02/10/2005 FATTI E POESIA a cura di

Reno   Bromuro

FATTI
03 ottobre 2003: il governo da via libera alla riforma delle pensioni. Gli uomini lasceranno il lavoro a sessantacinque anni di età, mentre le donne lo faranno a sessanta anni, oppure per entrambi, a partire dal 2008, varranno quaranta anni di contributi. Sono previsti anche un tetto massimo, che raggiunge i quindicimila euro mensili per le "pensioni d'oro", e un bonus del 32,7% in busta paga per chi rimane al lavoro. I sindacati insorgono e indicono uno sciopero generale.
04 ottobre 2002: il Tribunale del Riesame di Torino conferma l'ordine di custodia cautelare emesso nello scorso marzo dal GIP Fabrizio Gandini nei confronti di Anna Maria Franzoni, la donna accusata dell'omicidio del figlio, Samuele Lorenzi. Per i magistrati non ci sono dubbi: il quadro indiziario fa convergere su di lei i sospetti in maniera forte e univoca.
05 ottobre 2000: la condanna a ventidue anni di reclusione per Sofri, Pietrostefani e Bompressi per l’uccisione del commissario Calabresi è definitiva.
06 ottobre 1995: l'ex ministro Pomicino è arrestato per accuse di estorsione e concussione.
07 ottobre 2002: muore al Policlinico di Modena, per una complicazione cardiaca Pierangelo Bertoli, celebre cantautore emiliano. L'artista, da tempo affetto da un tumore polmonare, avrebbe compiuto sessanta anni il 5 novembre. Dopo quattro anni di silenzio, Bertoli era tornato sul mercato musicale da pochi mesi con l'album "Trecentouno guerre fa", che contiene quattro brani inediti e la riproposta di alcuni suoi pezzi storici.
08 ottobre 2001: a Linate per nebbia c’è collisione tra due aerei: muoiono centodiciotto persone. L'incidente, tra un aereo di linea della compagnia svedese Sas e un piccolo Cessna privato, è stato causato da una somma d’errori umani e mancanze tecniche dello scalo milanese. Il mancato funzionamento di alcune apparecchiature antinebbia ha portato il Cessna ad immettersi sulla pista in cui l'aereo svedese si preparava alla partenza.
09 ottobre 2001: le camere approvano la mozione del Governo che stabilisce l'appoggio all'azione degli Stati Uniti contro l'Afghanistan, e la repressione del terrorismo internazionale. La mozione passa anche con l'appoggio trasversale dell'opposizione.
PARLIAMONE
«CONOSCIAMO L’ITALIA» “LA CITTA’ DEI TEMPLI”
«Don Ippolito guardò i Templi che si raccoglievano austeri e solenni nell'ombra, e sentì una pena indefinita per quei superstiti d'un altro mondo e d'un'altra vita. Tra tanti insigni monumenti della città scomparsa solo ad essi era toccato in sorte di vedova…» (Luigi Pirandello “I vecchi e i giovani”)
Arrivando dalla strada costiera, Agrigento propone, con la vista dei templi, la sua immagine classica nota a tutti, quella stessa che indusse Pindaro a definirla «la città più dei mortali»; raggiungendola invece da Caltanissetta, ci s’imbatte subito nella recente, caotica espansione edilizia e quasi si ignora la presenza delle costruzioni medioevali sulla collina, ad ovest della piazza centrale. Guardando Agrigento dalla collina dei Templi, le moderne palazzine che fanno da sfondo ai vuoti delle colonne lascerebbero pensare ad uno sviluppo massiccio, magari come logica continuazione dell'antica magnificenza. Esiste invece una netta separazione fra la città odierna e quella del passato: la prima è distratta e sopita in una realtà meno che provinciale, tagliata fuori dai grandi circuiti viari siciliani e quindi rinchiusa in se stessa; la seconda, come per miracolo si è conservata alla nostra ammirazione e trasmette ancora la sua vocazione ad aprirsi. La diversità, oltre che spazio-temporale, è anche culturale, quella stessa descritta con disagio da Pirandello e denunciata con violenza da Sciascia.
L'Akragas dei greci, l'Agrigentum dei romani, la Kirkent degli arabi, dove dal nome di Girgenti diventò l'Agrigento attuale. E’ stata fondata nel 581 avanti Cristo dai coloni Rodii e Cretesi, sul punto della costa del Mediterraneo, geograficamente più utile per il commercio. La tradizione indica come suoi fondatori Aristinoo e Pistillo. Le condizioni topografiche sono favorevoli ad un redditizio commercio con la vicina e ricca Cartagine e un suolo particolarmente adatto all'habitat umano. Agrigento raggiunge un’incredibile opulenza come attestano i suoi templi, peristili, statue e opere d'arte.
Impareggiabile è la vista del «Tempio della concordia», un Tempio che esprime tutta la grandiosità ellenica, immerso in una meravigliosa e prepotente natura solare, è innalzato intorno al 430 avanti Cristo.
L'ignoto architetto ha creato degli effetti ottici, noto come «l'effetto bottiglia» ottenuto con il rigonfiamento della colonna ci circa ventidue centimetri e l'inclinazione delle colonne verso l'interno, tant'è che prolungandole al cielo si unirebbero a circa un chilometro e mezzo sopra il tempio. Deve il suo nome allo storico Fazello che trovò un'iscrizione latina nelle vicinanze. Divenne poi basilica cristiana consacrata a San Gregorio.
Il Tempio della Concordia è dichiarato monumento nazionale nel 1743, restaurato e modificato nel medesimo anno, ad opera del Torremuzza, e poi nel 1784 ad opera del Re Ferdinando.
Hera Lacinia, corrisponde alla Giunone dei romani, il Tempio di Giunone, è il santuario dedicato alle donne maritate agrigentine, destinate anche a subire le infedeltà coniugali dei mariti, che piene di fede vi si recano per lamentare il comune destino che hanno con la sposa di Giove. Hera, come sappiamo, sposando Giove diviene la regina del cielo dove spesso scoppiano violenti temporali, simbolo di litigi tra i due coniugi divini. Hera, la dea della fecondità presiede alla nascita ed è la protettrice del matrimonio. Questo tempio risulta formato dall'insieme di tre vani: il pronao, la cella, e l'opistodomo. Una base elevata di quattro gradoni, posta in fondo alla cella, è il luogo riservato alla statua della Divinità.
LA POESIA DELLA SETTIMANA
GLICINI
di Marina Torossi Tevini
La triestina Marina Torossi Tevini è laureata in lettere classiche. Ha pubblicato la raccolta di poesie «Donne senza volto» per i titoli della «Edizioni Italo Svevo». Nei vari concorsi letterari cui ha partecipato annovera un Secondo posto nel premio «Parchetti» di Zagarolo, un terzo al premio Cesare Pavese; dopo tre anni con la raccolta di racconti «Il maschio ecologico» Campanotto editore è stata finalista al «Carrara Hallstammer» e nel 1997 la raccolta di poesie «L' unicorno» uscito con tipo dello stesso editore ha ricevuto il premio speciale della Giuria al Felsina e la menzione speciale al «Via di Ripetta» 1998.
Sue opere sono state incluse in varie antologie letterarie. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per opere inedite.
Già mi occupai di quest’Autrice, non molto tempo fa, poi inserita nel quadro dei «Poeti Top 2004/05» Adesso vaglieremo con umiltà e amore un’altra delle tante poesie pubblicate in Poeticamente: I GLICINI.
Che aria primaverile inonda questo piccolo angolo dove siedo, mi entra nei polmoni ed è un toccasana che fa resuscitare.
Le nuove liriche di Torossi Tevini sono inni a gola spiegata del sentimento vissuto e dei suoi modi di vivere tra il tutto e il niente, tra il cemento della città e i fiori che emanano il profumo che le giunge oltre la cortina di smog, sono la fioritura estrosa della forma poetica più sua, quella del soliloquio e del colloquio, i quali erano già apparsi i modi più originali in altre poesie. Dal soliloquio che dà il titolo alla lirica, al finale della stessa, per lasciare il soliloquio e iniziare il colloquio, che oggi artisticamente è giudicato un colloquio dimezzato, ma non perde importanza nella storia dell'arte torossiana, sia per l'atteggiamento interiore, vale a dire per il tentativo di rappresentare a pieno l'indifferenza e l'inconsapevolezza, sia per la ricerca stilistica.
Quel suo colloquio con i fiori rispuntati, fa guardare il mondo dalle soglie ultime della vita, quasi Ella fosse con l'animo già staccato dalle mobili parvenze dell'essere, abbracciata «a grappoli e fragranze» nel tempo stesso che non ha raggiunto ancora il non essere e gode e soffre della partecipazione alla vita in atto; è questo il segno profondo della sua originalità e insieme la riconferma che in Lei perdura quel modo lirico-fantastico, il quale, come un aroma, e la fragranza dl profumo dei «Glicini» ha già permeato le poesie più nuove.
La poesia le nasce non nelle ore della dissipazione e del piacere, che talvolta ostenta come a fornire prova di vitalità; non nelle ore della sofferenza, che spesso nasconde; ma nelle ore serene e quasi tranquille del distacco e della contemplazione, in cui si vede vivere; nasce nelle ore appartate, in cui parla a sé soffusa ancora dalla linfa della vita, che scaturisce dal «tarassico nutrito di catrame» e si volge alle cose tutte come ad immagini che svaniscono e rievocano i ricordi, come figurazioni del nostro essere, a noi che crediamo d’essere e già più non siamo, proprio come i glicini cui il catrame ha offuscato il profumo col suo cadaverico olezzo.
Nulla è, tutto diviene. L'io ed il non io sono il frutto di un’illusione terrestre. Questo è già uno dei suoi modi contemplativi; questo è il pensiero più insistente di molte prose e poesie del passato e del presente che per sua volontà fa camminare di pari passo verso la medesima via.
Cosa sono nella sua immaginazione le creature umane, passate sulla terra prima di noi? Sono ombre divise da me dal mistero del non essere più, sotto i Glicini a contemplare i colori al tramonto o all’alba riempiendomi i polmoni del loro profumo, oppure del non essere ancora.
Come il temporale, «il tarassaco rispunterà ancora e…» la pioggia trama l'intera poesia, divisa in parti non dissimili tra loro ma diverse come metro. L'invocazione, esprime proprio questa ricerca: la copertura della terrazza ornata di Glicini, il volo degli uccelli, la luce che gioca tra le foglie con i penduli profumatissimi, e vede, per il motivo detto, le stelle che risplendono come in un fondo dell'abisso in cui viviamo.
Ma non c'è, in realtà, che solitudine, una città ossessionata dai rumori dei motori delle auto e dall’olezzo purulento dello smog, non si può immaginare in una notte profonda appena illuminata solo dallo scintillio delle stelle che s’intravedono soltanto perché la luce, lo ripeto, gioca tra i penduli baccanti e profumati dei glicini.
I GLICINI
di Marina Torossi Tevini
I glicini riempivano la strada
di profumo e di lilla
- e non pensare
che sempre e soltanto si sprofondi
in un mare di grigio -
Ci saranno pure gli strappi
nella rete
che ci trattiene
e la vita che grida
e la dolcezza
delle sere d'aprile

I fiori rispuntati
a grappoli a fragranze
a fragili cristalli
a cascate di lilla chiaro
ci stupiscono sempre
di dolcezza
E il tarassaco
nutrito di catrame
rinasce sull'asfalto
a lato
e ride
della sua forza antica

Resterà la natura sopra tutto
sopra la nostra distruzione orrenda
sopra le nostre imperfezioni e rabbie
sopra la nostra frenesia
furiosa
sopra la nostra transeunte vita

Nella stanza smisurata vagoliamo
formiche ospiti di un mondo
sproporzionato
al nostro microcosmo,
armate sì
di lunghe avide mani
ma pur sempre minuscole
nel tutto

E il tarassaco rispunterà ancora e sempre
quando un giorno saranno
distrutte le grigie città
dell'Occidente.
Altrove s'ergeranno i manufatti
dell' umana vicenda
altri cieli vedranno
ancora altre vite,
altre illusioni
e l'uomo intento a lasciare
il proprio graffio
prima di passare per sempre
nella notte
(da L’unicorno Campanotto editore 1997)

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