acconsentì, avrebbe preferito restare sola a riflettere.
La donna anziana la ringraziava e le spiegava che nel suo scompartimento c’erano
due ragazzini che non le facevano prendere sonno, che il viaggio era lungo,
che andava a trovare la figlia… bla bla bla…
Elisa non l’ascoltava, le sembrava di aver udito la voce di Alex o Gregorj
o come diavolo si chiamava.
Il cuore le batteva forte, era proprio lui, sorridente come sempre.
Le si avvicinò guardandola con aria da cucciolo che chiedeva perdono.
Elisa prese l’astuccio e la patente e glieli porse cercando di non farsi
vedere dall’anziana donna.
Lui fece sparire il tutto in un attimo e, vedendola pronta per scendere, l’aiutò
con la valigia.
Avrebbe voluto parlargli, avrebbe voluto sentire la sua storia, fargli la
predica magari, ma la vecchietta non dormiva.
Il treno si fermò, la porta si aprì ed Elisa scese, anche Alex
scese con la sua valigia, poi all’improvviso si chinò e la baciò
sfiorandole le labbra ed infilandole qualcosa in mano.
Stava per dire qualcosa ma Alex era già risalito sul treno che stava
per ripartire e sua sorella la stava chiamando a gran voce.
‘’Elisa, ma sei sorda? È un’ora che ti chiamo! Com’è
andato il viaggio? chi era quel fusto che ti ha portato giù la valigia?
Mi è sembrato che ti baciasse! Possibile? Dai ,racconta cosa ti è
capitato? Durante i viaggi lunghi accadono sempre cose emozionanti!,,
La sorella di Elisa sembrava un fiume in piena, eccitata e felice com’era
di vederla.
Elisa stringeva la cosa che Alex le aveva infilato in mano.
Era il suo orologio!
‘’Che figlio di p…’’ esclamò.
‘’Allora racconta …”incalzava sua sorella.
‘’Niente, non è successo niente, ho studiato e dormito
tutto il viaggio!”
‘’E quel fusto?”
‘’Mi ha solo aiutato con la valigia!”
‘’Ma era con te nel tuo scompartimento?”
‘’Sì!”
‘’Mi è sembrato ti baciasse!,,
‘’Non mi ha baciato nessuno, te lo sei sognata sorellina ,hai
troppa fantasia!,,
Non è successo niente, continuò a dire più a se stessa
che alla sorella che non nascose
la sua delusione.
‘’Se ci fossi stata io su quel treno con un ragazzo così
sarebbe successo qualcosa, sta pur certa!”
Elisa sorrise e cambiò discorso.
Andrea e Paola incrociavano spesso i loro sguardi, inutile anche tentare di
parlare. Tra una fermata e l’altra alle stazioni saliva e scendeva tanta
di quella gente che era impossibile intrattenersi in una tranquilla chiacchierata.
Non c’era spazio nemmeno più per i loro pensieri, ogni attenzione
era assorbita da quel via vai di visi su ognuno dei quali si poteva leggere
una storia. Sembrava che entrambi amassero soffermarsi sui racconti di quei
volti e quasi che leggessero le stesse parole, le stesse emozioni.. Almeno
a giudicare dalle occhiate che si scambiavano con un sorriso quando si rendevano
conto che erano attratti ed incuriositi dalle stesse persone.
Fu in uno di quei momenti che nel loro scompartimento entrò Marcella.
Marcella era una donna felicemente sposata, con un uomo che si chiamava Marcello
anche lui.
Gli amici li prendevano in giro chiedendo quando sarebbero nati i Marcellini,
la battuta, anche se non particolarmente spiritosa, faceva sempre ridere tutti.
Anche Marcella sorrideva, aveva un bel sorriso alla Anna Magnani, e, stranamente
la ricordava, pur avendo gli occhi scuri ed i capelli biondi.
Era piccolina Marcella, ma si vestiva sempre con mantelle ed abiti lunghi
un po’ da zingara e, stranamente, nessuno notava quanto fosse bassa,
anzi sembrava persino alta, la gente si accorgeva della sua statura solo se
le andava molto vicino.
Il suo modo di guardare negli occhi, i suoi occhiali grandi, anche quando
non erano più di moda, quello strano bocchino lungo che usava, le davano
un’aria misteriosa.
Marcella era una popolana romana, sapeva di esserlo, ma sapeva anche non farlo
notare, aveva un’eleganza tutta sua, una discrezione che nascondeva
la sua profonda mancanza di cultura, ma, Marcella, faceva grandi sorrisi,
annuiva al momento giusto e sapeva tacere come se avesse tante cose da dire.
Marcello al contrario aveva studiato, era giornalista sportivo ed aveva lavorato
in banca con ruoli di responsabilità.
Marcello la portava sempre con sé, sapeva di non fare brutte figure,
sapeva che la sua Marcella
non lo avrebbe mai smentito e non gli avrebbe mai creato problemi.
Si erano conosciuti molti anni prima, lei era poco più di una ragazzina
ed andava a servizio da una famiglia vicina, lui era sposato con una bella
donna giornalista anche lei, lavorava per una rivista femminile, alta, scura
di capelli, i lineamenti duri, lo sguardo volitivo, la sicurezza che solo
alcune persone sanno ostentare intimorendo i loro interlocutori.
Sembravano una coppia ben assortita, facevano feste ogni 15 giorni ed avevano
2 bei figli.
Marcella li guardava da lontano e lui le sembrava un principe irraggiungibile,
ma, un giorno lui le aveva fatto un complimento….
Marcella era andata a casa rossa di vergogna e di gioia, quel signore così
distinto le aveva detto che era carina, e per lei si era aperto un mondo di
emozioni sconosciute, provava desideri e sensazioni che non avrebbe mai confessato
neppure a se stessa.
Cominciò istintivamente a curare il suo aspetto e cercò di incontrare
quel bel signore più spesso possibile, lanciandogli sempre quel disarmante
sorriso e quello sguardo diritto negli occhi che aveva fatto sempre parte
integrale del suo fascino.
A casa aveva anche cominciato a leggere qualcosa di nascosto dalle sorelle,
per timore che la prendessero in giro.
Le sue erano molto diverse da lei, la maggiore era molto bella, bionda anche
lei, più alta di lei, un po’ sfrontata ,ottimista ed allegra.
La poverina avrebbe sposato un negoziante di ferramenta ed avrebbe vissuto
una vita tribolatissima con un marito libertino e giocatore, senza perdere
comunque il suo ottimismo.
La più piccola era minuta come lei, molto meno bella, ma si rompeva
la schiena sui libri ed avrebbe sposato un medico conosciuto al liceo.
Era l’unica che aveva potuto studiare, ma Marcella non invidiava né
la bellezza prorompente di una né la cultura dell’altra, Marcella
aveva un solo pensiero, quel signore che le aveva detto che era carina.
Sopportava tutto dalla signora per cui lavorava, pur di non andare a lavorare
altrove.
Erano passati gli anni, ma Marcella non si decideva a fidanzarsi, non aveva
molte amiche, silenziosa e riservata viveva tra famiglia e lavoro apparentemente
soddisfatta e felice.
I genitori si chiedevano quando si sarebbe accorta che gli anni passavano.
Le volevano bene, era impossibile non volergliene, tranquilla e remissiva
com’era.
Marcello aveva iniziato a tradire la moglie sempre più spesso, il lavoro
lo teneva spesso fuori casa, la moglie era sempre più occupata ,continuavano
a fare feste, a recitare la parte della coppia perfetta, ma tra loro non funzionava
più nulla.
Marcella aveva osservato da lontano ed aveva intuito come andavano le cose.
Poi, all’improvviso, si era licenziata.
Nessuno aveva capito perché, i genitori si chiedevano cosa avesse per
la testa, le sorelle la incitavano ad uscire con loro,
Marcella sorrideva e diceva :’’ non preoccupatevi, non andrò
più a lavorare, ma voi non preoccupatevi,,
Trascorsero così alcuni mesi.
Marcella era corteggiata, ma, non dava retta a nessuno.
Un giorno uscì prima del solito e si recò nel bar dove andava
a prendere il cappuccino quando lavorava, poco dopo entrò Marcello
e lei gli sorrise e lo guardò fisso negli occhi.
Quel giorno Marcello chiese il divorzio.
Da quel momento non si lasciarono più.
I ‘’Marcellini, non sarebbero mai arrivati, Marcella non voleva
che l’incantesimo si spezzasse, Marcella voleva che il suo uomo non
avesse occhi che per lei, non si fece mai vedere triste, non si fece vedere
mai spettinata, non gli chiese mai di sposarla.
Ma Marcello la sposò, non poteva lasciare quella donna così
FRAGILE, senza un’assicurazione, era così SPOVVEDUTA, ERA COSI’
INDIFESA.
Non la tradì mai.
Uno schianto sull’autostrada.
Marcella per 6 lunghi mesi non seppe che il suo uomo era morto.
Quando glielo dissero temettero che non sopportasse la notizia, ma Macella
ancora una volta non disse nulla.
Ogni Capodanno si chiude in casa e prepara due coppe per brindare a mezzanotte.
Sono passati 16 anni da allora e Marcella, nelle grandi occasioni, apparecchia
per 2.
Era quasi come se un viaggio in treno, consentisse la scoperta di quelle cose
che normalmente restano nascoste. Era un momento, il viaggio, sicuramente.
E in quel momento ognuno poteva trasportare la verità che forse non
avrebbe mai detto o lasciato trasparire diversamente. Perché il momento,
prima o poi, sarebbe finito. Non comportava forse responsabilità, o
forse non impegnava più di tanto. Eppure riusciva a tirar fuori da
ogni persona ciò che di solito veniva custodito gelosamente dentro.
Era su questo che si fermavano i pensieri dei due primi viaggiatori mentre
da una stazione all’altra la compagnia cambiava, trasformando completamente
ogni punto di osservazione che si fosse ritenuto stabile fino a un istante
prima. Il tempo che passava e che li faceva rimanere insieme malgrado gli
altri passeggeri cambiassero in continuazione, aveva reso denso di complicità
il feeling particolare che cominciava a crearsi tra Paola e Andrea, pur se
non si conoscevano. Ma era come se si conoscessero da tanto tempo, anche se
non si erano mai visti prima. Lo spazio stretto di uno scompartimento era
diventato una realtà comune e condivisa in cui, in qualche modo parlavano
di sé. E raccontavano se stessi anche quando tacevano o quando scambiavano
due parole (due, non di più) con qualcun altro. Se i due non riuscivano
a trovare però lo spazio per parlare tra di loro, c’era da dire
che non mancava chi invece quello spazio lo utilizzava come se fosse solamente
suo, sia che gli venisse chiesto qualche cosa sia, invece, che gli si dicesse
solo un banalissimo “buongiorno”. Qualcuno raccontava le esperienze
e ricordi di altri viaggi.
“ Avevamo appena assistito ad una messa per i defunti celebrata nella
chiesa ortodossa di rue Da Rue, Fiorella, la mia compagna di viaggio, mi aveva
accompagnata, per vedere com’era una chiesa russa ed anch’io ero
più motivata dal voler conoscere i luoghi tante volte descrittimi da
mia nonna e da mia madre, più che dalla volontà di commemorare
i defunti.
Tuttavia avevo consegnato al Pope la lista dettagliata dei nomi da nominare,
cercando di non dimenticare nonni e bisnonni mai conosciuti ed altri parenti
sentiti nominare solo in quelle circostanze, mia nonna era morta pochi anni
prima ed il mio contatto con la cultura russa si stava affievolendo, non si
coloravano più le uova a Pasqua, non si andava alla messa di mezzanotte
a Natale ,tornando a casa con la candela accesa, malgrado il freddo ,il vento
e la neve.
In Italia non c’erano chiese ortodosse, quelle che avevo conosciuto
erano state improvvisate in un appartamento, il prete veniva una volta al
mese ed erano destinate a sparire, man mano che i vecchi profughi morivano,
i loro figli si integravano, spesso diventavano cattolici, io stessa ero cattolica,
anche se avevo frequentato la chiesa ortodossa con più piacere di quelle
cattoliche, che trovavo fredde ed inospitali.
Le chiese cattoliche erano per me, bellissime da visitare, monumenti gelidi
pieni di marmi ed immagini severe che, da piccola, mi incutevano un po’
di paura, le piccole stanze dell’appartamento di via Palestro a Roma,
invece mi faceva sentire il calore del legno del parquet e dei rivestimenti
delle pareti, entrando si sentiva l’odore dell’incenso delle lunghe,
strette, candeline gialle, i canti erano commoventi e non fastidiosi al mio
orecchio, come quelli che a volte si sentivano nelle chiese cattoliche, il
rito era più lungo e solenne, ma i gesti del Pope mi affascinavano
molto più di quelli del parroco dove avevo studiato catechismo da piccola,
anche la Comunione aveva per me il sapore della festa, il panino caldo ed
il cucchiaino del vino rosso della Comunione ortodossa mi facevano sentire
partecipe di un evento, anche il nastro rosso del calice mi infondeva serenità,
a differenza dell’asettica ed insapore Ostia cattolica.
Mi avevano spiegato che era per una questione d’igiene. Ma come avrebbe
potuto il corpo ed il sangue di Cristo trasmettere delle malattie?
Che fede era quella?
Anche quel giorno avevo fatto la comunione ortodossa ed avevo nella borsa
il tondo panino che rappresentava il Corpo di Cristo.
Durante la funzione avevo pianto e mi ero trasferita idealmente nella realtà
dei nomi di quelle persone che non avevo mai conosciuto, in un passato che
sentivo mio in qualche modo pur non avendone mai fatto parte.
Anche Fiorella si era emozionata senza sapere perché.
Eravamo contente di essere state lì.
Camminavamo in silenzio, avevamo addosso ancora la magia del rito, dell’incenso,
dei canti.
Ad un semaforo mi sentii toccare sulla spalla, mi girai e non vidi nessuno,
cominciai ad attraversare e sentii distintamente una mano sulla spalla, mi
voltai ancora e non vidi nessuno.
All’improvviso una voce mi disse : di me ti sei dimenticata?
Andrej! Non avevo fatto nominare Andrej!
Lo dissi a Fiorella che non capì appieno la mia agitazione, né
l’urgenza di tornare indietro
E ricominciare tutto daccapo, suonare al prete, farlo scendere di corsa e
fargli rifare un’altra messa solo per Andrei.
Fiorella non capiva, ma la mia determinazione non le permise di replicare
alcunché.
Invece di pregare continuavo a chiedere scusa, mentalmente, ad Andrej, e lui
mi sorrideva ringraziandomi e tranquillizzandomi.
La messa fu in formato ridotto, ma mi rese la tranquillità che per
un attimo avevo perso.
Uscendo sorridevo e ringraziai Fiorella per la pazienza e la comprensione.
Fiorella, la mia compagna di viaggio era una ragazza dai tratti marcati, una
grande bocca spesso sorridente, un naso importante ma non sgradevole, occhi
castani grandi e profondi, capelli rossicci ricci senza speranza che qualche
stiratura li rendessero più lisci, la erre moscia le dava un chè
di aristocratico, il timbro di voce era piacevole, era alta ed un po’
troppo piena come me.
Ci eravamo conosciute all’università di Milano, avevamo legato
subito ed avevamo programmato quel nostro primo viaggio all’estero fin
dai primi mesi di amicizia.
Nato come un viaggio di studio era diventato un giro d’Europa in macchina
ed eravamo felicissime.
La prima tappa era stata Parigi
Che emozione arrivare a Parigi!
Io la conoscevo per i racconti di mia madre che aveva voluto che parlassi
francese con lei in casa e non aveva fatto che parlarmi di Parigi per moltissimi
anni, conoscevo strade, palazzi, negozi come se vi avessi vissuto anch’io,
le molte letture avevano fatto il resto, anch’io adoravo Parigi, non
i francesi e la Francia, solo Parigi.
Fiorella aveva avuto un’esperienza simile con la nonna e così
eravamo in perfetta sintonia.
‘’ora mi spieghi chi era questo Andrej!,, esordì Fiorella
ridendo.
‘’Non lo so, non l’ho mai conosciuto!
Ma mi mandava delle cartoline fantastiche quando ero piccola, avevo una collezione
di quelle cartoline che ricordo ancora come la cosa più fantastica
della mia prima infanzia.
Erano tutte con sfondo blu e rappresentavano scenette di gatti parlanti che
sembravano più veri e più vivi dei cartoni animati
Quei gatti parlavano francese e si dicevano frasi che avrebbero potuto essere
scritte da Victor Hugo, quel V.H. che aveva scritto quella poesia che diceva
pressappoco così:
vieni ,ho dei frutti e delle rose, ti dirò delle dolci cose, e, forse,
sorriderai…..
Andrej doveva essere un uomo dalla sensibilità straordinaria!
Ho di lui solo una foto tessera ,credo sia quella che hanno messo sulla sua
tomba, ma non so neppure dove sia sepolto.
Era un uomo apparentemente insignificante, un viso magro, un po’ grigio
ed un po’ stempiato, un sorriso dolce ed anonimo, né bello né
brutto, probabilmente non era neppure alto, forse un po’ mingherlino.
Fiorella chiese :’’Va avanti, perché te lo ricordi con
tanta emozione? quando è morto?,,
‘’E’ morto quando avevo poco più di 3 anni credo.
Non so dove e come avesse conosciuto i miei genitori, so che lo avevano ospitato
per qualche tempo, una volta mia madre si era lasciata sfuggire che le sarebbe
piaciuto che avesse sposato la nonna.
La nonna era furiosa quando le nominavano questo matrimonio mancato e non
ne parlava volentieri, chiudeva ogni discorso dicendo che aveva amato solo
il nonno.
Non potevo darle torto, il nonno era bellissimo, alto coi suoi occhi grigi,
il volto volitivo, lo sguardo schietto, i baffi neri come i suoi folti capelli,
ho sentito cose fantastiche del nonno, ma quella è un’altra storia,
del resto non ho conosciuto neppure lui.
La mente andò alle poche foto del nonno e alle storie che avevo sentito,
avrei cominciato a parlare di lui, se, Fiorella, con la sua logica un po’
teutonica, non mi avesse incoraggiata a finire il racconto di Andrei.
‘’non ho molto da dire, ripresi’’ so che quando papà
dovette andare via dalla Francia, dopo la guerra, Andrei rimase a Parigi,
si devono essere scritti, sono nata io e lui aveva iniziato a mandare quelle
cartoline, era un po’ come se mi avesse tenuta in braccio, mia madre
deve averlo amato come un padre.
Un bel giorno le cartoline non arrivarono più, poi si seppe che Andrej
era stato trovato nella sua soffitta, era morto da molti giorni, forse di
stenti, forse di malattia, forse di freddo.
Nessuno è andato al suo funerale, nessuno sa dov’è stato
sepolto.
In casa mia nessuno ha più parlato di lui, ma io lo porto nel cuore,,
Fiorella mi guardava pensosa. ’’Credo che, ora, lo ricorderò
anch’io,,”
Paola ascoltava, assorta nei suoi pensieri…il passato, le tradizioni…che
ruolo avevano nella sua vita? Lei che aveva fatto di tutto per cancellare
il suo passato, si ritrovava ad invidiare chi ne aveva uno da ricordare con
tanta commozione… Cosa le stava succedendo?
Un sussulto del treno la riscosse e si guardò attorno un po’
spaesata, in quanto i suoi pensieri l’avevano portata lontano.
Fuori si estendevano i campi a perdita d’occhio: dov’erano arrivati?
Dove stava andando lei? Aveva fatto bene a lasciare la dolce comodità
dell’Orient Express e quell’uomo così loquace e rassicurante?
In fondo le aveva proposto una meta allettante, senza imposizioni…cos’è
che l’aveva fatta fuggire da quel porto rassicurante?
“Stai bene? Hai un’espressione sconvolta.”
Paola ritorna con i piedi per terra e guarda Andrea e lo osserva come se lo
vedesse per la prima volta: non si erano già presentati un tot di fermate
fa? Ma chi era lui, in fondo?
-Si, sto bene, sono solo un po’ stanca.-
Si ferma il treno: la stazione sembra sperduta nei campi. Ma chi può
abitare in questa desolazione? Le due donne che avevano riportato in lei il
peso del suo passato si erano alzate e si apprestavano a scendere. (Belle
stronze! Loro sono arrivate alla loro meta e mi lasciano qui da sola a sopportare
i pensieri che LORO mi hanno fatto venire!!!)
Mah, e ora chi ci capiterà nello scompartimento? Un contadino con le
galline sottobraccio?
Il treno riparte senza che entri alcuna persona.
Così, per la prima volta dopo tanto tempo trascorso assieme, Paola
ed Andrea si ritrovano da soli nello scompartimento.
Andrea, timido e riservato è decisamente incuriosito da quella donna
che, piombata come un meteorite nello scompartimento ed ha scacciato quello
scroccone mal vestito, da parecchio è sprofondata nel sedile scomodo
in silenzio con lo sguardo triste e lontano. Cosa si nasconderà nella
sua mente?
“Paola…posso chiederti dove stai andando? Oddio, non è
per farmi gli affari tuoi…è solo che…le persone che viaggiano
mi incuriosiscono e le loro storie, vere o no, accendono la mia fantasia…”
-Non lo so… Ricordo a mala pena da dove sono partita e perché…
Avevo preso un altro treno inizialmente, poi ho cambiato obiettivo…
ed ora sono qui… A proposito, dove va questo treno?-
“Io scendo a Bari e poi proseguo in traghetto. Il treno credo arrivi
fino a Lecce…”
Paola, interessata, lo interrompe -Prendi il traghetto per dove?-
“Vado a Malta”
-Che meraviglia, un isola?! Il mare tutto intorno e poi Malta è piena
di storia! Ci vai per lavoro? Hai qualcuno che ti aspetta?-
(Questa sta diventando un po’ troppo invadente, per fortuna ero io a
voler sapere qualche cosa di lei! Che si sarà messa in testa? Però…
visto che ha detto di non avere una meta… ha un carattere un po’
scostante… ma è molto intrigante e… oddio, sto arrossendo…
e lei che mi guarda… cosa penserà?)
“Ehm, ho deciso di accettare una proposta di lavoro… anzi…
a dire il vero è una promozione. La ditta dove lavoro ha delle succursali
in varie parti del mondo e qui a Malta si era liberato un posto di prestigio…”
-Caz… cavolo! Allora sei un pezzo grosso!- (Non gli avrei dato un soldo!)
“No, non è come pensi… non sono il tipo…” (E
comunque te lo farei vedere io cosa ho di grosso, bella snobbina!!! Ma questa
chi si crede di essere?)
-Quindi a Malta non conosci nessuno? Hai accettato questo lavoro perché
scappi da qualche cosa?-
“Ho accettato perché era l’unico modo per uscire dal piccolo
mondo in cui sono cresciuto, dove tutti ti conoscono o credono di conoscerti,
e dove tutti si aspettano che ti comporti come loro vorrebbero che tu ti comportassi…
E’ un casino! Sì, scappo dalla bambagia in cui ho vissuto fin’ora,
perché voglio essere me stesso… e posso esserlo solo dove nessuno
mi conosce!”
(Cazzo, il timidino ha tirato fuori le palle!)
Così rimangono a fissarsi, con Paola che si sente improvvisamente attratta
dal quel giovane uomo che vuole mettersi completamente in discussione: in
fondo ha molto in comune con lei! Anche se, fino a quel momento credeva il
contrario!
(Chissà… e se gli chiedessi di unirmi a lui? Cioè, come
amici ed ognuno si organizza la propria vita… ma almeno partiamo conoscendo
qualcuno e non da perfetti stranieri…)
-Mi chiedevo se mi posso unire nel tuo viaggio… cioè, io non
ho una meta e come te ho voglia di ricominciare una vita come voglio io…
Ti giuro che non sarei un peso per te… mi trovo un lavoro… con
l’inglese mi arrangio, so bene il tedesco… Magari in qualche albergo,
come inizio…-
Andrea la guarda e sorride… (Ora la timida è lei, che buffo!)
Poi, quasi di scatto si alza.
Paola lo guarda perplessa… (L’ho spaventato? Sono stata troppo
invadente, come al solito! Adesso se ne va…)
Andrea va deciso alla porta dello scompartimento. La apre. Guarda fuori a
destra e a sinistra: nessuno.
Richiude la porta e la blocca con il gancetto. Abbassa le tendine delle finestrelle
che danno sul corridoio e si volta a guardare Paola con espressione indecifrabile…
n.d.r.: to be continued?