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Mitsuyo Kakuta - La cicala dell'ottavo giorno. A cura di Luigi Alviggi

Mercoledì 10 Dicembre 2014 08:31 redazione nonsoloparole
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LA   CICALA   DELL’OTTAVO   GIORNO

di   Mitsuyo   Kakuta

Cicala 

Donne protagoniste assolute in questo bel libro della giapponese Kakuta che in patria ha venduto oltre il milione di copie – successo devo dire meritato - e, tradotto in diverse lingue, ne sono stati tratti in patria un film ed una serie tv. Imponente come mole, è scritto in uno stile piano, in larga parte in forma di diario, che si lascia leggere con facilità. Gli uomini sono pochi, figure marginali anche se motori con il loro agire - come fin troppo spesso accade – delle vicende narrate.

Kiwako è una giovane e bella laureata di Tokyo che, a inizio anni ’80, si impiega come addetta alle Pubbliche Relazioni in una industria di abbigliamento. Nel compilare i profili dei nuovi impiegati per il bollettino aziendale, compie un errore madornale: scambia la foto di uno di essi, Takehiro, con un altro. Quando va a scusarsi questi, per perdonarla, le chiede un invito a cena.

Da qui cominciano i guai per la giovane che presto ne diviene l’amante e rimane incinta di lui, uomo sposato. Abortendo, qualcosa non va per il giusto verso lasciandola sterile per sempre. La moglie, Etsuko, non tarderà a scoprire la tresca e inizia a perseguitarla con telefonate astiose ed offensive. Kiwako, figlia unica senza affetti familiari ma con una discreta fortuna lasciatele dal padre, deve affrontare tempi difficili per la relazione tormentata e per non avere la forza di troncarla. Non è tanto l’amore ad essere l’ostacolo quanto la paura della totale solitudine e quel sentirsi completamente vuota di futuro per l’impossibilità di procreare che la gelida moglie le rinfaccia spesso al telefono. Poi anche Etsuko rimane incinta e la situazione, se da un lato migliora, dall’altro convince la giovane che questo rende sempre più remota l’eventualità di un legame diverso con l’amante. Quando l’altra partorisce, la

 

minorazione nei suoi confronti raggiunge il massimo, vaga senza meta, preda di malesseri e incubi densi di fantasmi. E il tempo non fa che peggiorare il contesto.

Licenziata, conoscendo l’abitazione della coppia e studiandone le abitudini, accerta che la mattina la bimba rimane sola per un breve intervallo quando la madre accompagna il marito al treno per il lavoro. Passati alcuni mesi, diventa imperativo il vederla, deve soddisfare almeno in parte il desiderio di maternità frustrato, è come se quel piccolo essere fosse in parte suo, come se il legame con il padre avesse stabilito con lei una parentela, un qualcosa che non gliela rende estranea. Deve e vuole vederla a tutti i costi e, quasi in trance, è forzata ad andare alla casa ed attendere il momento propizio per la visita programmata.

Al trovarsi sola dinanzi la culla prende la bimba piagnucolante in braccio e questa si calma. È l’immagine della beatitudine che fa tutto scordare, si sente un’altra donna, sente l’appagamento crescere quasi abbracciasse sua figlia, quasi avesse realizzato il sogno per sempre vanificato, quasi che quell’esserino fosse frutto delle sue viscere. L’unione non può avere fine, non le importa più di nulla, tutto il mondo è racchiuso tra le sue braccia, si apre una prospettiva altrimenti irraggiungibile, un soddisfacimento vicario che rappresenta comunque una nuova vita che può schiudersi, in barba al deludente amante e alla perfida moglie che tanto male le ha fatto. È sua e nessuno potrà togliergliela, la piccola diviene parte inscindibile da sé e quello che doveva essere un incontro di momenti si trasforma in una continuità alla quale in nessun altro modo potrebbe accedere.

 

“Afferra il pomello della porta e lo gira senza far rumore. E gelido come un pezzo di ghiaccio. Quella sensazione di freddo sembra suggerirle che ormai è troppo tardi per tor­nare indietro. (....)

Non intendo far nulla di particolare, voglio solo guar­dare, voglio dare un'occhiata alla bambina, ripete a se stessa infinite volte, mentre si sfila le scarpe. E poi basta, andrò via e non mi rifarò mai più viva. (....)

Eccola, la vede, la bam­bina è li che agita braccia e gambe, si lamenta, la voce che si fa via via più squillante. Il succhiotto le è caduto accanto al cuscino, l'estremità tondeggiante che luccica madida di saliva.

Kiwako percepisce come uno stridio metallico all'in­terno del capo. Sembra crescere di pari passo con il pianto della bambina. E, quando i due suoni finiscono col sovrapporsi, ha quasi l'impressione che la voce della piccola pro­venga da dentro di sé. (....)

Quel corpicino è così tenero, così caldo, è talmente delicato che potresti distruggerlo in un niente, ma possiede un'elasticità tale da farlo sembrare invulnerabile. Così fra­gile, eppure così forte. Le piccole mani della bambina col­piscono ripetutamente le guance di Kiwako. Sono umidicce, morbide e calde. Non posso andarmene via e lasciarla qui, pensa Kiwako. Io non l'abbandonerei mai, nemmeno per un solo minuto. Le vorrei un bene dell'anima e la pro­teggerei in eterno... Ti proteggerò per sempre, piccolina, dal dolore, dalla tristezza, dalla solitudine e da ogni preoc­cupazione, e anche dalle cose brutte e crudeli della vita. Ti proteggerò... Kiwako non riesce a pensare ad altro, la sua mente è come bloccata su quell'unico pensiero, che si ripete a mo' di una formula magica: ti proteggerò, ti proteggerò per sempre, in eterno!

La bambina continua a sorriderle dolcemente, stretta al caldo tra le sue braccia, senza mai distogliere lo sguardo. Come a volerla prendere in giro, confortare, riconoscere e perdonare.” 

 

La decisione è istantanea. Fugge con la bimba in seno avvolta nella coperta e, scappando, inciampa nella stufa elettrica che cade a terra.

La storia di Kiwako emerge a pezzi nel romanzo. Tutta la prima parte del libro è dedicata a questa fuga a due, scappando da tutto e da tutti. Sarà una lunga odissea, toccando molti posti ma con la fortuna di trovare sempre qualcuna ben disposta. Dopo essersi rifugiata per poco da un’amica di università, mentendo sulla realtà, la lascia per altre mete, attenta a mantenersi nell’ombra. A sostenerla è l’affetto infinito che riversa sulla bimba -  battezzata Kaoru -, maggiore di quello di una madre, sarà sempre dolcissima con lei, il sommo bene insperato che è giunto a illuminare i suoi giorni, mentre tutta la nazione si interessa al rapimento e, dopo passi in direzioni sbagliate, si individua in lei la responsabile della sottrazione.

La Kakuta (Yokohama, 1967), laureata e specializzata in letteratura, ha vinto i più importanti premi letterari giapponesi. Nel libro, del 2007, si rivela attenta alla psicologia della gente comune e, insieme, a tener dietro alla realtà: i personaggi pretendono spazio e l’Autrice è abile ad evitare battute d’arresto e a stimolare suspense, con il risultato che l’opera, non un thriller né un noir, si legge avidamente. Ancora, spesso la sua prosa diviene poetica, mossa dall’aura sottile dei ricordi – di Kiwako, di Eri - che arrivano ad apparire personali da quanto sono partecipati. Di recente è stata ospite dell’Istituto di Cultura Giapponese di Roma appunto per l’uscita di questo libro in Italia. La sua trama – confessa – è stata ispirata non da fatti di cronaca, che pure sono numerosi nel settore, ma soltanto dall’immaginazione. A fine libro c’è un glossario esplicativo dei termini giapponesi intraducibili. Una curiosità, in Giappone il cognome precede sempre il nome della persona, quindi la nostra Autrice è Kakuta Mitsuyo. Una diceria del paese pretende che le cicale passino sette anni nella terra e, una volta affiorate, vivano solo sette giorni:

 

“Ora che sono diventata adulta, credo che in fondo non sarebbe una grande tragedia se tutte le ci­cale morissero dopo una settimana di vita, per il semplice motivo che avverrebbe la stessa cosa per tutte, non ci sa­rebbero differenze. Insomma, a nessuna di loro verrebbe da chiedersi perché deve morire così presto, no? Ma come la mettiamo se una sola cicala sopravvivesse oltre quel fatidico settimo giorno? Che cosa succederebbe se tutte le altre mo­rissero e solo lei restasse in vita? (....) Quella cicala dell'ottavo giorno avrebbe la possibilità di vedere cose che tutte le altre non hanno potuto vedere. Certo, forse alcune di quelle cose avrebbe preferito non vederle mai, ma altre, non così orribili, potranno darle almeno un po' di gioia...”

 

È la filosofia ispiratrice del romanzo. Non importano difficoltà e sacrifici affrontati, per Kiwako il rapimento è stato l’unico mezzo per conoscere gioie che le sarebbero state sempre negate, le è stata donata una seconda vita insperata che ha assicurato qualche anno indimenticabile, sole – lei e Kaoru – contro il resto del mondo. E il canto fragoroso delle cicale, ripetuto nel libro, sarà il mantra di scansione dei burrascosi avvenimenti.

Sempre in cerca di sicurezza, Kiwako approda alla “Casa degli Angeli” insieme con Kumi, altra candidata, che sarà la sua migliore amica in quel luogo. Si tratta di una Comune di sole donne ora sterili e bambine, a metà tra setta maniacale e convento paranoico, in isolamento quasi totale dall’esterno e, sempre mentendo e spacciando la piccola per figlia, chiede di entrare a farne parte. Lo slogan della Casa è: “solo rinunciando ai nostri averi possiamo essere davvero liberi”, che la dice lunga sugli obiettivi. Ma la donna, pur di ravvivare la speranza di restare unite per sempre, è pronta a rinunciare ai milioni ereditati. Dopo trafile e colloqui è ammessa, come Kumi, a divenirne membro permanente. Può rilassarsi, per oltre due anni godrà la quiete gioendo della crescita di Kaoru e della felicità vissuta tra le alte mura. All’interno persone più o meno strambe ma dalle braccia aperte verso lei e la bimba. Poi, genitori vengono a protestare fuori al cancello chiedendo la restituzione della figlia, secondo loro plagiata e trattenuta illegalmente. I clamori protratti richiamano l’attenzione della stampa e dei media sul singolare Istituto. Kiwako comprende che la pace è finita e deve scappare di nuovo. Lo fa di soppiatto. Kumi, non si sa come, capisce e riesce a passarle l’indirizzo dei suoi, esortandola a tenersi la piccola.

E lì va, ad incontrarsi con la madre, Masae, gestore di un ristorantino, che è troppo sorpresa dalla visita e si limita solo ad ammirare la piccola. L’aiuterà in seguito, tirandola fuori dal lavoro di pulizie in un love hotel, pessimo ambiente ma primo asilo trovato. Si apre un’altra oasi di pace, Masae è affettuosa ed arriva a cercarle addirittura marito. Sarà una foto rubata, scattata dal pretendente alla festa del paese, a vincere un concorso ed essere pubblicata sui giornali nazionali. Kiwako fiuta il pericolo ma questa volta non fa a tempo, l’arrestano sul molo in attesa di un traghetto verso la libertà, separandola dalla bimba. L’assoluta felicità è durata meno di quattro anni, lei sconterà una pena di otto anni per il rapimento e l’incendio non voluto dell’abitazione.

 

Passa il tempo ed Erina cresce, ora è universitaria e lavora di sera in un bar. Non lo sa, ma il destino le sta facendo ricalcare molti dei passi della effimera madre putativa. In primis Kishida, l’amante, sposato con un figlio di due anni, bugiardo professionista, che vuol liquidare e non riesce a trovarne la forza.

 

“Quando gli sto lontana mi sembra di essere perfettamente in grado di dimenticarmi di lui. Ma quando ni riappare davanti cambia tutto e non so più cosa fare.”

 

I 18 rintocchi degli anni la colpiscono tutti insieme una sera dopo il lavoro attraverso Malon, compagna di giochi nella Casa, oggi Chigusa, svanita dalla memoria. Attraverso le sue parole si presentano immagini, ambienti, pezzi di ricordi, frammenti di un’altra vita che affiorano dal dentro. L’amica di allora è lì per scrivere la storia di Eri. Più grande di otto anni non ha dimenticato, anzi, con il tempo crescono i perché irrisolti. Non che Eri ignori la vicenda ma ha scelto di non pensarci. Attraverso i dialoghi, inizia a riappropriarsi del passato e quindi di se stessa, e arriva a confessare che il vero rapimento è stato il giorno in cui l’hanno ricondotta dai genitori, non prima. Fa luce sui primi giorni con loro, la sorellina Marina, gli strani comportamenti familiari. Tenterà inutilmente di fuggire, dopo poco, alla ricerca della felicità perduta. Rispetto ai bei giorni passati, stridente la vita di oggi con i suoi, affettuosi ma lontani, lui alcolizzato lei assente, caotici, mai  d’accordo, con la madre a far pesare su di lei i riflessi negativi di quanto accaduto. E Eri continua a cumulare sulla rapitrice tutto ciò che non va nella vita di oggi e nei rapporti con la famiglia.

Sarà un’altra odissea, di tipo diverso ma non meno lacerante, nella ricostruzione di un sé troppo frammentato dagli eventi e troppo vessato da affetti discordi. La nuova Eri sarà allora capace di tracciarsi la strada, incinta di Kishida non glielo confesserà e, fortificata dal nuovo amore che cresce dentro, saluterà per l’ultima volta, ringraziando per quanto le ha dato, l’uomo frastornato dal desiderio ma non toccato dall’amore. Informerà la famiglia solo per chiedere un prestito quando avrà già tutto deciso, si rinforzerà nel legame divenuto più che fraterno con Chigusa, e riaccoglierà in sé la bimba quattrenne cacciata via da tanto, ricostruendo dalle fondamenta la SUA casa con la verità che si è sempre negata:

 

“Non volevo che finisse, la vita impossibile che condu­cevo insieme a quella donna. La desideravo così tanto che non avevo esitato, in un giorno d'inverno, ad andare via di casa nella speranza di ritrovarla. Solo che non riuscivo ad ammetterlo. Col passare degli anni, crescendo, mi ero con­vinta che non dovevo nemmeno lontanamente desiderare di tornare da lei, quella donna malvagia che mi aveva por­tata via, la strega più cattiva del mondo. Persuadendomi che fosse tutta colpa sua se non ero stata capace di ambien­tarmi a casa mia e se i miei genitori non mi avevano con­cesso l'affetto necessario, ero riuscita a rendermi la vita un po' più facile. Odiandola, avevo trovato un briciolo di pace. E odiavo i miei genitori perché avevano lasciato che interfe­risse nella nostra famiglia. L'odio era il mio rifugio, la mia unica e sola fonte di conforto.

Ma adesso non volevo più odiare. Me ne ero appena resa conto, per la prima volta. Non volevo più odiare nes­suno. Né quella donna, né mio padre e mia madre, né tanto meno il mio passato. Certo, ero riuscita a rendermi la vita più semplice, almeno in apparenza, ma avevo finito col rin­chiudermi in uno spazio angusto con le mie stesse mani. E quanto più profondo era il mio odio, tanto più opprimente e asfissiante diventava il luogo in cui mi ero segregata.”

 

È un’altra donna, anche se il destino, balzano ed insaziabile, non le risparmierà un ulteriore scherzo.

 

“Kiwako scuote adagio il capo, come a volersi liberare di quelle immagini che le riempiono la mente, poi emette un sospiro. I suoi ricordi diventano ogni giorno più nitidi, ma non per questo più vicini. Anzi, ha la netta sensazione che l'intensificarsi di tale nitidezza contribuisca a rendere quei ricordi più lontani. E quanto più lontani essi si rendono, tanto più intensi diventano i loro colori. La memoria degli esseri umani è davvero crudele.”

 

Luigi Alviggi

 

Mitsuyo  KAKUTA: La cicala dell’ottavo giorno

traduzione di Gianluca COCI

NERI POZZA, 2014 – pp. 400 - € 18,00

 

 



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