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equilibricapovolti - Vincenzo Albano
Capitolo I
Stava cosi, seduto da solo di fronte al molo, seduto sull'acqua, mentre i suoi amici lo prendevano in giro e non potevano perché sull'acqua non è che scivola tutto, niente passa inosservato.
Comunque era stanco di non aver fatto nulla quel giorno, stanco d'esser stanco, cosi si mise a canticchiare una canzone che aveva sentito alla radio che parlava d'amori lontani e stanchezze presenti e di alberi di natale di pezza che nessuno pensa più alla festa e ai sentimenti ma solo a comprare i regali e quindi pensa solo ai sentimenti degli altri sentendosi felice di aver regalato qualcosa, reso felice qualcuno, speso un po' di soldi.
Gli amici attorno a lui ridevano e cantavano silenziosi una canzone sui treni persi e sulle coincidenze della vita, delle scelte delle persone che nascono dal caso e dalla personalità di ognuno e si trasformano inconsapevolmente in scelte forti di vita, diventano nuove strade e nuove coincidenze e nuovi incidenti stradali (ma senza airbag) e nuovi morti per la strada che viene definita killer ma che invece sta ferma là, poverina, e non uccide proprio nessuno.
Mentre gli altri cantavano lui sentiva la canzone e nel frattempo sentiva l'acqua che gli bagnava ormai già la schiena e le caviglie del pantalone e del pianoforte, si sentiva felice tra la gente e i violini, senza motivo, ma in una città che lui non conosceva. La borsa che aveva a tracolla non si era ancora bagnata, quindi poté tirare fuori delle fotografie che aveva conservato da quando era piccolo, foto del teatro, della sua classe, di viaggi con gli amici che ora lo guardavano affondare, foto verdi, un libro di storia, non aveva voglia di alzarsi perché il libro non gli diceva niente, il libro
Era fermo lì e sembrava dormire.
Capitolo II
Si mise a dormire davvero mentre affondava e si trovò in treno che leggeva un racconto di un suo amico, insieme alla ragazza che rideva e guardava fuori dal finestrino, il paesaggio scorreva veloce e lui aveva voglia di pensare ad alcune canzoni un po' naïf che gli avevano insegnato dei suoi amici. Sarebbe tornato a casa, avrebbe iniziato a mangiare di nuovo aiutato da sua madre che l'avrebbe imboccato e gli avrebbe lavato anche i piatti e piedi.
E stava tornando davvero a casa dalla città in cui dovrebbe studiare
e in cui dovrebbe consegnare il piano di studi e in cui viene pagato per divertirsi, anche con i suoi compagni d'appartamento e con i suoi amici e con tutti quelli che incontra per strada vicino alle piazze. "Arriverò fino in fondo almeno con questo treno?"-si chiese, ma non si rispose, sapeva già che di solito arriva in fondo solo quando lo guidano, fino alla fine di un percorso, e che altrimenti si sarebbe fermato a metà senza lasciare il punto in fondo a questa frase
Solo il treno sarebbe arrivato a destinazione, credeva, ma ripeteva nella mente questo pensiero che lo faceva sprofondare nello sconforto e non gli lasciava aperto nessuno spiraglio per ragionare e per capire cosa ci stava a fare in quel treno. Naturalmente stava ritornando solo a casa, ma questo gli sfuggiva.
Capitolo III
Si accese una sigaretta, diede un bacio sulla guancia alla sua ragazza, iniziò a leggere un libro.
Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio
(Capitolo IV)
Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti danno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero o con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano - non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile ad un braccetto disperatamente legato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l'obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l'ossessione di controllare l'ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il
regalo per il compleanno dell'orologio.
Capitolo V
Spense la sigaretta nel posacenere vicino al sedile.
Naturalmente, dopo aver letto il "Preambolo..." non continuò il libro, lo lasciò a metà, si fermò li in quel punto. Il libro aveva detto tutto: esattamente ciò che egli pensava dei regali, e capitava nel momento giusto visto che quel treno lo stava portando verso le feste, verso la casa (casa sua) in cui non solo aveva sempre festeggiato il natale, ma soprattutto verso la casa (sempre casa sua) in cui si festeggia natale.
Non ne conosceva altre, non aveva intenzione di conoscerne altre e non ce n'era motivo: era casa sua e li ci sarebbe stato chi gli voleva bene davvero e cioè la sua famiglia che tra urla e incomprensioni continuava a volergli bene, ed anzi con mille sacrifici gli rivolgeva un sacco d'attenzioni.
Oppure era solamente una scusa perché non riusciva a capire neppure che regalo voleva, ed ora aveva trovato delle parole (di qualcun altro) per esprimere la sua incertezza mascherandola come scelta. "Mi farò una doccia, ora "- fu l'unico pensiero che riuscì ad
esprimere nella sua mente.
Capitolo VI
Non gli riusciva facile esprimersi e soprattutto capirsi, solitamente si rifugiava nei giudizi estetici e niente più, non riusciva ad essere riflessivo come voleva, non riusciva ad essere obiettivo, si fermava a definire le cose le persone le situazioni "belle" o "brutte", niente di più.
"Mah..." era la risposta solita, e forse era meglio rispondere mah...,piuttosto che incasellare le sensazioni provenienti dal mondo esterno con le parole che qualcuno gli aveva insegnato, e che a lui sembravano senza significato.
Aprì il pacchetto dei chewing gum e ne infilò uno in bocca.
Mangiava solo gomme da masticare da ormai due giorni: era vero quello che gli dicevano gli amici e cioè che stava dimagrendo e si stava chiudendo dietro qualche muro. Ma questo muro lui diceva di non volerlo, che era il risultato di tutto il tempo che passava da solo e che non sapeva come impiegare veramente, e per quanto riguardava il dimagrire, era la sensazione dei crampi alla pancia che lo faceva stare bene e lo faceva mangiare poco, sempre meno, durante la giornata. Non erano i sensi di colpa o la voglia di attirare l'attenzione, era solo che non ne aveva voglia, che si sentiva troppo abbondante o di troppo, o cose di questo genere.
Capitolo VII
Si accese una sigaretta e sapeva che era già la decima della giornata:
stava fumando troppo e impuzzolendo la carrozza del treno in cui stava viaggiando e che gli teneva compagnia con il suo suono regolare più della sua ragazza che gli sedeva accanto e che ogni tanto lo guardava stanca o gli poneva qualche domanda cui lui non sapeva -come al solito- dare risposta.
La conosceva bene ormai -ne era certo-, o almeno era certo che non riusciva più a pensare senza di lei, che i suoi pensieri perdevano consistenza e nessi logici, di essere completamente senza nulla e vuoto appena lei girava lo sguardo o diceva che doveva andare. Era bella e ben sapeva quanto lui fosse affascinato dai suoi lati e dalle facce che riusciva ad avere nelle diverse situazioni, e il modo forte in cui si adattava alle circostanze dopo un attimo di sconforto. Le diverse facce da cittadina, da ragazza semplicissima, da bambina, da donna forte, da figlia più giovane attaccata alla sua famiglia, non facevano altro che aumentare il suo
fascino a dismisura.
Lui la guardò prima girando appena lo sguardo, poi si voltò con la testa, poi ruotò con tutto il corpo rivolto verso di lei, si accorse che erano in due nel vagone, e un insieme confuso nei suoi occhi miopi di facce e modi di parlare e di diverse suonerie di cellulari. Poi c'era il finestrino e il paesaggio monocromo che lo aiutava a perdersi nei pensieri senza fine.
Le diede un altro bacio sulla fronte, e cercò di capire quali fossero i suoi pensieri in quel momento.
Era sempre cosi che faceva: ogni giorno si alzava con l'umore diverso dal giorno prima, magari influenzato dal sogno che aveva fatto quella notte, e cancellava cosi tutto ciò che era successo fino ad allora. Cercava di capire a che punto si erano visti l'ultima volta, cosa s'erano detti, che atmosfera c'era e da cosa era stata creata, da quale parola era stata inquinata.
Già, perché c'era sempre qualcosa che lo turbava e che gli faceva cambiare umore, non aveva alcun controllo sui suoi sentimenti e di conseguenza non capiva molto di se' e di ciò che succedeva attorno, e quando prendeva un impegno o si poneva un obiettivo, non lo portava a termine. Anzi se ne dimenticava il giorno dopo.
Con lei, grazieadio, non era cosi perché riusciva a fargli capire cosa pensava, cosa non andava, cosa succedeva intorno... un salvagente che gli indicava una strada da seguire, soprattutto con le lettere che gli scriveva e con gli sguardi che gli regalava ogni giorno e con le parole che gli diceva e con le risate improvvise che lo lasciavano spiazzato e gli mettevano voglia di ridere senza motivo. Ma gli riusciva di ridere solo a messa.
Le voleva bene e anche molto di più, la voleva, la voleva tutta per se', le voleva parlare per giornimesi, la voleva solo guardare, la voleva accanto sempre o almeno quando si svegliava avrebbe voluto che fosse vicina e anche mentre camminava da solo in quella città con i palazzi come scenografia, la nebbia in primo piano ed il mare sullo sfondo. Sempre, però.
Capitolo VIII
Era ora di pensare ai suoi amici, a quelli che voleva chiamare la sera quand'era stanco della giornata, a quelli con cui voleva andare a prendere un caffè la domenica mattina, quelli con cui voleva condividere tutto, quelli che voleva chiamare amici.
C'era uno di loro con cui aveva fatto uno dei viaggi e non aveva portato niente a casa, se non un preambolo della solita depressione autunno-inverno, avevano scattato delle fotografie ed avevano visto alcune cittadine in giro per la Sicilia ed avevano fatto i bagni al mare, ma erano rimasti per lo più chiusi in casa senza neanche parlare per tutto il giorno. Là un poco s'erano persi, si erano dimenticati persino del capodanno, ma non sapevano ancora cosa sarebbe potuto accadere e come si sarebbero potuti riunire.
L'importante era che lo volessero e questo fece sì che ciò che volevano accadesse... era uno dei pochi con cui valesse la pena condividere tutto, anche se faceva l'intellettuale un giorno e il diplomatico il giornodopo e il cinico il giornodopoancora (e non gli riusciva un granché) e l'amico ancor più che fraterno l'indomani... e tra un po' offrirà da bere.
Poi c'era uno di loro che manteneva ancora la faccina da bravo gufodiligentino un po' Flanders, ma che iniziava ad abbandonare la crosta da 9inpagella e diventava pian piano cinico e tagliente, sempre più il preferito per i caffè della domenica, e che dopo aver scelto una tra le cinque rimaneva li a contemplarla per mesi senza far trasparire molto. Con Pietro resisteva il ricordo periodo degli anni seduti in primo banco, del viaggio a Lourdes e della sua tenda kaki, dell'Inghilterra e delle tende verdi, della Spagna e delle tende canadesi e delle magliette bianche, tra un po' Marco (e non solo) gli offrirà da bere.
E uno di loro che conosceva tutti i suoi lati, anche quelli decisi che lui non mostrava mai davanti a tutti, con cui aveva fatto a botte da quando era piccolo, come quando era bambino, come quando era sereno, che sapeva quante volte era scappato di casa o non era andato a scuola e si era rifugiato da qualche parte, che aveva condiviso ogni momento con lui, pure la prima sigaretta, e con cui andava sempre in giro, che studiava persino meno di lui, che ormai era come lui o lo era sempre stato.
Uno di loro, non si sapeva perché, era un po' di tempo che offriva da bere a tutti. Aveva le idee molto chiare ed ogni sua frase sembrava una dichiarazione d'intenti. Non la sua barba, ma ogni parte di lui era forte e salda e tuttadunpezzo, senza distrazioni ma creante in ogni momento, passione per la musica per la poesia per la letteratura per il vino incredibile, aveva un forte ascen-dente perché incredibilmente dirigeva ovunque lo sguardo avendo presente un punto di partenza saldissimo. Gli piaceva il buon umore e la musica incredibile (incredibile), ma suonava la chitarra acustica come una motosega... Era meglio per il venerdì sera che per la domenica mattina, almeno c'era tempo il sabato mattina per riprendersi.
E c'era uno di loro delle cicche sotto la luna e delle giornate lunghissime e dei ritrovi in cheba e delle giornate che passava in silenzio o lo chiamava. E non avrebbe mai offerto da bere, lo sapevano tutti.
E uno di loro delle canzoni di dieci anni prima, dell'esempio incrollabile
E c'era una di loro (che stava cambiando ma lui non sapeva come e non lo voleva sapere) e lui voleva ancora solo passare a trovarla in bicicletta a casa sua ogni giorno e ascoltarla per giorni.
Capitolo IX
E dopo aver ripensato ai suoi amici si sentiva stanco e voleva dormire o forse soltanto avrebbe voluto che il treno deragliasse o che qualcuno pensasse al posto suo, giusto per risparmiargli la fatica di pensare, dato che non si sentiva più nel momento di slancio in cui tutto gli riusciva facile e in cui la confusione lasciava spazio ad una sensazione simile all'orgoglio.
Ma non aveva mai avuto orgoglio. Improvvisamente si senti confuso riguardo i sentimenti, confuso sulle risposte da dare alle domande senza forma che gli rimbalzavano nella mente.
l'unica cosa che riusciva a fare senza dispendio di grandi energie e senza fatica era scrivere: si sarebbe semplicemente fermato quando voleva. Senza neppure tanta voglia iniziò:
dovrebbe far freddo
che già siamo d'inverno
E tira vento, si ma il sole
scalda e splende la terra
E rido cosi senza motivo
per la prima volta oggi,
a guardare e ascoltare
il mare e la gente imbottita
Non aveva più voglia di scrivere. Non mise neanche il punto, tanto era svogliato e di cattivo umore. Pensava alla mattina dopo che si sarebbe svegliato presto e contro voglia per consegnare qualche foglio a qualcuno di più stanco di lui -se era possibile che al mondo ci fosse qualcuno più stanco di com'era allora-.
Capitolo X
Un'altra sigaretta sarebbe stata troppo per i suoi polmoni e per chi lo circondava. Se ne infischiò e prese l'accendino. Era un bell'accendino di quelli da mille lire o poco più, blu luminoso, e lui ci era particolarmente legato perché l'aveva preso due anni prima in un paesino vicino alle montagne, dove era rimasto per due ore e dove sarebbe iniziato tutto (o dove tutto avrebbe preso forma).
E non sapeva che in quel campeggio era successo di tutto, ignorava qualcosa che, se fosse giunta al suo orecchio, lo avrebbe reso instabile per mesi. Altro che bel ricordo di quelle due ore e di quel viaggio...
"Oh dear, what can I do, baby's in black and I'm feelin' blue, tell me oh, what can I do?"
Si mise a cantare sottovoce ed il buonumore ritornò a scorrere in lui cosi come se n'era andato. era ritornato e l'aveva rimesso in una posizione di equilibrio.equilibrio fin troppo fragile, per essere mantenuto, al primo filo di vento sarebbe stato spazzato via.
Decise di muoversi dal ritornello alla prima strofa:
"I think of her, but she thinks only of him, I know it's only a whim, she thinks of him"... ma sapeva bene che non era la prima strofa e si mise cosi a pensare di scrivere lui qualcosa che ritenesse degno d'esser cantato, una canzone di cui avrebbe ricordato qual'è il ritornello e quale la prima strofa -almeno-. Ma non ci riusci.
Voleva silenzio, ora. Niente più binari, niente più racconti sulle giornate passate il giorno prima.
La testa la sentiva pesante e gli sbadigli si facevano frequenti, e la
sveglia suonò e lui si ritrovo li nel posto da cui era partito: seduto nell'acqua davanti al molo.
Capitolo XI
Era di nuovo seduto nell'acqua, sveglio come non lo era mai stato, di nuovo seduto sospeso sulla superficie dell'acqua; ma ora era notte, tutto buio e neanche le luci blu del porto a rischiarare un poco l'aria attorno. Si accorse che gli amici erano spariti, che se n'erano andati via silenziosamente mentre dormiva (per non svegliarlo o approfittando del fatto che dormiva?).
L'importante era che tutto si fosse risolto, era di nuovo fermo immobile nel posto in cui era prima, non poteva preoccuparsi di nulla ed ancor meno del suo taglio di capelli. Aveva ancora le fotografie tra le mani e le canzoni dei prati verdi in mente, non poteva riaddormentarsi.
Si sentiva sensibile come non mai, anzi credeva che nessuno mai avrebbe potuto esserlo più di lui, ma pensò che era solo egoista e cretino. voleva porsi degli obiettivi con cui verificarsi e poter basare su quelli i propri passi obiettivi validi per cui percorrere la strada fino in fondo.
L'unica cosa che gli passava per la mente era una voce dolce che gli diceva di riaddormentarsi e di seguire ciò che sentiva.
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