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Un furto di H. Kureishi. A cura di L. Alviggi

Domenica 20 Dicembre 2015 21:13 redazione nonsoloparole
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UN  FURTO

                                                                                   di Hanif Kureishi

 

 

Questo libro si basa su un avvenimento vissuto in prima persona dall’Autore - londinese, romanziere, sceneggiatore, drammaturgo – che incappa in un labirinto grottesco, oggi fin troppo comune per tanti miseri soggetti che finiscono nelle grinfie di un raggiratore, lercio figuro diffuso in tutti gli strati della società contemporanea. Il teatro è l’Inghilterra di questi anni e il ladro è in origine socio di uno studio di consulenza finanziaria di alto livello, che ha attivamente contribuito a far crescere. Ne verrà poi licenziato quando verranno scoperti i furti a danno dello stesso studio e i raggiri compiuti su clienti vari. Ovvio, senza alcun provvedimento riparativo da parte dello studio.

 

Dal rovescio subito è nato questo libello, drammatico e intenso, con il quale l’Autore narra la sventura personale nel fondato intento di colpire il malfattore ma, ancor più, con lo scopo di mettere in guardia altri che, come lui per nulla stupidi, cadono in balia di individui che si vestono di splendidi panni mentre sotto c’è tutt’altro. E questo non sarebbe un gran danno se il tutt’altro non fosse orientato a un catastrofico obiettivo: la ferma volontà di vivere bene a spese degli altri.

Questi soggetti, privi di morale, sperperano a proprio vantaggio quanto altri hanno risparmiato, magari con grandi sacrifici. E del malfattore Kureishi specifica nome e cognome: Jeff Chandler.

È, insomma, la faccia torbida della società ove - come apprendiamo da notiziari tv, giornali, talk show, denunce portate alla luce del sole - la gamma delle possibili truffe è pressappoco infinita, ed è difficile non cascare da sprovveduti in qualche tranello ben ordito.

 

Mi vengono in mente gli agenti segreti, o chiunque per mezzo delle sue parole abbia indotto un altro a fare qualcosa, persone che non hanno nulla e riescono invece a convincere gli altri di avere tut­to, o almeno di avere qualcosa che essi desiderano. Il truffatore è la persona che ha la formula magica per le tue speranze, che tocca il punto G dei tuoi desideri.”

 

La perdita per l’uomo sarà molto alta. Quasi tutti, se non tutti, i suoi risparmi prendono il volo e la truffa è doppia perché Jeff, dopo essersi surrettiziamente procurata una copia del suo documento d’identità, riuscirà a svuotargli il conto in banca dei soldi rimasti. Il capitale iniziale versato, del quale paga puntualmente solo la prima rata dei forti interessi promessi, prenderà il volo al seguito.

I fatti arrivano al paradossale, con dettagli da noi impossibili, perché il truffatore diviene un vero e proprio doppio del povero Hanif, entrando e uscendo dalle banche a suo nome. Jeff non si nega al telefono e lo incontra addirittura, spiegandogli che ha intenzione di restituire denaro ed interessi e che sta solo attraversando un brutto momento. Adesso, però, sorge il dubbio se l’Autore stia parlando di realtà oppure siamo nel campo della finzione letteraria. Ma dobbiamo anche osservare che la società anglosassone è ben diversa che qui da noi.

Jeff, in effetti, al contrario dei truffatori nostrani che prendono subito il volo, continua a mantenere contatti con il povero investitore. Lo chiama dalla Spagna, dove è dovuto scappare per scampare a dei truffati violenti, promettendo sempre il recupero di quanto scomparso. E non manca la montagna di scuse: morti improvvise, è lui ad essere stato truffato da altri, e via con tutto quanto un buon favolista può improvvisare.

Lo stile di Kureishi è piano, limpido, direi giornalistico. Ci introduce nelle fasi evolutive di questo legame imposto alla sua volontà, e si sforza di indagare le radici del comportamento reciproco, giacché anch’egli si sente correo nell’eccessivo coinvolgimento personale in tutto il fattaccio. Il pensiero di Jeff stravolge il suo mondo e il nemico assume le vesti di persecutore costante. Frutto insperato dalla cocente delusione patita, Hanif almeno deriverà utili precetti di vita sociale: si sentirà più scaltro per le avventure del domani. Il lavoro è arricchito da citazioni di classici letterari in relazione con la vicenda narrata.

Approfondita è la descrizione del rapporto – una sorta di dipendenza che si viene a creare tra truffatore e truffato – perché l’imbroglio arriva a costituire un elemento strutturante nella mente del malcapitato. Avviene l’esaltazione inconscia dell’uomo che ha trascinato nel giro infernale, e tutto diviene un semplice concreto aspetto della perenne lotta tra bene e male. Una forma minore, familiare quasi, dell’eterna contesa tra Eros e Tanatos che sottende in modi diversi la vita di ognuno. A un livello minore, può pensarsi anche al soddisfacimento di segrete tendenze masochistiche vaganti nel profondo dell’animo dello sfruttato.

Il truffato – come capita all’Autore - viene catturato dal desiderio di capire chi realmente sia l’uomo che gli ha procurato il dissesto. Vuole penetrarne la personalità, i meccanismi che lo guidano a compiere le azioni riprovevoli. È la fenomenologia causata dall’effetto di un fascino diverso, che poggia su basi poco individuabili e che agisce ponendo in secondo piano il problema reale rispetto a qualcosa che somiglia ad un innamoramento verso il persecutore. È questo che gli consente di divenire il mostro distruttore che fagocita chi capita a tiro e che finisce con l’assumere il ruolo preponderante nell’equilibrio mentale della vittima, proprio alla stregua della persona amata in un normale individuo. C’è ancora da notare che, essendoci alla base il riprovevole obiettivo da parte del cliente di arricchire in modo anomalo, l’esito finale può anche essere considerato la giusta punizione toccata a chi ha voluto aspirare troppo in alto.

 

Eppure io non volevo sentire quando persone con cui mi confidavo li­quidavano Jeff come un ladruncolo che mi faceva del male. Jeff per me era un eroe, perché cercava di porre rimedio al­la situazione e stava facendo del suo me­glio: sapeva che le sue possibilità si erano quasi esaurite. In continuazione gli idioti vengono elevati al rango di dei, e almeno lui era il mio idiota. Non solo eravamo amici, io continuavo a credere che mi avrebbe guidato verso la luce e sarei sta­to alla fine felice e libero. Eppure com'è che le persone riescono a insinuarsi den­tro di te, ad attaccarsi a te, come sogni che rifiutano di rivelare il segreto del lo­ro orrore, e tu non riesci a svegliarti o ad afferrare ciò che succede?”

 

Viene alla mente il breve romanzo “Il giocatore” (1867) di Fedor Dostoevskij (1821 – 1881), ove nel protagonista Aleksej, accanito giocatore, è ben adombrata l’analoga passione sfrenata del grande scrittore russo che gli causò, oltre a perdite enormi di beni, anche scompensi terribili nella vita di uomo e di marito. Un vizio irrefrenabile come un altro, dietro ai quali è fin troppo banale perdersi scendendo rapidamente gli scalini dell’umano degrado.

 

È l’irrazionalità del credo che rende l’adesione assolutamente necessaria, e tanto più sarà cieca la convinzione tanto più sarà insostenibile l’idea.

Nel mio caso l’assurdità aveva determinato un’adesione cieca. Io e altri spingevamo Jeff a continuare quasi avesse creato una nuova religione”

 

In effetti il meccanismo pratico che governa questi casi è sempre lo stesso. Si prende il denaro dagli ultimi arrivati nel giro per soddisfare, in piccola parte, le richieste di quanti sono caduti nella rete prima di loro. Viene creato un equilibrio fasullo, una specie di “Catena di Sant’Antonio”, che si regge soltanto sull’arrivo di nuovi adepti e garantisce, a chi è capace di sostenere il giro, lauti profitti. Il tutto fino a quando non cessano i nuovi arrivi ed allora il castello costruito non può che collassare su se stesso.

E, alla fine, quando l’Autore per così dire rinsavisce e riesce a vedere tutta la questione nella vera dimensione, si apre un altro interrogativo affascinante: perché Jeff ha imboccato una strada tanto accidentata? Aveva un ottimo stipendio che non avrebbe potuto che crescere nel futuro, buone amicizie e colleghi dai quali veniva considerato brillante e dotato: perché dire addio a tutto questo per finire in galera? La sua donna, forse, la causa primaria? Lei che, dopo aver avuto intestati vari beni in Albania, sua patria, lo abbandona quando le cose cominciano a mettersi male? E ancora perché, messesi male le cose, Jeff non è scomparso in Albania, come facile a farsi? Esistono abissi insondabili nell’animo umano o ciascuno diviene prigioniero senza scampo del pesante circolo chiuso instauratosi nei suoi pensieri?

Chiudiamo con un’acuta riflessione di Kureishi:

 

lo scrittore non è forse una specie di truffatore o incantatore, che racconta storie per salvarsi la vita come Sheherazade, attirando gli altri in una ragnatela di bugie, convincendoli a voltare pagina e a credere a una fantasia senza senso?”

 

Una volta di più l’affermazione della funzione catartica, liberatoria, e rifondante, della scrittura!

  

Luigi Alviggi

 

HANIF KUREISHI : Un furto

traduzione di Ivan Cotroneo

Bompiani, 2015 – pp. 90 - € 9,00

 



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Ultimo aggiornamento Domenica 20 Dicembre 2015 21:19
 

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