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18 dicembre 1737
Il segreto di Stradivari
Antonio Stradivari nacque a Cremona nel 1644. A tredici anni Antonio chiese di entrare come apprendista nel laboratorio di un noto liutaio. Amati. In capo a qualche anno l'allievo aveva superato il maestro.
I violini fabbricati da Stradivari devono la loro qualità eccezionale alla forma e alla scelta del legno, abete e acero. Stradivari li ricopriva d'una vernice di cui egli stesso aveva messo a punto la composizione, oggi perduta: nessuno è mai riuscito a scoprire il segreto del liutaio di Cremona. I suoi violini erano richiestissimi e il giovane liutaio riceveva ordinazioni sempre più numerose. Presto messosi in proprio, egli lavorava da mattina a sera, curvo sul banco. Quando mori all'età di novantatré anni, il 18 dicembre 1737, Stradivari aveva fabbricato più di 1000 violini che portano la sua firma e sono chiamati col suo nome. Di questi strumenti, adatti ad essere adoperati nei corsi superiori, ne sono rimaste poche centinaia, disperse nei musei e nelle collezioni private. Molti liutai hanno cercato di imitare Stradivari, ma nessuno vi è riuscito.
I più grandi violinisti hanno posseduto degli stradivari. A Cremona, ogni anno, il miglior violinista della città riceve un premio originale: il diritto di suonare uno stradivario.
È Successo quel giorno:
1971: Svalutazione del dollaro.
RICORDIAMOLI
NICOLO PAGANINI
Nicolò Paganini violinista nacque a Genova nel 1782, morì a Nizza nel 1840. Allievo di Servetto e Gnecco a Genova, completò gli studi a Parma nel 1795-96; qualche anno dopo compì il suo primo giro di concerti. Primo violino nell'orchestra di Lucca, con una interruzione di tre anni dal 1801 al 1804, prestò servizio alla corte di Elisa Baciocchi dal 1805 al 1808, quando decise di dedicarsi al concertismo, dapprima in Italia, poi dal 1828 in numerose città europee. Rallentò la sua frenetica attività nel 1834 per concluderla, in condizioni di salute sempre più precarie, a Torino nel 1837. Si calcola che abbia dato circa seicento concerti, di cui quattrocento all'estero. Il mito che suscitò la figura di Paganini non si fonda solo sulle qualità del suo virtuosismo, senza paragoni a quell'epoca, e sul fascino del suono, ma ancor più sulla personalità dall'estro originalissimo . Stretto era nella sua attività il legame tra le qualità dell'interprete e quelle dell'autore: le sbalorditive novità di scrittura, che allargarono in modo decisivo il campo delle possibilità del violino, erano infatti concepite in funzione della stregonesca suggestione che egli sapeva trarne suonando. Il miglior estro inventivo di Paganini va cercato nei ventiquattro Capricci terminati prima del 1817, per violino solo, in cui la coincidenza tra invenzione virtuosistica e pensiero musicale è perfetta, e nei concerti per violino e orchestra, se ne conoscono oggi sei, composti tra il 1804 e il 1830, dove accanto al virtuosismo trascendentale del solista, che ne è protagonista assoluto, si rileva anche il gusto per una suadente cantabilità, legata alla vocalità operistica italiana del tempo e trasferita in un nuovo contesto. Paganini compose anche molta musica da camera, spesso con chitarra, strumento a lui molto caro, variazioni, tra cui Le streghe, 1813; I palpiti, 1819 e altre pagine per violino, tra cui il Moto perpetuo, del 1830.
Bibliografia
M. Codignola, Arte e magia di Nicolò Paganini, Milano, 1960; P. Berri, Paganini: documenti e testimonianze, Genova, 1962; E. Neill, Paganini Il cavaliere filarmonico, Genova, 1990.
ARMANDO ROSITANI
speranza dei giovani o comunque nuovi autori
ARMANDO ROSITANI rivive nella sua «RADAR/SEI»
Ebbi il primo contatto con Armando Rositani appena chiuso la stagione teatrale del 1971/72, tramite unallieva della mia Scuola di Recitazione «I Corinti», che un commediografo romano fece venire da Bari. Carla era una bravissima allieva e al debutto riscosse anche un suo personale plauso, interpretava un personaggio difficile, una tossicodipendente che per difendere il suo uomo finge di aver perduto la memoria. Dicevo il primo impatto lo avemmo con un articolo pubblicato su «La Voce Nuova della Regione» diretto, appunto da Armando.
Gli scrissi per ringraziarlo e lui mi disse di aver saputo tutto di me, da Carla. La nostra corrispondenza divenne fitta, almeno due tre lettere la settimana e convenimmo di avere gli stessi desideri, aspiravamo alle medesime conquiste: aiutare i giovani o comunque nuovi autori non conosciuti al grosso pubblico.
Minvitò a collaborare a Radar/sei. Ricordo che quando ebbi tra le mani la rivista mi piacque molto per la sua semplicità e ingenuità. La rivista, monotematica, una specie di dialogo che si svolgeva tra leditore Rositani e i suoi collaboratori. Leditoriale era sempre basato sullinterrogazione del discorso del poeta che sinterroga lodando la bellezza dellarte e nello stesso tempo dolendosi che essa camminava per una via sconosciuta, come perduta in mezzo alla zavorra che editori senza scrupoli (che facevano pagare gli autori anche con cambiali), e le sue aspettative, che rimanevano sempre e solo speranze, perché gli autori preferivano di pubblicare firmando cambiali e non (era una cosa rara trovare una bella poesia, ma capitava) su Radar/sei.
Ripensando a quegli anni, rivedo me che salgo sopra un treno e scendo da quello per prenderne subito un altro, giravo la Penisola per la conferenza «Il Racket dellArte e il valore umano della Poesia». Commentavamo sia la rivista sia la conferenza col mezzo epistolare, penso che dopo la mia dipartita e verranno fuori tutte le nostre lettere, qualcuno penserà che fossimo innamorati. Forse lo siamo stati, ma eravamo innamorati della stessa «donna» Nostra Signora Poesia.
Per conoscerlo di persona il 16 novembre 1976, erano ormai quattro anni che la nostra amicizia camminava sulla carta portata da postini, lo invitai alla presentazione di quattro poeti che a me piacciono tanto e improvvisandomi editore avevo pubblicato le loro poesie; pregai Armando di presentare almeno un poeta.
Cè chi resta intimidito e, in alcuni casi, addirittura terrorizzato nel trovarsi dinanzi ad una persona che vede per la prima volta anche se cè un discorso avviato. Si può essere preso dalla cosiddetta «botta di panico», ma per noi fu come se ci fossimo lasciati unora prima.
Armando Rositani aveva l'attitudine del giornalista e quella di trovarsi a suo agio quando era alle prese con la pagina bianca e i Titoli che dicessero tutto. Anzi, egli, a tu per tu con la pagina bianca, riceveva una sorta di scarica di adrenalina che tendeva ad accentuare le sue qualità spingendolo a dare il massimo di sé. Psicologicamente l'essere a tu per tu con il materiale da inserire era il momento più atteso del lavoro di preparazione. Il giornalista lavora in attesa di quel momento: il quale diventa anche una specie di sfida, di atto liberatorio, come gli ultimi cento metri d'una massacrante maratona.
Ma quella dote iniziale lo portava a risultati diversi a seconda di come avrebbe voluto utilizzare o condizionata, o arricchita dalla sua sicura esperienza.
Nel momento in cui vedeva la bozza della pagina cui aveva dato tutto, sentiva che l'essere umano e la pagina stampata non erano più due entità separate ma formavano un tutto unico, una sola «anima», capace di ricevere e di rilanciare la comunicazione.
Si capisce anche che questo fenomeno era da interpretare. Importante era precisare che non bisognava lasciarsi abbattere se ci scappava un refuso, non era un orrore ma che occorreva saperla «possedere» e dominare, affinché non accadesse la prossima volta.
Radar/sei,come ben sappiamo, nasceva da una doppia esigenza uno era dare spazio ai giovani o comunque nuovi autori, laltra di un ritorno alla nostra migliore tradizione classica, in opposizione ai torbidi fermenti dellintimismo e alle ricerche sperimentali di alcuni movimenti d'avanguardia, come il «Gruppo del 63» o lavanzante «poesia visiva» In particolare «Radar/Sei» per Rositani era la rivista che sarebbe stata promotrice della cosiddetta «prosa d'arte», raffìnatissima, stilisticamente esemplare, frutto d'una profonda macerazione culturale e critica: il «saggio», il «capitolo», a mezzo tra la prosa liricizzata e la notazione critica, sono le forme più tipiche del suo volere. Ma al di là del comune impegno stilistico, ci fu sempre, come ho già detto, un indirizzo unico.
LA POESIA DEL GIORNO
LE TUE LACRIME NON VANNO
Le lacrime non vanno verso il fiume
il corpo non è una barca
le braccia non più alberi
la bocca non più sorgente di vita.
Iguane mangiano pensieri
salamandre cancellano parole
coccodrilli bevono lacrime.
Tu e io solo pane e sola vita,
separati dall'oceano popolato di delfini
che giocano e portano altrove un amore,
che come giovane cipresso viveva
come quercia era forte, come olivo
si rinverdiva ad ogni stagione.
Uccello migratore che va
tronco d'albero alla deriva.
Mi ribello. Voglio amore
risentire la risata argentina.
Reno Bromuro (da «Senza levatrice»)