08/07/2006 FATTI E POESIA a cura di

Reno  Bromuro

FATTI
10 luglio 2000: durante la sua visita a Milano, il presidente del Consiglio Giuliano Amato ha affrontato il problema del federalismo, dicendosi favorevole alla creazione di una Camera delle Regioni.
11 luglio 2003: caldo e afa da record in tutta Italia induce le autorità competenti a decretare lo stato di calamità naturale in diverse aree del Paese. La siccità sta danneggiando le produzioni ortofrutticole, che hanno raggiunto i livelli più bassi mai registrati dal dopoguerra ad oggi, con conseguenze molto gravi sull'economia agricola.
12 luglio 2002: la Corte dei Conti esprime un giudizio duro e negativo sul Dpef 2003-2006, definendo insufficienti i dodici miliardi indicati dal Governo. Secondo i magistrati contabili, per raggiungere gli obiettivi illustrati nel documento è necessario attuare una manovra nettamente superiore ai venti miliardi di euro.
13 luglio 2004: c’è stato il sì definitivo della Camera alla legge Frattini sul conflitto d'interessi che porta il nome dell'allora ministro della Funzione Pubblica, oggi responsabile degli Affari Esteri. Nucleo della legge è il controllo dell'Autorità Antitrust sugli atti del Premier e dei singoli ministri e sottosegretari per vagliare che i loro comportamenti governativi non vanno ad incidere sugli interessi patrimoniali. I sì sono stati 268, i no 221, 2 gli astenuti.
14 luglio 2000: si è svolta l’assemblea costituente del nuovo Partito Socialista Italiano fra i presenti Stefania e Bobo Craxi, Claudio Martelli e Gianni De Michelis. In un’intervista al TG1 della Rai, Vittorio Emanuele di Savoia dice di essere pronto a giurare fedeltà alla Repubblica Italiana.
15 luglio 1998: a conclusione del processo per l’uccisione dell’eurodeputato Salvo Lima, l’intera cupola di Cosa Nostra, diciotto imputati, è condannata all’ergastolo. Nelle file della criminalità organizzata figurano Totò Riina, Pippo Calò, Salvatore Buscemi, Francesco Madonia, Pietro Aglieri.
16 luglio 1999: il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che dispone pesanti sanzioni, fino ad un milione di lire, per chi fuma una sigaretta di contrabbando. Nello scorso anno la Guardia di Finanza aveva sequestrato 1692 tonnellate di tabacchi provenienti dal mercato clandestino.
Auguri a tutti coloro che portano il nome di Carmela e simili, Carmine e simili, lunga vita e salute.
PARLIAMONE
LA CULTURA INVECCHIA
Il Premio Viareggio è stato fondato nel 1929 da Leonida Repaci, Alberto Colantuoni e Carlo Salsa.
Leonida Rèpaci, autore della Storia dei fratelli Rupe, scriverà in seguito i motivi per cui si era deciso di fondare il nuovo premio letterario:
Alla festa d’inaugurazione parteciparono Luigi Pirandelloe Massimo Bontempelli e la prima edizione fu vinta a pari merito da Lorenzo Viani con Ritorno alla patria pubblicato dalla Alpes, la casa editrice di Benito Mussolini e da Anselmo Balducci con Il pittore volante, dalla casa editrice Ceschina. Questo non fu sufficiente per il regime che due anni dopo nel 1931 sostituì Repaci (fondatore del premio) con Lando Ferretti e nel 1934 fu nominato addirittura Galeazzo Ciano alla presidenza e supervisione del premio.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale il premio fu interrotto per rinascere, per volontà di Rèpaci che lo tenne in vita con forte volontà fino alla morte avvenuta nel 1985.
Repaci, lo incontrai nel 1984 all’Università Cattolica Ospedale Gemelli dove eravamo ricoverati in due stanze attigue, lui che sorvegliava la moglie ammalata, io per il primo infarto al miocardio. Si parlò molto di letteratura, anche se lui era schivo e annoiato, forse preoccupato, ma rispondeva alle mie domande insidiose (erano undici anni che combattevo il “Racket dell’Arte” e sondavo per scovare “il marcio”); quando gli domandai se si ricordava del mio nome avendo avuto una segnalazione al libretto di poesie «Note e Motivi» nel 1955 divenne sgarbato e inurbano ed io gli risposi con educazione, ma fermo e deciso a non essere sopraffatto: “La perdono perché oramai lei è giunto al traguardo e molte cose non le ricorda più, poi c’è la malattia di sua moglie…
Ci lasciammo in malo modo e per gli altri sessanta giorni che rimanemmo vicini di stanza, non rispose più nemmeno al mio saluto.
Poi ho approfondito la storia del Viareggio ed ho capito tante cose, povero Repaci sentirsi togliere un figlio da un regime incomprensibile e parzialista lo aveva sconvolto per anni, da qui il suo comportamento scontroso e irascibile.
Ma ritorniamo alla storia del Premio e scusatemi per la dissertazione autobiografica che può anche non interessare.
Dall'inizio tutte le premiazioni del Viareggio sono state costellate da polemiche vivaci perché Repaci interveniva in modo pesante nelle decisioni prese dalla giuria che lui stesso nominava.
Nel 1946, ad esempio, la giuria aveva deciso di dare il premio ad Umberto Saba, ma quando il presidente fu a conoscenza del fatto che Giacomo Debenedetti aveva dato la notizia al poeta prima della premiazione, volle riconvocare la giuria e la tenne "blindata" fino a che non si arrivò ad un giudizio di equità tra Il canzoniere di Saba e Pane duro di Silvio Micheli, entrambi pubblicati da Einaudi. Nel 1947, tutti erano convinti che avrebbe vinto Alberto Moravia, invece si decise per i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, anche se il regolamento prevedeva che dovevano essere premiati solamente autori viventi e Gramsci era morto dieci anni prima.
Sono rimasti celebri i rifiuti, come quello di Italo Calvino che era stato proposto per il premio con la sua opera Ti con Zero e che spedì il seguente telegramma:
"Ritenendo definitivamente conclusa epoca premi letterari rinuncio al premio perché non mi sento di continuare ad avallare con il mio consenso istituzioni ormai svuotate di significato". Altrettanto storiche sono le critiche per l'aggiunta al premio di un numero esagerato di targhe, encomi e segnalazioni (il mio libro capitò proprio in questo periodo: 1955).
Finché Repaci è stato in vita Il Viareggio si è identificato con il suo fondatore. In seguito, a reggere il premio, sono stati Natalino Sapegno e Cesare Garboli fino alla morte di Sapegno, avvenuta il 12 aprile 2004.
Attualmente il premio è suddiviso in quattro sezioni "Opera prima", "Narrativa", "Poesia", "Saggistica". Per ciascuna sezione sono designati un numero variabile di finalisti, tra i quali vengono scelti cinque titoli e infine tra questi è proclamato il vincitore. Inoltre è assegnato dalla giuria il "Premio Internazionale Viareggio-Versilia" ad una personalità di grande fama che abbia speso la vita in favore dell'intesa tra i popoli, il progresso sociale e la pace.
Ma tutte queste iniziative e la buona volontà del Comune di Viareggio proprietario del Premio, ceduto per una lira da Repaci, la giuria è sempre più vecchia. Lo scorso anno l’età media della giuria,presieduta da Giuliano Amato, era di oltre 60 anni. Come da statuto, il 31 gennaio dello scorso anno, è decaduta la vecchia giuria del Premio Viareggio Repaci.
Intanto si è dimessa la giuria storica del premio cui facevano parte Eugenio Scalfari e Carlo Cecchi ed anche la storica segretaria del Premio, Alba Donati lascia il suo posto dopo 40 anni. Com’è la prassi, i vincitori sono sempre quelli editi dallo stesso editore, ecco i premiati del 2005: Narrativa, Raffaele La Capria L’estro quotidiano (Mondadori); Poesia, Milo De Angelis, Tema dell'addio (Mondadori); Saggistica, Alberto Arbasino, Marescialle e libertini (Adelphi).
E pensare che alla fondazione del premio le intenzioni erano buone. Leggete questa dichiarazione del fondatore: "Volevamo, noi che lo fondammo, creare un premio che avesse un respiro più ampio del Bagutta, nato qualche mese prima nell'osteria del Pepori a Milano, e circoscritto ad una vita di cenacolo. Volevamo (...) farlo circolare assai più del Bagutta nella società letteraria italiana, e costituire intorno ad esso, con la prudenza richiesta dalla situazione, una possibilità di incontro e riconoscimento di tutte quelle forze, di quelle testimonianze, che meno avessero subito la pressione ideologica della dittatura (...). Bastava che tra i fondatori fosse il sottoscritto (il ricordo del carcere sofferto a Palmi era ancora vivo intorno a me, e altrettanto vivo il ricordo della mia attività giornalistica sulla Stampa antifascista fino all'agosto 1925) perché il premio apparisse anticonformista e convogliasse verso di esso le simpatie di coloro che la dittatura stava isolando prima di paralizzarli e, in seguito, asservirli".
LA POESIA DELLA SETTIMANA
LA CHIMERA
di Dino Campana
Sono a contatto con i giovani, molto più spesso che non con i miei coetanei e mi trovo ad essere sempre più scontento, perché tra quelli appena maturati, e tra i maturandi, esiste una totale ignoranza di uno dei più significativi Poeti del secolo: Dino Campana.
Qualche anno fa non mi meravigliavo, visto che anche Sapegno ne fa solo un cenno, dopo una decina di righe di biografia, senza parlare della sua opera e se lo fa lo paragona a Rimbaud.
Solo dal 1968 si è cominciato a parlare di questa nuova figura di Poeta, chiamato in causa dal Falqui in «Novecento Letterario» in un saggio dal titolo «Campaniana», inziando così una ricerca, da parte dei critici, durata fino a tutto il 1970. Non vi parlerò del suo travagliato amore per Sibilla Aleramo, che lascio al saggista.
Dicevo che i giovani non conoscono bene e, alcuni affatto, il Poeta Dino Campana, forse perché i critici ne hanno parlato poco, perché si sono sentiti infastiditi dall'impiego indiscriminato che Dino ha fatto di certa terminologia “all’acqua di rosa”, a volte anche sgrammaticata, e quindi non riuscono ad avere il coraggio per definire la sua poesia, perché salta agli occhi e penetra nel cuore la linfa sanguigna che da quei versi zampilla. La poesia è scarna, scabra, secca, bruciata, pietrosa, come molti la definiscono, a volte languida e delirante come il bambino che non avverte più l’odore della presenza della mamma. C’è una richiesta a bocca spalancata, una voce tonante come la tromba di Gerico, che grida a squarciagola, affetto, amore, compagnia.
La Chimera

Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

E certo uno spoglio rapidissimo, col passare del tempo, ci rivela il ritorno di certi termini o addirittura di certe espressioni, di certe immagini, che sembrano impresse sulla tela, come se “la nostra anima fosse non più spirito”, ma materia solida e indistruttibile, perché i versi rimangono impressi, con caratteri di fuoco, scritti con un laser.
Leggendo la sua opera ci accorgiamo che le parole diventano più asciutte, il Poeta ci parla e il suo dire diviene disegno essenziale, perfino avaro; si avverte che ci troviamo dinanzi all'urto tragico di un uomo intero, che mendica amore, ma questo non arriva e a lui non rimane, per il momento, che chiamarlo Chimera. E qui è tutta la tragica tensione di un Uomo che va in giro a mendicare un sentimento che dovrebbe essere di tutti.
E lui vuole amore e lo chiama oltre ogni razionalità e il sentimento diventa un giudizio critico che non arriva e, per questo prega che salga dal fiume, nel silenzio della sera e sbandieri il suo problema, mentre riaccende la speranza.
E Dino Campana, l'elegiaco, il descrittore, e l'interprete delle proprie sensazioni e della propria pena, ora diventa lo storico del suo dolore. Il suo è un lavoro attento e tormentato, insistendo forse anche troppo sul fatto, che spesso l'equilibrio poetico si regga soltanto sulla perizia del verseggiatore, che abitualmente attenua le discordanze e nasconde le lacune dei passaggi più rischiosi, raggiungendo: l'abilità del poeta mai compiaciuta e amata come Narciso la sua immagine.