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FATTI
30 gennaio 2002: è ucciso a Cogne, in Valle D'Aosta, un bambino di tre anni, Samuele Lorenzi, è trovato dalla madre Anna Maria Franzoni nel letto matrimoniale. Qui la donna lo aveva lasciato pochi minuti da solo: una mano adulta ha infierito con diciassette colpi sul capo del bambino.
31 gennaio 1854: muore a Torino, Silvio Pellico. Era nato a Saluzzo (CN) il 24 giugno 1789, aveva acquistato notorietà letteraria con il dramma Francesca da Rimini, rappresentato a Milano nel 1815. Collaboratore del «Conciliatore» nel 1818-1819, introdotto nella Carboneria dall'amico Pietro Maroncelli, era stato arrestato il 13 ottobre 1820. La sua lunga prigionia nel carcere austriaco dello Spielberg era stata narrata nel fortunato libro Le mie prigioni scritto nel 1832. Graziato e rientrato a Torino dopo il 1830, era vissuto come bibliotecario dei marchesi di Barolo e aveva ripreso l'attività letteraria componendo tragedie, cantiche d'argomento medievale, liriche religiose e, nel 1834, il trattato «I doveri degli uomini», che vi consiglierei di leggere.
01 febbraio 1817:a Venezia si segnalano casi di tifo e, nei mesi successivi, in altre parti d'Italia.
02 febbraio 1831: è eletto Papa, il cardinale Mauro Cappellari, nato a Belluno il 18 settembre 1765, benedettino camaldolese, cardinale dal 13 marzo 1826, diviene Papa dopo sessantaquattro giorni di sede vacante e cinquanta giorni di conclave; assume il nome di Gregorio XVI. La decisione è presa dopo che emissari del duca di Modena avevano avvertito il cardinale Giuseppe Albani dell' imminente scoppio di un moto rivoluzionario nell'Italia centrale.
03 febbraio 1823: Venezia festeggia il grande successo dell'opera Semiramide di Gioacchino Rossini, alla sua prima rappresentazione al Teatro La Fenice.
03 febbraio 1831: Francesco IV tenta di prevenire la rivoluzione a Modena. Reparti delle truppe ducali si appostano nei punti strategici della città. La polizia arresta alcuni sospetti di cospirazione e obbliga alcuni ex ufficiali dell'esercito napoleonico a lasciare il ducato. Ciro Menotti decide di accelerare i tempi dell'azione rivoluzionaria e convoca nella sua casa i capi della congiura per ordinarne l'inizio nella notte. In serata i soldati del duca attaccano l'abitazione di Menotti: i congiurati oppongono resistenza sparando sui soldati, ma sono sopraffatti; Menotti è ferito e catturato mentre tenta di calarsi da una finestra laterale; quarantuno suoi compagni sono arrestati e condotti nella fortezza. Francesco IV istituisce una commissione militare per giudicare immediatamente i cospiratori. Scontri fra cospiratori e polizia si accendono nella notte in diversi paesi nei dintorni di Modena.
04 febbraio 1831: a Bologna al diffondersi delle notizie di Modena si formano assembramenti armati. Il delegato pontificio affida il governo ad una commissione di nobili e notabili della città e lascia precipitosamente Bologna. La popolazione festeggia la partenza e si adorna della coccarda tricolore.
05 febbraio 1831: le insegne papali sono abbattute a Bologna ed è innalzata la bandiera tricolore bianca, rossa e verde, che viene dichiarata bandiera nazionale. E’ costituito un governo provvisorio presieduto da Giovanni Vicini, già magistrato della Repubblica Cispadana e di quella Cisalpina. I comandanti delle truppe pontificie lasciano la città, mentre ufficiali e soldati si dichiarano per la rivoluzione e prendono la coccarda tricolore. A Modena Francesco IV, informato della rivoluzione bolognese, lascia la città, portandosi al seguito Ciro Menotti prigioniero. In città rimangono poche truppe ducali e un consiglio di reggenza, che diffonde la voce dell'imminente arrivo dei soldati austriaci. Alle notizie di Bologna, le città di Imola, Faenza e Reggio Emilia innalzano la bandiera tricolore. I comandanti lasciano le città e le truppe si mettono la coccarda tricolore. A Forlì i soldati resistono e impegnano con i manifestanti un conflitto a fuoco, durante il quale rimangono uccisi quattro soldati e un avvocato forlivese; il legato pontificio abbandona la città, dove si insedia un comitato di notabili. A Roma i carbonari, riuniti a convegno, a causa del loro scarso numero desistono momentaneamente dal tentare l'insurrezione.
PARLIAMONE
ANNA FRANK: «La fanciullezza spezzata»
Anneliese Marie Frank, nasce a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Tutti la chiamano e la ricordano come Anna. Di famiglia molto agiata ha buona educazione.
Il padre Otto, nel 1925, sposò Edith Hollander una ragazza ebrea. Dopo un anno dal matrimonio, il 16 febbraio 1926, nasce Margot e il 12 giogno 1929, come ho già detto nasce Anna. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, la famiglia Frank decide di trasferirsi dalla Germania ad Amsterdam in Olanda.
Le due ragazze crescono spensierate: Margot è timida, intelligentissima, da ottimi risultati negli studi, il suo sogno, dice, sarebbe quello di fare la maestra nei nuovi territori di Israele; Anna, è più vivace, arguta ed estroversa, ispira simpatia solo a guardarla.
Nel maggio 1940 la vita inizia a complicarsi perché i nazisti invadono l’Olanda e, per gli ebrei, iniziano i tempi duri.
Nel luglio del 1942 una lettera getta i Frank nel panico: una convocazione per Margot, deve presentarsi per un lavoro. Non c’è più tempo da perdere: l’intera famiglia si trasferisce nel “rifugio”, un appartamento sopra gli uffici della ditta, il cui ingresso è nascosto da uno scaffale girevole, che contiene alcuni schedari.
A loro si aggiungono altri rifugiati e dal 5 luglio 1942 due famiglie vivono recluse nell’alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno, c’è l’oscuramento. L’unico pezzetto di cielo può essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tengono ammucchiati i viveri, come fagioli secchi e patate.
Durante i giorni di segregazione nel piano sopra gli uffici, dove non si vede il sole, Anna scrive un diario, che diventerà una cronaca preziosissima per non dimenticare. La sua è una descrizione minuziosa della vita di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri, le manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, il costante terrore di essere scoperti. Il 1 ottobre 1942, annota «…mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene…». Il 19 novembre dello stesso anno, scrive «…cose molto tristi, moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per una terribile destinazione…».
La sua penna dipinge, come un pennello la tela, i caratteri degli altri reclusi.
Un discorso a parte meritano i rapporti di Anna con Peter, che lei il 14 agosto 1942, descrive come: «…uno scioccone che non ha ancora sedici anni, noioso e timido, dalla cui compagnia c’è poco da aspettarsi…»; poi diventerà il suo confidente. «…Peter ed io soffriamo entrambi di conflitti interiori… troppo malcerti e delicati per essere trattati rudemente…» scrive il 7 febbraio 1944, e il 2 marzo annota: «… le nostre madri non hanno la minima comprensione per noi…».
Pur continuando a rimanere affezionata al ragazzo, se ne distacca molto presto e scrive: «…Peter è buono e caro, però molte cose di lui mi deludono…molto arrendevole… geloso della sua intimità… gli manca uno scopo ben definito… Non ha religione, bestemmia, è attratto dalla vita facile… mi sono creata una sua immagine secondo i miei sogni, avevo bisogno di un essere vivente con cui sfogarmi, di un amico che mi aiutasse… non so se lui sia superficiale o solo timido…»
Anna, come tutti i ragazzi della sua età è in continuo conflitto con gli adulti. Scrive il 3 ottobre 1942: «…ieri c’è stato un terribile litigio. Mamma ha fatto una scenata e ha raccontato a papà tutti i miei peccati, poi ci siamo messe a piangere… ho detto a papà che voglio molto più bene a lui che alla mamma…»
Intanto nel mondo esterno le notizie sono sempre più tragiche, la polizia nazista, anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, corrono gravissimi pericoli, poiché la Gestapo inizia a praticare la tortura in maniera indiscriminata.
L’ultima pagina del diario di Anna, risale a venerdì 4 agosto 1944, poi più nulla. E’ una tranquilla mattina, come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fa irruzione nell’ufficio e nell’alloggio segreto, grazie ad una spiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori sono arrestati.
I Frank e i loro compagni di sventura sono trasferiti nel campo di Westerbork. Nel mese di febbraio le sorelle Frank sono colpite dal tifo. Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre alta, getta via tutti i vestiti e si tiene stretta addosso solo una coperta in compagnia di alcune bestioline che le camminavano addosso.
Malate e denutrite, le due ragazze si spengono ogni giorno di più. Margot muore per prima, quando è trovata è ormai rigida, Anna resiste altri due giorni.
Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberano il campo di prigionia.
Il diario di Anna è stato pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome «Retrocasa».
Ad Anna Frank ho dedicato questa poesia:
RICORDO DI TE
L’immobilità era il tuo acerrimo nemico
più del nazista che pure ti faceva tremare
ma, la tua età innocente non rispettava
né l’una né l’altra regola e ad ogni alba
aprivi uno spiraglio dell’abbaino per vedere
quel volo di uccelli.
E venne il giorno che rimanesti sola
dopo aver assistito al passaggio dei morti
né Dio volle che finisse il tuo martirio
nelle allucinazioni del tifo divoratore
che nuda ti volle, avvolta in una ruvida
coperta ed era inverno del quarantacinque.
Sola!
A due settimane dalla liberazione, sola
perché anche Margot se n’era andata.
Sopravvivesti due giorni a tua sorella
senza mai più veder quel volo di rondini
che amavi più della libertà e lo volevi.
Roma, venerdì 27 gennaio 2006 - 09.28
«Nel giorno della Memoria»
LA POESIA DELLA SETTIMANA
STELI DI PIETRA
di Rosalba Sgroia
Rosalba Sgroia è nata a Frosinone e risiede a Roma. Ha conseguito la laurea in Psicologia e insegna nelle scuole elementari. Ha recitato, durante il periodo universitario, in una compagnia teatrale frusinate. Si dedica alla lettura, all’ascolto di musica antica e classica, alla danza e a tutto ciò che le offre la possibilità di esprimersi. Nel giugno 2001 ha vinto il 3° Premio nel Concorso Internazionale promosso dall’Associazione culturale «Le Driadi» di Roma; recentemente ha vinto il primo premio al concorso «Giordano Bruno». E’ presente in alcuni siti internet, le sue poesie e i suoi articoli sono periodicamente pubblicati sulla rivista culturale «Il Saggio» e le sue recensioni di libri sul periodico «L’Ateo». Figura nel libro «Dove va la poesia» e ne «Il Dolce Web» entrambi per i tipi della Carello Edizioni. Nel febbraio 2002 ha ricevuto il Premio Speciale dell’Assessorato alla Cultura Città di Eboli per il Concorso Internazionale di Poesia «Il Saggio» con l’alto patrocinio del Presidente della Repubblica Italiana.
Un grande poeta, Giacomo Leopardi, a conclusione di una sua famosa poesia, scrisse dei versi, rivolti ai giovani, la poesia è «II sabato del villaggio», in cui afferma che la vigilia è più piacevole della domenica. Mentre, infatti, il sabato è allietato dalla gioiosa attesa del giorno di festa, la domenica è resa triste dal pensiero di tornare il giorno dopo alle dure occupazioni della vita. Quand’ero ragazzo ogni giorno mi sentivo ripetere decine di volte: «Sta' attento», «Hai studiato?» Ed io dovevo ubbidire, altrimenti... Poi, meditando meglio sul significato dei versi, mi sono accorto che la prima impressione era sbagliata. Le energie dei ragazzi sono inesauribili. Ogni occasione è buona per divertirsi e per giocare. E’ possibile sognare le più belle cose per l'avvenire. Un giorno pensai di essere un grande generale, un altro giorno immaginai di essere il più abile giocatore di calcio. Eppure, ora, solo ora, mi rendo conto quanto sia stata pesante l’attesa. È meglio vivere nella lieta attesa del futuro. Quando ebbi sedici anni tenni ben vivi nella memoria i versi del grande poeta; davanti ai miei occhi, le parole del poeta per godere la mia età che, se talvolta era turbata da qualche inconveniente, era sempre ricca di gioie e di speranze.
Non mi è difficile iniziare il commento di questa poesia della Sgroia che richiama alla memoria quei versi e la fanciullezza; perché c’è l’occasione di osservare l'intensa e preziosa attività degli uomini. Le notti, specialmente alla mia età, finiscono prima che sorga il sole e il giorno e sempre più breve, eppure quando in punta di piedi mi reco in cucina per farmi il caffè, già qualcuno è in movimento per la casa ed ha preparato la colazione per tutti. Sono scomparsi eventuali rancori della sera prima, svanite nel nulla le incomprensioni che li avevano fatti nascere.
Giunge la sera e non te ne rendi conto; e se non fosse che qualcuna è impegnata nella preparazione della cena, non ti accorgeresti neanche di questo, tanto è il desiderio di vivere, vivere senza perdere un secondo di vita.
Pensando questo, è naturale che rifletta sul mio «avvenire»; a volte mi chiedo che cosa vorrei fare da grande, per sentire la vita scorrere nelle vene e bussare al cuore, con tremore. Ed ho la sensazione di avere di fronte a me ancora parecchi anni di scuola, e tanto desiderio di riuscire bene negli studi per prepararmi ad una professione che mi permetta di vincere le avversità con filosofia; vincere per aiutare i derelitti.
Le concezioni della Sgroia non sono dissimili da quelle di Leopardi, perché entrambi considerano unica realtà la vita che: «s’avvinnghia alle rocce e sa di muschio»; la Sgroia considera la vita panteisticamente, la vive come l’ha immaginata e procede con la mente nella sua trattazione con rigore logico, fa parlare prevalentemente, la fantasia la quale domina anche nelle prose ispirate alla medesima concezione.
Come abbiamo visto, la solitudine è un'anomalia; la sua natura la spinge, come tutti gli altri esseri umani, a cercare la socievolezza e la compagnia; perché «le gocce dei nostri cupi pensieri» non siano una fatalità che proibisca di vedere gli altri e ritrovarsi insieme nell'ora in cui splende il sole o in quella del tramonto. Ella vuole solo che i «cupi pensieri non generino cupi pensieri, perché diventino granitiche e acuminate forme» quindi, è comprendere il motivo della pena.
«Steli di pietra» è l’affermazione e non la negazione, creazione e non distruzione; e, poiché è creazione, è anche felicità. La poesia è possibile perché nasce dall'amore. Perciò ha potuto trovare forme perfette e accenti teneri a significare il grande amore e la serenità. In questa lirica ha cantato la vita con le sue gioie e il suo dolore, la vita nella quale gli uomini pure credono e di cui talora godono pur nel continuo susseguirsi delle tempeste. Di questa parentesi la poetessa sembra aver goduto a pieno.
STELI DI PIETRA
di Rosalba Sgroia
Rovine di sterili notti
scorrono
come nastri
nella mia memoria.
L’ingorgo di vecchi rancori
avvelena
ogni possibile intenzione.
La paralisi dei gesti
induce
a muti lamenti
che si occultano nelle pieghe
dei nostri visi adombrati.
Delirante,
il riverbero dei battiti sordi
echeggia
e l’acre umore che opprime la stanza
sa del muschio
che alle rocce s’avvinghia.
Lento è il fluire del tempo
e le gocce dei nostri cupi pensieri
generano
granitiche e acuminate forme…
Imponenti troneggiano,
sfidando invisibili nemici.
Stille feroci e acide,
scivolate,
fiere e placide,
pesanti,
nel silenzio
delle vostre buie e squallide
dimore…
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